Se il migrante diventa ostile. Da Torre Maura al Mediterraneo la realtà che dimentichiamo di ascoltare
Cosa resta. Di questo parlare ininterrotto, di risposte multiple poco meditate. Del vociare, del dovuto replicare, delle parabole del clamore, dell’andare e del tornare. Del non restare veramente ad ascoltare. La nave Diciotti-Salvini-i migranti. In questo posto non c’è troppa selezione, c’era alle terme un rumeno che urlava. Gli italiani parlano piano, invece. Il mar Mediterraneo. La fine della «pacchia». Non possiamo accoglierli tutti. Questi qua. Italia xenofoba e razzista. Qua non si può più parlare, se c’è un maleducato che urla alle terme non lo puoi più dire. [Non era maleducato, era rumeno]. Rami vuole fare il carabiniere. E poi vanno a scuola con i nostri figli. Ho scoperto solo dopo Sanremo di non essere italiano. Ius sanguinis. Il deserto libico. I campi della Libia. [È intrisa di sangue abbastanza la terra che calpesti?]. Ius soli. Casa loro. Un autografo a Mahmood. Applausi. Open Arms. Salvini. Io sto con Saviano [erano pochi]. Saviano servo. Il Secolo XIX mi serve comunque per fare la tara a Repubblica [pensiero]. La nave Alan Kurdi, della ong tedesca Sea Eye, con 64 migranti a bordo punta dritta verso Lampedusa [titolo]. Settanta rom.
“Non me sta bene che no!”.
Solitamente in questo vociare uno schiaffo riassesta i connotati della tua mente.
Sì, a volte ti succede, e succederebbe perfino più spesso se non fossi tu stessa a non lasciarlo accadere. Se fossi più disposta ad osare. Osare, invece di continuare a traccheggiare. A rimandare il giorno in cui con la realtà ci dovrai veramente parlare. Cambiare un certo ordine di priorità. Il fatto è che la realtà ti parlerebbe pure ma sei tu che da sola non riesci più ad ascoltare. Oggi Simone te lo ha fatto ricordare. Uno schiaffo, il bruciore. La percezione limpida dell’esistenza del mondo, del fatto che nel mondo le cose continuano a capitare e capitano diversamente da come si continuano a raccontare. È bello. Il mondo non lo puoi fino in fondo manipolare. È un dato banale, eppure si regge su sensazioni faticose da far durare, soprattutto perché queste sensazioni non le puoi nutrire solo di pensieri.
Non servono pensieri, serve verità.
Ti aggrappi al bruciore dello schiaffo, lo tieni presente. Rifletti sul non previsto evento che ha restituito a un luogo la sua vera estensione. Sintonizzi le tue intenzioni su una linea d’onda d’urto che possa fare in qualche modo deflagrare l’ordito composto di quello che chiami «pensare». Vorresti tenerti stretto quel bruciore, anche se in fondo lo stupore che senti ti fa un po’ vergognare. Di che ti stupisci? Come hai potuto dubitare dell’esistenza vera del mondo, del fatto che le cose non sono come ce le raccontano? Eppure lo ripeti in continuazione. E perché non hai avuto fiducia? Perché non ti sei preoccupata di conoscere, di fare in qualche modo esperienza della realtà, invece di stare qui a fartela raccontare? Perché oggi la realtà inizia dal tuo disorientamento e continua solo con la ricerca che sei disposta a praticare a partire da questo disorientamento. Uno schiaffo dopo l’altro, tutti quelli che sei disposta a sentire. Con tutto ciò che ne consegue. Nella concretezza del tuo tempo, negli spazi che decidi di attraversare. Nelle persone che scegli di considerare. A patto di non traccheggiare.
Ora però bevi il caffè mentre leggi il giornale, scorri le prime pagine, ascolti qualche trasmissione, ti informi. Più torni dentro tutto questo e più si ridefinisce quella forma di vano pensare che ti ammorba. L’autenticità è già perduta, la realtà di nuovo svanita. Al suo posto è già comparsa una liturgia di bandiere. Con una rapidità quasi sovrannaturale «non me sta bene che no» è diventato lo slogan di una manifestazione. Apprendi che ci sarà una manifestazione. Ti ritrovi ad ascoltare tutto un fiorire di argomentazioni, interpretazioni, valutazioni, e sei già dentro una nuova rappresentazione. Avete già dimenticato lo schiaffo, contrabbandato la realtà con la sua contraffazione. Distrutto un’altra opportunità di conoscenza, il presupposto di ogni vera azione. Perché nessuno si ferma a capire?
Non avevo considerato Torre Maura, ne ignoravo l’esistenza, ti dici. Esattamente come stiamo ignorando altri pezzi e pezzi di realtà. Il mondo non esiste nei nostri racconti perché non lo vediamo. Il mondo esiste poco nelle nostre giornate. Ma il fatto che stiamo ignorando tutta una serie di dati di realtà non significa che questi dati non stiano in qualche modo operando. Per questo è sempre una sorpresa rendersi conto di ciò che abbiamo trascurato. Nessuno dei mediatori tra noi e la realtà sembra rendersi conto ad esempio che sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza si elide costantemente una voce, che è poi quella fondamentale. E che questo avrà delle conseguenze.
Un giorno, prima di Natale, mi arriva la comunicazione della mamma di un mio alunno: «Gentile professoressa, la prego di voler giustificare mio figlio perché, nonostante il tempo concesso per lo svolgimento del lavoro assegnato di geografia, non siamo riusciti a trovare nessun migrante che volesse raccontare la sua esperienza in Italia. Abbiamo chiesto ovunque, ma abbiamo ricevuto solo chiusure. Non comprendiamo i motivi di tanta ostilità». Un altro ragazzino mi racconta che si è fatto accompagnare dal padre per cercare qualcuno da intervistare e che sono stati allontanati in malo modo dalle persone cui avevano chiesto. Non sono stati gli unici ad avere questo stesso tipo di difficoltà a entrare in contatto con qualcuno che potesse raccontare la storia del suo arrivo e della sua eventuale permanenza in Italia. Cosa sta succedendo? Perché qualcosa sta succedendo, se quel compito — intervista a un migrante — fino all’anno scorso veniva svolto con relativa facilità mentre quest’anno è stato un continuo di problemi…
Sul palcoscenico mediatico, quando si parla di migrazioni e accoglienza, manca la voce autentica dei protagonisti, di chi oggi arriva in Italia in condizioni di emergenza, o di chi ci è arrivato da decenni e vi si è installato, o delle seconde generazioni che stanno crescendo. Non esistono i loro linguaggi, i loro mondi, i punti di vista di cui sono portatori. Non parlano mai. Parlano solo quando non possiamo fare a meno di farli parlare, ad esempio quando sventano il dirottamento di un autobus. Per dire quanto sono stati eroi. Li facciamo esistere per come ci serve che esistano. Solitamente siamo noi che attribuiamo loro pensieri, intenzioni, emozioni. Nel male come anche nel bene. Al massimo proviamo compassione. Ma non esiste rispetto senza vero riconoscimento, e questa cosa si sente. La sua mancanza si chiama ipocrisia. Così, da questa negazione costante, su basi completamente distorte, si sviluppano nuove negoziazioni delle nostre e delle altrui identità. Qualcuno inizierà a dire «voi» proprio come qualcun altro sta continuando a dire «loro». E questo «voi» condenserà paure che non conosciamo, sarà figlio di processi che ignoriamo. In questo «voi» non tutti ci riconosceremo. Non capiremo i motivi di tanta ostilità. Sarà un altro schiaffo, come quello che ci ha dato Simone. Come quello della mamma prima di Natale. La realtà, che con le nostre omissioni abbiamo contribuito a creare, bussa alla porta. E gli devi aprire.
Avevo sempre pensato — e invitato i ragazzi a riflettere su questo — che l’indisponibilità a raccontare la propria esperienza potesse nascere sostanzialmente da due sentimenti: il pudore, connesso alla vergogna e al dolore di rievocare esperienze interiormente devastanti come quella di una traversata in mare, o la paura, giuridicamente fondata o meno, di essere rimandati via. Non avevo mai pensato all’ostilità.
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