Se togli libertà all’amore. Dalla sesta stagione de Il racconto dell’ancella alla prima di The Testaments
[Creonte]
Bisogna difendere l’ordine costituito e non farsi mai battere da una donna. Se è necessario cadere, è meglio cadere per mano di un uomo: non sia mai detto che siamo inferiori alle donne.
(Sofocle, Antigone, trad. it. Di M.G. Ciani, Marsilio, Venezia 2000, p. 40)
L’inesistenza dell’amore assoluto
Se c’è una cosa che June Osborne ci ha insegnato è che l’amore assoluto non esiste. Anche l’amore più intenso, o quello più puro, o quello più sfidante non restano intatti in quanto “amore”. L’essenza dell’amore non determina né garantisce la sua esistenza. E l’esistenza è contingente, modifica l’essenza stessa dell’amore, può cambiarne i tratti. È quanto fa intendere l’impattante chiusura della serie TV Il racconto dell’ancella (da ora, RdA), ispirata all’omonimo romanzo del 1985 di Margaret Atwood: la sesta stagione, finalmente disponibile su piattaforma Disney+, ha espresso la genialità di Elisabeth Moss (interprete indimenticabile di June Osborne), alla regia di alcuni episodi, a fianco di quella dello storico showrunner Bruce Miller. Sulla stessa piattaforma e sempre sotto la supervisione di Miller è disponibile anche la prima stagione del sequel The Testaments (da ora, TT), tratto dal romanzo che Atwood pubblicò nel 2019.
Le due distopie si svolgono nello stato di Gilead, in momenti diversi: la prima racconta il periodo che va dal colpo di stato che portò negli USA alla fondazione di questo nuovo stato teocratico, maschilista e conservatore fino alla rivoluzione di Boston, organizzata da June e il movimento sovversivo Mayday, con una qualche complicità di uno degli uomini del regime, il Comandante Lawrence; la seconda distopia racconta quanto accade a Gilead dopo la rivolta di Boston. Nel primo la protagonista è June, o meglio, Of-fred (Di-Fred in italiano), l’Ancella che deve prestare i suoi servizi sessuali, sperabilmente procreativi, al Comandante Fred Waterford (Joseph Fiennes). Nel sequel la protagonista è la figlia naturale di June e Luke Bankole (O. T. Fagbenle), Hannah, adottata dal Comandante MacKenzie (Nate Corddry) e dalla moglie Paula (Amy Seimetz), con il nuovo nome di Agnes (interpretata magistralmente da Chase Infiniti), dopo essere stata sottratta con violenza alla madre naturale.
La violenza a Gilead è praticata in molte forme: dalla violenza sessuale sulle Ancelle, con la scusa formale di far nascere bambini, alle impiccagioni pubbliche che dovrebbero esemplarmente garantire sicurezza; dalla sottrazione di libertà civili minimali alle donne, le quali non possono leggere né partecipare alla vita politica e amministrativa del paese, alla creazione di centri Jezabel’s di prostituzione per i turpi diletti dell’élite di Comandanti che guidano il regime; dalla rieducazione, addestramento e indottrinamento delle future Ancelle nei Centri Rossi alla deportazione delle Non-Donne (non fertili) alle Colonie. Di contro a tutto ciò, c’è l’amore. Naturale, spontaneo, invisibile, soppresso, soffocato.
June ama le sue figlie con l’intensità incalcolabile di chi ha sentito e accolto la sorpresa della vita dentro, addosso, fuori di sé: eppure, non esita a lasciare la piccola Nichole e unirsi a Luke e alla sua migliore amica Moira Strand (Samira Wiley) per tornare in guerra contro Gilead (RdA, 6×02). June ama sinceramente Luke, ha sfidato i dubbi radicali della madre femminista pur di sposarlo: ma dapprima la memoria si affievolisce tra le pareti della sua soffocante cameretta a casa Waterford, e quando lascerà Gilead saranno le ferite subite a corrompere la radice pura del suo amore e modificarlo. June ha bisogno del calore di Nick Blaine (Max Minghella), l’occhio custode dei Waterford: lei non si sottrae alla passione né gli resta indifferente, piuttosto lo attrae a sé come lui è attratto da lei, contro le regole di un sistema che li avrebbe messi al cappio se scoperti. Ma non è disposta a lasciare la guerriglia per lui, e lui le mente per imporre la sua volontà e fuggire da Gilead (ep. 6×06).
Immanenza, determinismo, trascendenza: rovesciamenti e paradossi.
Così, l’amore si manifesta nella sua realtà mediata e determinata dal sistema, incapace di diventare scelta prioritaria, anche nella sesta stagione del RdA. La scelta prioritaria di chi si ribella al sistema è solo una: la libertà. Il sistema è così deformante che chi vuole preservare le relazioni deve piegarsi al male: è il caso della Martha al servizio dei Waterford, Rita (Amanda Brugel), che sceglie di tornare a Gilead, sebbene nel più mitigato contesto di Nuova Betlemme voluto dal Comandante Joseph Lawrence (Bradley Whitford). Pur soccombendo a leggi ingiuste, Rita può ricongiungersi alla sorella (RdA, 6×04). In un sistema senza libertà l’amore è messo sempre al bivio: occorre scegliere se modificare e affievolire l’essenza del sentimento e garantire l’esistenza, o difenderne l’essenza e comprometterne l’esistenza. Difendere la possibilità di amare qualcuno o qualcosa, resistere al sistema, è morire in una vertigine illogica che non mette ordine a nulla se non al regime oppressivo dei Comandanti.
L’amore, ne Il racconto dell’ancella, è, incidentalmente, piacere e istinto o passione e determinazione. Il suo annullamento in una pratica sessuale riproduttiva e abusante, invece, è sistematicamente sofferenza, violenza e impedimento. Le relazioni tra le Mogli e i Mariti, quelle tra i Comandanti e le Ancelle, sono la diretta trascrizione di leggi divine, entro una materialità assoluta e contingente, indiscutibile, senza libero arbitrio. La loro assoluta determinatezza è il paradossale rovesciamento dell’assoluta trascendenza di Dio. La trascendenza è supposta come un flatus vocis, in formule ripetitive – da Under His Eye a We’ve been sent good weather – o nei meccanismi del regime. È lo stato di Gilead contro il libero Canada, il mondo delle costrizioni contro quello della libertà. La vedova Waterford, Serena Joy (Yvonne Strahovski) si era illusa che un tenue spazio per l’amore si potesse garantire a Nuova Betlemme: lei, grande scrittrice del vecchio mondo, che aveva addirittura ideato Gilead convinta che solo un’idea assolutistica di famiglia a servizio dello stato avrebbe ridato alle donne la loro vera natura e dignità. Viene smentita fin dalla prima notte di nozze “riformate” con l’Alto Comandante Wharton (Josh Charles): nessun uomo può rispettare una donna davvero se il sistema è intrinsecamente maschilista e non paritario, e Wharton si era procurato in casa l’ancella Of-Gabriel/Christine, pienamente coerente con la logica patriarcale di Gilead, May the Lord open (RdA, 6×08).
Ostacoli assoluti: inibire l’amore.
Sfatato il mito dell’amore assoluto, annichilito ogni romanticismo nella brutalità a cui Il racconto dell’ancella ci aveva abituato, con The Testaments l’amore assoluto viene ulteriormente decostruito. Ma non avviene sotto il copricapo bianco e la mantella rossa delle ancelle, bensì nel colore morbido e quasi incantato delle Ragazze Prugna, adolescenti in attesa del menarca per diventare Mogli di Comandanti, cresciute in case meravigliose con genitori che non fanno mancare nulla in sicurezza e controllo. Predestinate a matrimoni combinati, a loro si affiancano le Promesse vestite di verde smeraldo, le Ragazze Perla impegnate nel percorso di rinascita dopo una vita depravata fuori da Gilead, e infine il marrone delle Zie. Un gioco di colori e amicizie, di chiacchiere fatte al bagno tra confidenze compromettenti e segreti inquietanti.
Stavolta non è l’amore a essere inibito, ma il suo stesso sogno a essere ostacolato. Le ragazze sanno che si potrebbe avere in sorte un marito premuroso e con il quale crescere figli. Ma sanno che ciò è pura casualità (o meglio, Praise be, il volere di un Dio reso immanente dai potenti). Penny (Ellen Olivia) ha avuto in sorte uno tra i Comandanti più potenti, Michael Judd (Charlie Carrick). Quando Penny perde il suo terzo bambino (TT, episodio 1×06), Zia Lydia (la monumentale Ann Dowd) – proprio lei, che dopo la battaglia di Boston aveva promosso la chiusura dei Centri Rossi – corre da Judd, visibilmente scosso, e gli ricorda che prima delle vicende personali (poteva mai esserci affetto per la moglie?) c’è il dovere della progenie e gli offre un’Ancella. Se anche tra Penny e Judd, personaggio affascinante e seduttivo ma ambiguo, ci fosse stata una qualche forma di tenerezza, ecco, essa sarebbe stata destinata alla soppressione.
Torna alla mente Eleanor (Priscilla Taylor), la moglie di uno dei personaggi più interessanti del RdA, il Comandante Lawrence, uno dei fondatori di Gilead. Eleanor muore suicida (RdA, 3×12), dopo essere impazzita vedendo il marito, che amava, lo stesso che conservava fiero e geloso i ricordi del loro passato tanto ricco di poesia e tenerezza, costretto dal sistema a violentare un’Ancella nelle notti della Celebrazione. Un vedere doloroso, privo di ogni forma di riscatto, perché Eleanor è buona e non matura l’astio vendicativo che molte Mogli nutrono verso le Ancelle. Eleanor non era in grado di reagire e la mente non le regge.
Penny farà la fine di Eleanor? Quando, al banchetto per il fidanzamento di Becka Chapin (Mattea Conforti) e Garth (Brad Alexander) (TT, 1×08), passa trasandata e affranta, se ne prefigura la fine? Forse no, perché Penny è cresciuta nel marcio del sistema e magari riuscirà a trovare la corazza che rimuove il dolore. Eleanor e Penny sono due figure secondarie e drammatiche, tracce incontrovertibili di dolori profondi, allocati in sensibilità forse fuori dal comune ma condannate alla sofferenza ed esposte inevitabilmente alla depressione e addirittura alla morte. Eleanor era la pena di Lawrence, il suo perenne senso di colpa: lui aveva fatto di tutto per proteggerla, fino a sfidare le leggi di Gilead. Ma non era riuscito a salvarla. Serviva con un atto di opposizione e forza? Inutile, perché il regime da lui creato era diventato troppo più forte di lui.
Eleanor e Penny sono icone umbratili di come amore, depressione e morte coincidano spesso a Gilead. Sono così prossimi che per far vivere si muore. Viene in mente Nicole/Holly, che nasce da June (RdA, 2×11), o la nascita di Noah da Serena (RdA, episodio 5×07), in contesti squallidi e solitari dove solo la forza delle partorienti sa sfidare il confine tra l’aldiquà e l’aldilà del parto. A ripagare un dramma fisiologico è l’indicibile bellezza del neonato, irrinunciabile, che stordisce, come accade alla fragile e dolce Ancella Janine Lindo (Madeline Brewer). Per far vivere, in TT, si muore. La mamma di Becka paga il peccato del marito, il dottor Richard Grove (Randal Edwards), il dentista che abusava delle adolescenti sul lettino del suo studio: viene impiccata e salva l’amata figlia adottiva. “Voglio la mamma”, piange Becka già vestita da sposa (TT, episodio 10×01). Il cappio al collo della madre è come l’anello nuziale che il giovane Comandante Garth le infila.
Domande incapsulate
Ma non ci sono più bambini al mondo e solo nel regime di Gilead si innalza la natalità. Questa è la materiale, riduttiva, innegabile verità. Così è giusto fare qualsiasi cosa pur di avere bimbi nati vivi e una donna è la mera somma delle sue ovaie e del suo utero. Può una donna essere solo il fiore dove va l’ape per fecondarla (RdA, episodio 2×10), svincolato da emozioni e sentimenti? Nel RdA si era tentati di dire fermamente no, anche quando Moira presta il suo utero per denaro e onora il suo contratto lasciando il piccolo Gavin ai genitori adottivi, con una velata malinconia (RdA, episodio 2×07). Così, posta la libertà della donna di prestare ovulo o utero (precondizione negata a Gilead dove prestare ovulo e utero era imposto), la domanda si impone: di fronte al bisogno di nuovi nati, perché non offrire pecunia alle ragazze che andavano ad abortire, anziché sottoporle a violenza psicologica e ideologica (RdA, episodio 4×04)? Non conveniva, evidentemente. Nel vecchio mondo, i fautori del colpo di stato non volevano più bambini: piuttosto, questa era la scusa nobile, che mascherava il volere la sudditanza delle donne e il dominio su di loro, sfruttando il legame più intimo al mondo che è quello tra madre biologica o adottiva e figlio.
Le domande si incapsulano e, come l’amore assoluto non esiste, non esistono risposte assolute. Ogni risposta è la sintesi di quella stessa domanda e delle sue premesse. Ma a Gilead sicurezza e controllo diventano facilmente violenza e schiavizzazione. Lì non si ragiona e dove il laccio che collega premesse e conseguenze si annoda, le conseguenze collassano e si consumano drammi.
Se togli all’amore la libertà, cosa diventa? Senza libertà, nessun sentimento vitale crea nuova vita. La ragazza prugna Agnes si innamora del suo Guardiano, poi Comandante, Garth. Lei non sa ancora di essere la figlia di June, di una ribelle, sebbene le facciano sentire spesso i suoi sporchi natali. Ma stavolta intuisce la bellezza, prova qualcosa che le prende la pancia e le arrossa le gote (TT, episodio 1×06, e anche 1×05). Nel descriverlo alla migliore amica Becka, quest’ultima capisce di provare la stessa cosa per Agnes. Il sentimento si fa fisico, pur sapendo che la sua amica è innamorata di un ragazzo. Ma Becka è sincera e vuole custodire Agnes. Suo padre specifica di non aver fatto niente “alla ragazza Perla” da cui era partita la denuncia (“I never touched that Pearl Girl!”). E alle altre amiche, aveva forse fatto qualcosa? È una sfumatura che si perde nel doppiaggio italiano, ma basta per accecare la mente di Becka e uccidere con feroci colpi di coltello l’uomo che si era dileggiato sul corpo della sua amata Agnes, su quello delle amiche – forse anche su quello suo, da piccola?
Il dramma si consuma e porta le amiche di Becka ad ammettere una verità pesante. “Ci avete mentito”, dichiara lapidaria Agnes a Zia Vidala (Mabel Li) (TT, episodio 10×01). Nessuna di loro sarà riscattata, il potere è esclusivamente maschile, meschino come quello del Dottor Grove, violento come l’amputazione della mano del guardiano che si masturbava (TT, episodio 1×01).
Intanto, però, c’è una ragazza Perla che ha scelto di lottare. Daisy (Lucy Halliday), arruolata per Mayday appena Gilead le ha ucciso i genitori adottivi, lei fuggita dal regime grazie a June (TT, episodio 1×01). June la vuole trattenere, capisce che Daisy sta agendo a rischio della sua vita (TT, episodio 8×01). Ma capisce anche che la sua vita è ormai impregnata dal senso del riscatto della libertà. Daisy sceglie di combattere. “Che Dio ti protegga”, June. “Credo che lo farà”, “I think She will”. Lei. Certo non Lui. Perché se all’amore non è concesso di essere assoluto, se anche in nessun modo potrebbe esserlo, da qualche parte un assoluto chissà se esiste. Ma se esiste, è She.
Si chiude così la prima stagione di The Testaments, come la serie madre: con la lotta per la libertà. Esperita la sua negazione più radicale, diventa chiaro che la libertà è il presupposto di ogni cosa. E se l’amore si dice in molti modi, esso diventa forte solo nella libertà. Senza libertà, chiunque si abbrutisce perché privato di relazioni buone. Anche i Comandanti finiscono per diventare animaleschi. Al contrario, se il sistema si fonda sulla libertà, le relazioni fioriscono e si creano possibilità di esistenza anche per amori profondi come quelli che portano a morire Eleanor e la mamma di Becka. Chissà fuori da Gilead, in uno stato capace di dare libertà, questa radicalità del sentimento a quali meraviglie umane avrebbe condotto.
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