Il senso della misura. Riflessioni sulle norme, sull’obbedienza e sulla disobbedienza
Speciale Maturità. Cominciamo con questo articolo di Stefano Rossetti, che indaga il cortocircuito sottinteso alla richiesta di “misurare” le soft skills, la pubblicazione di tre interventi dedicati alla griglia del colloquio dell’Esame di maturità. Seguirà un contributo della collaboratrice Martina Bastianello, che illustra una sua proposta operativa rispetto alla valutazione dell’orale, e infine un’analisi di Orsetta Innocenti sulle possibili fragilità amministrative della griglia del colloquio.
Dialogo fra il Me interno e il Me esterno
Qualcuno dirà che si tratta di un grave sintomo di affaticamento psicofisico da fine anno scolastico. Ma il pensiero che fra qualche giorno, in qualità di presidente di Commissione d’esame di maturità, dovrò coordinare il confronto fra i commissari sugli strumenti per la valutazione delle prove, e che fra questi ci confronteremo per forza sulla griglia per il colloquio proposta dal Ministero, mi riporta a Pirandello. Lo immagino impegnato nella stesura di un Dialogo fra il Me commissario interno e il Me commissario esterno: forse la lettura di questa novella potrebbe fornirci qualche lume su come valutare il “grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità” raggiunto da ciascuno al termine del percorso di studi. Perché mi sembra che senza un’autorevole guida filosofica sia alto il rischio di cadere in contraddizioni, semplificazioni, conflitti.
Il Me interno, ispirato dallo spirito del cattolicesimo socialista, sosterrebbe probabilmente che la griglia in questione, soprattutto nel famigerato indicatore n. 4, non è poi così ingestibile. A patto, ovviamente, di conoscere già il candidato. Soddisfatta questa condizione, si può pensare di utilizzarla come strumento, anche se è formulata in termini pasticciati, perché in effetti si dispone di informazioni e dati verificati sul percorso della persona che abbiamo di fronte; come accade, peraltro, ogni volta che ci troviamo a decidere il voto di condotta, sovente quello di Educazione Civica, o l’attribuzione del punteggio più alto o più basso di una fascia di credito. Sull’ottimismo del Me interno peserebbe poi anche la sua naturale tendenza a far funzionare le peggiori nefandezze immaginate dal Ministro di turno, affinata nel corso di decenni di lavoro; perché l’insegnamento – dicono i più integralisti – è una vocazione, non un lavoro.
Il Me esterno, più concreto e politico, non sarebbe affatto d’accordo. Intanto, obietterebbe, non è possibile concepire valutazioni eque e davvero condivise utilizzando come strumento di valutazione collegiale una tabella che esclude la maggior parte della Commissione (i due esterni, appunto, e il presidente) dal possesso di conoscenze e requisiti minimi per renderlo operativo. Ma più in generale, pur ammesso che sia possibile misurare e graduare con precisione concetti impalpabili come “responsabilità” e “autonomia”, come coniugare la profondità di un giudizio storico sull’evoluzione di una persona con la prestazione (immagine, se non performance) che questa persona offre di sé in pochi minuti? Infine, questi aspetti della personalità di ciascun candidato e candidata non sono forse già stati valutati dal consiglio di classe, parte del quale si troverebbe quindi a valutarli due volte?
Misurare il “grado di maturazione”?
L’indicatore in discussione è stato inserito per sottolineare l’importanza delle cosiddette “competenze non cognitive” (soft skills). Ma se è questo l’oggetto della valutazione, mi tornano alla mente le parole tanto chiare quanto nette pronunciate dalla psicologa e psicoterapeuta Silvia Bonino, ordinaria di “Psicologia dello sviluppo” all’Università di Torino, autrice di importanti pubblicazioni e studi anche nel campo dell’educazione:
Parlare di dimensione cognitiva e non cognitiva implica l’idea, del tutto errata, che esistano abilità solo cognitive e altre che non lo sono per nulla. Ma la persona umana opera in modo unitario, perché la mente, e il cervello da cui questa emerge, funzionano in modo del tutto indivisibile. Questo la psicologia già lo sapeva da tempo, e le neuroscienze lo stanno confermando. (…) Anche parlare di “soft skills” è fuorviante. La terminologia viene dall’ambito economico e lavorativo e non trova corrispondenza in psicologia, tanto meno in psicologia dello sviluppo. È quasi banale notare che i costrutti considerati sono in realtà molto “hard”.
Il problema allora, comune a tutti i Sé, commissari interni e esterni e presidenti, che si incontreranno in commissione, è misurare insieme, nello stesso momento, i fattori cognitivi, emotivi, individuali che rientrano negli apprendimenti disciplinari, unico terreno solido e condiviso da tutte le persone che fanno parte del gruppo, indipendentemente dal loro grado di conoscenza e di affettività nei confronti di chi hanno davanti, di volta in volta. Aver acquisito contenuti e metodi; essere in grado di raccordare le acquisizioni in un discorso appropriato, coerente e comprensibile; saper argomentare in modo critico e, appunto, personale: qualunque sia il giudizio che diamo sulla formulazione di questi indicatori, qui è impossibile non riconoscere l’essenza stessa del nostro lavoro e del percorso formativo portato avanti negli anni, dai “nuovi” studenti che ci troviamo davanti se siamo “esterni”, dai nostri studenti per cui siamo, o saremmo potuti essere, “interni”.
Essere e recitare, obbedire e disobbedire
I commi 1 e 2 dell’art. 22 dell’Ordinanza Ministeriale n. 54 sull’esame insistono molto sui concetti del quarto indicatore – maturità, responsabilità, autonomia – anche creando contesti discutibili sotto il profilo didattico e culturale: per esempio, c’è da chiedersi che cosa significhi, di preciso, “evidenziare il grado di responsabilità (…) raggiunto dal candidato in ordine all’acquisizione dei contenuti”. Una forte enfasi viene inoltre posta su quella che viene definita “prospettiva di sviluppo integrale della persona”, documentata nel curriculum dello studente anche attraverso “azioni particolarmente meritevoli”. Sembra quasi che si immagini l’esame come un momento in cui la dimensione del giudizio su una prova, sulla padronanza di un processo o di un’abilità, e quello su una persona – che per anni si è invitati a non confondere – finiscano invece per coincidere. Ѐ un’impostazione personalistica che si pone in continuità con le recenti Indicazioni Nazionali, soprattutto quelle sul primo ciclo, su cui giustamente si è molto discusso (si veda, per esempio, questo significativo contributo filosofico di Stefania Melotto).
Ma l’enfasi sulla personalizzazione, in particolare tramite l’esordio del colloquio, in cui il candidato “propone una breve riflessione (…) sul proprio percorso scolastico e (non c’è bisogno di dirlo, NDR) personale”, rischia di creare un effetto di recita e di performance, naturalmente insito in ogni momento di un dialogo orale di cui siano facilmente presumibili i temi e lo sviluppo. Per intenderci, si tratta dello stesso fenomeno cui nel corso del tempo è andato incontro il famoso “materiale” con cui si apriva il colloquio fino allo scorso anno: una sclerotizzazione e una fissazione in collegamenti precostituiti, proposti non perché pensati ma perché rispondenti a una logica meccanica di prestazione e, appunto, di recita.
La scelta fra essere e recitare non è un problema nuovo ed è peraltro il dilemma di fronte al quale si trovano prima di tutto i commissari d’esame, nel difficile tentativo di essere equi e obiettivi, abbandonando le abitudini e i pregiudizi che portano con sé. Nuovo invece – questo sì – è l’obbligo di giudicare una persona previsto dalla griglia ministeriale. Di fronte ad esso, sorge spontaneo il desiderio di tradurre la critica intellettuale, il rifiuto di una semplificazione alla moda, in una concreta azione di disobbedienza.
In un passato piuttosto lontano (fra il 1986 e il 1988) feci obiezione di coscienza al servizio militare armato, usufruendo di un diritto nato nel 1972 da un lungo dibattito pubblico di straordinario valore culturale, in primis grazie al lavoro di un giurista come Rodolfo Venditti.
Per questo mi colpì, lo scorso anno, l’articolo di Maurizio Maggiani in cui lo scrittore, parlando di chi si era rifiutato di rispondere al colloquio, affermava che “quei ragazzi che si contano sulle dita di una mano sono obiettori di coscienza cui andrebbe il rispetto della Repubblica”.
Oggi tocca a noi insegnanti?
Se penso a un’eventuale scelta di obiezione di coscienza all’utilizzo della griglia di valutazione del colloquio, mi sembra che sarebbe in qualche modo uno svilimento del concetto e della pratica; non per un fatto formale (la possibilità di obiettare esiste solo quando una legge la prevede), ma per una ragione sostanziale, legata alla profondità universale dei concetti e delle situazioni in cui si può pensare di opporsi in un modo così radicale.
Credo invece che certamente sussista un obbligo, professionale prima che morale, di non applicare ciecamente una norma scritta male e imposta senza alcuna condivisione con chi poi sarà costretto a farla rispettare. La disobbedienza potrà assumere molte forme, da quella estrema, che contempla l’autodenuncia e sicure conseguenze legali, a altre diverse che persone diverse potranno immaginare.
Due cose, secondo me, saranno importanti: non restare indifferenti e prestarsi come puri esecutori, da una parte; e dall’altra documentare le scelte e le idee, raccogliere testimonianze, proposte e critiche. Per unirle a quelle di chi ha già fatto sentire la sua voce, nella speranza che almeno una volta la voce di chi dissente venga ascoltata.
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