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Elias Portolu, ovvero il desiderio inaccessibile

Lo scorso mese di maggio gli amici dei Nuovi Samizdat, di cui Stefano Brugnolo faceva parte, si sono ritrovati sui Colli Euganei per ricordarlo con una raccolta di scritti e recensioni. Questo pezzo è una rielaborazione del contributo di Morena Marsilio e lo pubblichiamo a un anno dalla morte.

A Stefano

 che amava la Sardegna

In Elias Portolu (1903), il romanzo che apre la fase più matura della sua produzione letteraria, Grazia Deledda rappresenta l’amore proibito tra il giovane pastore Elias, rientrato in famiglia dopo aver scontato in continente un periodo di reclusione per abigeato, e la fidanzata del fratello maggiore Pietro. Il sentimento, tormentato ma irrefrenabile, sembra portare il presagio della colpa e l’ineluttabilità dell’espiazione già nel nome della ragazza, Maria Maddalena, e nella sua bellezza: la sua apparizione suscita infatti in Elias un «colpo al cuore» e subito gli sembra «piacentissima […]. Il corsetto rosso-scarlatto, aperto sulla candida camicia, e il fazzoletto fiorito d’orchidee e di rose, la rendevano abbagliante» (G. Deledda, Elias Portolu, Milano, Mondadori, 1984, p. 60). La vitale presenza di Maddalena, la sua naturale sensualità turbano Elias, disarmato di fronte alla forza dell’eros.

Come usuale in Deledda, il lieto fine non corona la vicenda, che conoscerà, invece, tutte le sfaccettature della tragedia: dall’amore incestuoso tra i cognati alla morte di Pietro e, ancora più dolorosa, a quella del bambino che Maddalena ha avuto da Elias.

Se la si guarda così, semplicemente badando al plot, la storia narrata in Elias Portolu sembra sospesa tra il romanzo d’appendice, genere a cui la giovane Deledda aveva avuto accesso nella congerie di letture disordinate che ne aveva caratterizzato la formazione, e la fortuna coeva dei romanzieri russi: ma si tratta di uno sguardo quantomeno riduttivo, volto a negare all’unica scrittrice italiana finora insignita del Nobel, esattamente un secolo fa, una originalità e una tenuta che la sua scrittura mostra, ancor più a distanza di tempo.

Dunque, per capire la cifra della narrativa di Deledda attraverso le vicende di Elias e Maddalena, possiamo seguire le tracce che Stefano Brugnolo indicava in occasione del Convegno nazionale di Sassari del 2007, interrogandosi sulla ragione per cui «tira tanto vento nei romanzi di Deledda»:

il vento proviene da lontano, di là dal mare, dal continente, dalle metropoli, – scrive – ed è il vento della modernità, e cioè fondamentalmente dell’individualismo. (S. Brugnolo, Perché tira tanto vento nei romanzi di Grazia Deledda in «Grazia Deledda e la solitudine del segreto. Atti del Convegno nazionale di studi. Sassari, 10-12 ottobre 2007», a cura di M. Manotta e A. M. Morace, Nuoro, Edizioni ISRE, 2010, pp. 55)

Elias Portolu è il rappresentante per antonomasia della modernità deleddiana: personaggio sospeso, destinato al fallimento, a seguito del periodo trascorso in continente non sa più rientrare in un mondo atavico e bloccato, dal quale finisce per autoescludersi. La Sardegna della scrittrice è, infatti, una terra caratterizzata da un vuoto storico: non c’è, per i suoi personaggi, una prospettiva di evoluzione e crescita condotta all’insegna dell’iniziativa personale, dell’intraprendenza e dell’autodeterminazione. In nome di questo vuoto di iniziativa sociale e culturale, Deledda può giustamente essere considerata un’esponente di quella letteratura delle periferie, indagata da Stefano nel saggio ”L’idillio ansioso”.

In particolare nel caso di Elias, la detenzione è coincisa con la lettura ripetuta del libro della Settimana Santa che gli terrà compagnia, una volta a casa, anche nella solitudine della tanca e sarà determinante per il suo destino:

Aveva portato con sé tutti i libri che possedeva, ma non crediate che questi volumi formassero una biblioteca: erano: il libro della Settimana Santa, alcuni volumetti religiosi che gli erano stati distribuiti in quel luogo, la Battaglia di Benevento, opuscoli di poesie sarde e un vecchio erbario illustrato. Li nascose in un luogo ben sicuro e riparato, sotto una roccia, in un boschetto di sambuchi, suo favorito luogo di riposo (G. Deledda, Elias Portolu, cit., 86).

Non è un dettaglio marginale, questo: in genere l’atto del leggere è figura, nelle storie di Deledda, di un processo di problematizzazione e di allontanamento dal mondo di origine. Tuttavia i personaggi che si impadroniscono del codice scritto – da Elias a Cosima negli omonimi romanzi, da Anania in Cenere a Jorgi in Colombi e sparvieri – non sono poi in grado di ricomporre una propria identità.

Nel romanzo in questione, ciò sarà evidente nella scelta del sacerdozio vissuto da Elias come fuga dall’incapacità di contrastare le norme del mondo in cui è cresciuto: rivendicare il diritto all’amore davanti al fratello, alla famiglia, al paese intero è impossibile. Ancora a pochi giorni dalle nozze di Pietro e Maria Maddalena, incapace di «rivelare quella cosa» (p.98) ai parenti, Elias si tormenta in mezzo alla tanca:

Intanto Elias, dall’alto della roccia, con gli occhi vitrei e come affascinati dal puro splendore della luna, restava immobile, immerso in confuse visioni. […] Il vento leggero che stormiva nei boschi, lontano, gli sembrava una voce confusa, ora dolce, ora paurosa. Che diceva? Che diceva, il vento? Che mormorava la selva? (Ivi, p. 104)

Per questo, dopo aver varcato la soglia dell’incesto con la cognata, narrata peraltro con l’efficace espediente della reticenza («Egli entrò e chiuse l’uscio; ed ella, che avrebbe potuto gridare e salvarsi, tacque e non si mosse», p. 138), il sacerdozio sembrerà a Elias l’unica soluzione possibile. Eppure si tratta di una scelta dettata dall’ipocrisia, come gli viene fatto notare da Zio Martinu, personaggio solitario e saggio, che era stato capace di leggere l’animo del giovane fin dal primo impulso amoroso verso la futura cognata:

L’uomo che si fa sacerdote non deve respingere solo il male, ma fare il bene. Deve vivere tutto per gli altri, deve,in una parola, farsi prete per gli altri e non per sè. Mentre tu ti fai prete per te solo, per salvar l’anima tua, non quella degli altri. Pensaci bene, Elias Portolu (Ivi, p. 117)

È condensato in questa frase l’individualismo che permea Elias; si tratta dell’attitudine egoistica e fallimentare con cui questo personaggio cerca di rispondere all’assenza di autodeterminazione patita nel passaggio da un mondo arcaico e fossilizzato a una modernità solo presagita sotto forma di passione eversiva:

La Sardegna […] è immediatamente una periferia rispetto all’Europa moderna di cui pure fa parte, e lo è in definitiva rispetto al sistema-mondo moderno e industriale. Essa può perciò essere utilmente messa a confronto con altre vicine e lontane periferie o provincie, magari con quelle raccontate in romanzi russi o latino-americani. (S. Brugnolo, L’idillio ansioso. “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e la letteratura delle periferie, Avagliano Editore, 2004, p. 6)

Anche la scrittura di Deledda si inserisce a pieno titolo, insomma, in quella costellazione di autori che rappresentano le periferie minacciate dalla modernità: dalla Sicilia di Tomasi di Lampedusa alla città fantasma del Messico di Rulfo, dalla campagna russa premoderna di Turgenev per finire con la Macondo di García-Márquez.

Non sarà un caso, allora, che nei primi sette capitoli del romanzo predominano gli spazi aperti e selvatici della tanca, dove Elias – ora fuscello, ora canna – può lasciarsi andare alle visioni e ai sogni di un amore impossibile; viceversa negli ultimi capitoli prevalgono gli ambienti chiusi: nella clausura del seminario Elias, scrive Deledda, «s’era abituato alla vita chiusa, all’obbedienza cieca, alla disciplina» (Ivi, p. 165). Le ultime scene, poi, si svolgono a casa Portolu, nella stanza dove giace il corpicino del figlio di Elias e Maddalena. Il prete novizio, convocato per il nuovo lutto che ha colpito la famiglia, in una sorta di delirio, guarda alla morte di suo figlio come alla purificazione dalla colpa compiuta e alla possibilità di darsi esclusivamente al Signore:

Finalmente, finalmente era solo col suo bambino; nessuno più poteva toglierglielo, nessuno più poteva mettersi tra loro. E sul suo infinito accoramento sentiva calare un tenue velo di pace, e quasi di gioia – simile alla vaporosità di quella misteriosa notte autunnale – perché l’anima sua si trovava finalmente sola, purificata dal dolore, sola e libera da ogni umana passione, davanti al Signore grande e misericordioso. (Ivi, p.192)

È l’explicit del romanzo e tutto avviene nel chiuso di una stanza, proprio là dove il vento della modernità non può soffiare.

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