“Le Leonesse di Vergine Maria” e la pedagogia civile di Ambrosecchio
Che cosa significa fare scuola oggi, in una periferia segnata dalla storia della speculazione edilizia e dalle disuguaglianze sociali? Che cosa significa insegnare storia e geografia quando la materia stessa della città — il cemento, le macerie, il mare negato — diventa documento e prova? È da queste domande che prende avvio Le Leonesse di Vergine Maria (Mesogea, 2025) di Vanessa Ambrosecchio, libro singolare che si colloca in una zona di confine fra narrazione, reportage e riflessione civile.
Il dispositivo narrativo è semplice ed egualmente politico: una docente, la stessa Ambrosecchio che per oltre vent’anni ha insegnato nella borgata marinara dell’Arenella, conduce con i suoi studenti una ricerca sul territorio della borgata palermitana limitrofa di Vergine Maria. La didattica diventa così indagine storica e la scuola il luogo in cui la memoria collettiva pu essere interrogata e restituita. Si badi, non si tratta di un espediente narrativo, ma della vera chiave epistemologica del libro: la conoscenza nasce dall’attraversamento critico degli spazi vissuti.
È allora il capitolo A scuola dentro e fuori il cuore dell’operazione letteraria e didattica di Ambrosecchio che in queste pagine dichiara tutto il suo intento pedagogico –
Tutto cambia per non cambiare. Possibile sia questa la morale della storia che hai deciso di scrivere con i tuoi alunni? […] Dove li vuoi portare? Dritto nella rada dello sconforto, della rassegnazione? O sulla rampa di lancio della fuga? O peggio, vuoi dargli conferma di una consapevolezza che già passa nel cibo che mangiano, nell’acqua che bevono, nell’aria che respirano da quando sono nati, che i politici fanno schifo e sono buoni solo a essere usati per quel che ti serve, e pazienza se poi saranno loro ad abusare di te, e questa no, non è mafia, questa si chiama sopravvivenza? E tu che vuoi fare, dargli torto? Dar torto ai loro padri che lavorano ai Cantieri navali un mese sì e tre no, alle madri che si sbattono a servizio? Ai loro futuri spezzati prima di cominciare, perché solo due su dieci di quelli che lo vorrebbero avranno la possibilità di continuare a studiare?E tuttavia il sacco di Palermo è storia, è geografia, è tecnologia, educazione civica, scienze, arte. È il loro ieri e, basta guardarsi intorno, il loro oggi, forse anche domani. E la scuola cos’è, se non l’educazione a una lettura prospettica e pluridimensionale della realtà? E se prima o poi dovranno misurarcisi, meglio qui, entro la cinta dei valori democratici, affinché a insorgere sia l’indignazione, non l’acquiescenza. (pagg. 52-53)
Ambrosecchio ricostruisce una vicenda rimossa dalla memoria pubblica, quella della discarica abusiva sorta sul litorale della borgata negli anni del cosiddetto “sacco di Palermo”, dove le macerie della città prima bombardata e poi violentemente trasformata dall’edilizia speculativa vennero scaricate a mare. In questo scenario si consuma nel 1964 la morte di due bambini, Rosaria Busalacchi e Settimo Di Trapani, travolti da camion impegnati nello sversamento dei detriti. Ultime giovanissime vittime di una vera strage di innocenti che si consum tra Arenella e Vergine Maria dal ’61 al ’64. Da quel trauma nacque una mobilitazione popolare guidata soprattutto dalle donne della borgata: le “leonesse” del titolo, protagoniste di una resistenza civile che culminerà perfino nell’occupazione di Palazzo delle Aquile.
Il libro evita con decisione la deriva del romanzo storico di larga circolazione, oggi spesso modellato su una struttura feuilletonistica che intreccia drammi privati, figure femminili esemplari e un finale consolatorio di riscatto. Nonostante il titolo possa far pensare ad una narrazione di quel tipo, Ambrosecchio sceglie una strada politicamente esigente. Il risultato è un vero e proprio reportage narrativo, dove la ricostruzione documentaria convive con l’elaborazione letteraria. In questo senso il libro si inserisce in una tradizione ben riconoscibile dei reportage narrativi sulla Sicilia. Il riferimento corre a Notizie del disastro di Roberto Alajmo o a Spaesamento di Giorgio Vasta, ma ancora più evidente è il richiamo alla grande stagione del giornalismo militante rappresentata da Terra di rapina di Giuliana Saladino, libro che qui riaffiora come modello esplicito: scrive più volte Ambrosecchio, una strada sei. Uno sbocco in un mare di calce. Terra di passaggio sei, terra di scarico e munnizza, terra di rapina.
Ci che mancava, tuttavia, era proprio questo tassello: un racconto letterario capace di mettere a fuoco la trasformazione violenta del paesaggio palermitano, la cementificazione e deformazione della Città, la vista dei condomini-pollaio, di erezioni cementizie (pag. 10) che ha cancellato ville liberty, giardini e tratti di costa. Il libro restituisce con forza visiva questo processo di distruzione. La discarica di Vergine Maria appare come una gigantesca necropoli urbana, dove affiorano tronchi di pilastri, nervi di ruggine, denti di argilla, ossa di cemento, teschi di calcestruzzo ovvero i corpi delle case bombardate durante la guerra e i cadaveri delle ville liberty macinate dal sacco di Palermo (pag. 57). Il materiale di risulta che si fa archeologia del disastro.
Al racconto della Città e della sua deformazione, Ambrosecchio non è nuova, Le Leonesse di Vergine Maria è solo l’approdo maturo di una lunga riflessione su Palermo che passa dal romanzo distopico Cosa vedi (il Palindromo, 2018) sul centro sventrato da ruspe e trivelle inneggianti la Città Nuova fino ad arrivare al reportage Non ci volevo venire apparso su The Passenger Sicilia (Iperborea, 2024) che della sua esperienza da insegnante all’Arenella parla. E sono proprio gli studenti, i palermitani, i siciliani tutti ma anche gli altri e gli insegnanti che per primi farebbero bene a leggere Le Leonesse di Vergine Maria –per capire che vuol dire fare ed essere davvero scuola. E che insegnare è imparare, sempre.
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