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diretto da Romano Luperini

La luce che manca. Epica e tragedia in un romanzo di Nino Haratischwili

Tbilisi, 1987. La luce della sera le si impigliava tra i capelli. Ce l’avrebbe fatta, avrebbe superato quell’ostacolo, avrebbe premuto con tutte le sue forze il corpo contro la cancellata, che avrebbe continuato a opporre una debole resistenza. Sì, avrebbe forzato quell’ostacolo non solo per se stessa ma anche per noi tre, per aprire la strada verso l’avventura alle sue inseparabili compagne.

Per una frazione di secondo trattenni il respiro. Osservavamo a occhi spalancati la nostra amica che si trovava tra due mondi: un piede ancora sul marciapiede di via Engels, l’altro già nel buio del cortile dell’Orto botanico; oscillava tra il lecito e il proibito, tra il prurito dell’ignoto e la monotonia del consueto, tra la strada di casa e l’azzardo. Era la più coraggiosa di noi quattro e ci stava aprendo un mondo segreto in cui lei sola era in grado di farci entrare, perché per lei inferriate e recinti erano privi di significato. Era Dina, che nell’ultimo anno di quel secolo di piombo, malato e boccheggiante, sarebbe finita con un cappio al collo, un cappio improvvisato con la fune di un anello da ginnastica.

(N. Haratischwili, La luce che manca, Marsilio 2023, p.13)

Tra poema e tragedia

Arriviamo a vedere La luce che manca con qualche ritardo sulla sua apparizione; e ad averlo determinato non sono soltanto le dimensioni del romanzo (700 pagine) o l’estensione temporale della vicenda (circa trent’anni). La luce che manca impone al lettore il suo stesso respiro, ampio e profondo, e richiede cura e comprensione, cura e pietà, cura e sospensione del giudizio; e non sempre sappiamo respirare a quel modo, né sempre sappiamo ormai prenderci cura, esercitare la pietà – mentre, in una escalation di arrogante e dozzinale onniscienza – pensiamo di sapere sempre esercitare il giudizio. Questo romanzo non predica la misericordia, non piatisce commiserazione, non pretende di rifondare le categorie di giudizio: vasto come un poema e lacerante come una tragedia, conquista l’attenzione di chi legge con l’evidenza senza scampo della Storia e con la resilienza di chi le sopravvive.

Racconta le vicende di quattro giovani georgiane – Dina, Nene, Ira e Qeto – lungo un arco di tempo che, dalla vigilia della dichiarazione di indipendenza della Georgia dall’URSS (1991), attraversa le guerre che hanno segnato dolorosamente l’intera regione, dai conflitti con l’Ossezia e l’Abkhazia (1991-1994) fino alla invasione russa (2008). Qeto, Nene e Ira, vent’anni dopo il suicidio di Dina (anticipato senza riserve nella prima pagina), si ritrovano, loro malgrado, a ripercorrerle: una imponente retrospettiva mette in mostra a Bruxelles i lavori di Dina Pirveli, straordinaria fotoreporter sui fronti di guerra, ma anche testimone sensibile e spregiudicata della piccola comunità dalla quale proviene. Il racconto tuttavia non è incentrato soltanto sulle quattro amiche, né è ‘soltanto’ un romanzo di formazione, né è ‘soltanto’ un romanzo storico. L’autrice (nata a Tbilisi, residente a Berlino e oggi scrittrice fra le più apprezzate della letteratura contemporanea tedesca) in apertura, a precedere il primo dei quattro Libri in cui il romanzo si suddivide, pone significativamente le dramatis personae; ed è qualcosa di più di un semplice elenco:

Il vicolo delle Vigne, nel cuore di Tbilisi, è il microcosmo di affetti, rivalità, relazioni che la Storia trasforma cinicamente in un detonatore, scagliandone con violenza gli abitanti oltre i confini circoscritti del quartiere, eliminandone gran parte, disperdendone i superstiti. I legami fra queste persone sono tali da non consentire ad alcuna fra loro di salvarsi o di perdersi da sola. Sono legami di sangue, d’amore, di affari, di vendette consumate o incompiute; affinità intellettuali e complicità criminali; promesse solenni e patti incresciosi; ma comunque legami, indissolubili anche quando la Storia interviene a toglierne di mezzo i contraenti. Sono gli eventi della Storia – mai il Caso né il Caos – a forzare il perimetro di un vicolo, di un quartiere, di una città, di un’intera nazione. Non c’è posto in questa narrazione per la fatalità: per ogni accadimento c’è un responsabile, che decide in base a criteri variabili (amore, lealtà, profitto, orgoglio, potere…) ma mai casuali. Le decisioni di uno determinano senza eccezioni le sorti degli altri, anche degli innocenti, perché «il mondo non ha perdonato quel talento per l’innocenza» (p.534) che è ancora non solo dei bambini e delle ‘anime belle’, ma di chi sceglie consapevolmente di non nuocere e per questo incredibilmente finisce per nuocere – e non solo a sé.

Per questa strada il romanzo di Haratischwili (da qualcuno accostato alla grande tradizione narrativa russa ottocentesca) assume le dimensioni epiche di un grande interrogativo esistenziale sull’identità di un popolo e di ciascuno; sul destino dei singoli nel momento in cui si disfa quello della comunità.

Narratrice romanzesca. Protagonista tragica.

E tuttavia tragica è la vicenda raccontata; e del resto, scrive Aristotele, «tutti gli elementi del poema epico si trovano nella tragedia» (Poetica, 5). Ma la voce narrante è moderna. È la voce in prima persona di Qeto, che conosce gli eventi per esserne partecipe, artefice, vittima, e che tuttavia si rifiuta di dichiararsi protagonista: instancabile nel racconto, si ritaglia il ruolo di inetta nell’azione. Qeto mantiene ostinatamente questa postura fino al sottofinale, quando finalmente rivela a se stessa e alle amiche la sua sofferenza di mediatrice di trame: tanti sono infatti i fili che la narrazione è costretta a intrecciare (potremmo dire: almeno uno per ognuno dei nomi che compaiono fra le dramatis personae) perché tante sono le persone che esigono racconto: le meravigliose nonne poliglotte di Qeto, il suo papà, scienziato disilluso e amante del jazz; la mamma di Dina, single e artista mancata; il mite Guga, primogenito ‘sbagliato’ in una famiglia di boss; il dolcissimo Saba, amante ostinato di Nene; la bellissima Anna, che «ha scelto la follia per essere libera» (p.610)… E di tutte queste persone Qeto si sente, fin da ragazzina, responsabile; delle loro vicende sempre, anche irrazionalmente, colpevole.

Il ruolo da protagonista è dunque da principio ceduto a Dina, amica geniale suo malgrado: «Hai sempre avuto un’opinione esagerata di me, una visione distorta che mi fa apparire migliore» (p.566). Spericolata e audace, anticonformista e libera, Dina esordisce nel racconto come una forza della natura, infaticabile e autentica. Centro propulsore di ogni iniziativa delle amiche, è delle amiche custode sollecita e al contempo da loro risolutamente indipendente. È amata pazzamente tanto da Rati (fratello di Qeto) quanto da Zotne (fratello di Nene), già rivali per il predominio sul quartiere e la gestione di affari sempre più illeciti. Da questa posizione di assoluta preminenza la vediamo precipitare verso l’annientamento di sé, come un Aiace cui sia negato l’onore delle armi: «sul tipo insomma di coloro che finirono sventuratissimi, mentre dapprima erano in grande reputazione» (Aristotele, Poetica, 13). Le altre, per quanto in mezzo a grandi sofferenze, riescono a riemergere: Nene, istintiva, stravagante e sensuale, scontato con gravissima pena il suo essere figlia, nipote, sorella di boss, si concede l’amore che le era stato negato; Ira, rigorosa, determinata, intelligente, ambiziosa, disperatamente innamorata di Nene, va a studiare negli U.S.A. e diventa una importante avvocata; Qeto frequenta l’Accademia di belle Arti, ma rinuncia a dipingere scegliendo per sé un percorso difficile e significativo di restauratrice («nessun tempo è ripetibile, per questo ogni restauro è la conservazione di un pezzo di presente che ha dentro di sé un pezzo di passato», p.201).

Dina no, non riemerge: duramente segnata dalla guerra, la sua stessa persona diventa campo di battaglia nello scontro tra clan rivali e lei, impotente a salvare le persone che ama, incompresa nel suo amore, sceglie il sacrificio di sé.

Eppure da quel sacrificio germoglia, vent’anni dopo, una speranza. La mostra fotografica è un’occasione mondana per un pubblico radical-chic che vorrebbe acquistare un pezzo di valore o esibire una composta quanto distante partecipazione verso una guerra troppo presto archiviata. Ma per le tre amiche, divise (ma anche unite) da segreti inconfessabili, tradimenti, delusioni, quella mostra è l’evento atteso per ritrovarsi, parlarsi e dare un senso al dolore.

«Ma voi come fate? Io non riesco a smettere di pensare alla morte, a tutto l`orrore che mi sono ritrovata davanti alla mostra.»

Tacciono e mi guardano. Nene si accende una sigaretta.

«C’era anche tanta bellezza, Qeto» dice, e i suoi occhi sono così pieni di gentilezza e comprensione che vorrei posarle la testa in grembo e lasciarcela per tutta la notte. «Non puoi separare le due cose. Prima ancora di avere venticinque anni avevamo visto e vissuto ben più di quanto la maggior parte delle persone vede e vive in tutta la vita. A volte sono quasi grata per quelle esperienze.»

La guardo stupita e mi chiedo come faccia a dire una cosa del genere, come faccia a provare gratitudine per tutto quello che la vita le ha fatto passare. Ma allo stesso tempo penso che vorrei avere il suo stesso atteggiamento conciliante e la sua stessa capacità di trasmetterlo.

«Mi dispiace, ma io rinuncerei a tutto quello che è successo, senza battere ciglio.»

«Non è vero» ribatte, alzandosi con un gemito dal marciapiede. «Non rinunceresti nemmeno a una virgola.»

«Perché no? La violenza, la paura, le perdite, la guerra, le morti senza senso…. Di cosa dovrei sentire la mancanza?»

«Di tutta la vita che abbiamo avuto» risponde Ira, e per una volta pare che lei e Nene la pensino nello stesso modo.

«Vero. La vita e l’amore. Quanto sei stata amata e quanto hai potuto amare. Non pensi che anche questo sia stato un dono?»

«Quale amore?»

«Il nostro, per esempio» dice guardandomi negli occhi un po’ delusa. E io abbasso lo sguardo. (p.637)

«Ed anche se afflitti, lasciamo comunque dormire nel cuore i dolori» (Iliade, XXIV).

Trame, intrecci e nervi scoperti

Impossibile isolare un unico filone narrativo: le azioni di ogni personaggio sono – come si è visto – strettamente vincolate a quelle di almeno altri tre o quattro; sicché, più che parlare di intreccio, dovremmo parlare di intrecci, al plurale. Ma impossibile anche tracciare una unica trama, poiché il romanzo racconta in verità più di una storia accanto alla Storia e lì risiede, appunto, il respiro ampio di cui si diceva al principio, e l’imponenza della visione complessiva. Tuttavia possiamo fare un tentativo per individuare alcune linee di percorrenza della narrazione, come fossero i nervi scoperti che la attraversano, di chiunque stia raccontando. Ci limiteremo alle tre che ci sono sembrate più evidenti e per ognuna cercheremo il supporto del testo, senza aggiungere troppe parole a quelle misurate e schiette, dolenti e ferme di Haratischwili.

La prima è certamente la responsabilità individuale nel groviglio degli eventi della Storia. Qui Qeto ne parla con il suo papà, precocemente invecchiato, alla vigilia della sua partenza per Kiev, dove si reca per un restauro, accompagnata dai sensi di colpa per quello che lascia dietro di sé:

«Ho fallito, Qeto, mi dispiace. Mi dispiace non essere riuscito a proteggervi.»

«Proteggerci da cosa?» chiesi, perché certe frasi sentimentali non erano da lui, e aspettai la risposta.

«Dalla violenza. Una violenza incredibile, totale. Non doveva succedere. La nostra cosiddetta intellighenzia ha fallito, ha dimostrato di essere impotente di fronte a questa violenza. E anche noi, che ci siamo nutriti dei miti sovietici, che siamo cresciuti lontano da ogni realtà, che siamo rimasti sempre nel nostro piccolo cosmo, abbiamo dimostrato di essere impotenti, di essere dei falliti che non sono riusciti a ottenere nulla, a impedire nulla. Tutto qui. Ogni tanto penso che dev’essere successa la stessa cosa alla nobiltà, gentaglia decadente che dava per scontati i suoi privilegi prima che i bolscevichi bussassero alla sua porta e la condannassero a una brutta fine. Ah, Qeto. vorrei capire chi ha ragione: il testimone muto, che non fa nulla e finisce per essere lui stesso vittima del sistema, oppure l’oppresso, che afferma il suo diritto di decidere cos’è il bene e cos’è il male ed è assetata di sangue. Non lo so e vorrei saperlo, e forse sarà la storia a darci la risposta, ma a quel punto io non ci sarò più.» (p. 616)

La seconda è l’amore: sofferto, negato, frainteso, appassionato, struggente, sincero, declinato in ogni possibile forma, si annida sempre come ‘questione privata’ nel cuore delle questioni ‘grandi’ e comuni; e le avvolge protettivo, o le travolge come un cataclisma. Qui riportiamo le parole di Rezo, brusco e raffinato storico dell’arte che insegna a Qeto il restauro; e anche l’amore:

«Ma sbagliamo se pensiamo di essere abbastanza per una persona, di essere il suo unico mondo. Anche se la amiamo intensamente dobbiamo lasciarla libera, è lei che deve voler stare con te. E se non è così, allora non era destino. Abbiamo tutti talmente tanti desideri e nostalgie che nessuno di noi potrebbe mai soddisfarli da solo, sarebbe un peso insostenibile.»

«Non tutti la vedono così…»

«Sono fantasie stupide di un romanticismo kitsch che affossa da sempre l’umanità. Ma in una società sana, in un paese intatto, il desiderio d’amore non dovrebbe essere mai in contrasto con la realizzazione di sé» (p.400)

La terza è la difesa strenua della bellezza, anche nell’orrore:

Forse avremmo dovuto smetterla di illuderci. Avevamo rinunciato da tempo a ogni ambizione di civiltà ed eravamo tornati a un’oscurità primitiva, i principi morali ci erano del tutto estranei. (…)  Pensai alla mia professoressa che ogni giorno, instancabile, parlava della bellezza dell’arte e si  entusiasmava per l’oro magico di alcune icone. Esistevano persone che non erano ancora diventate bestie. E non solo perché non ne avessero avuto l’opportunità, ma perché avevano scelto di non esserlo, e avevano difeso questa scelta con tutte le loro forze e contro ogni eventualità. Avevamo un’alternativa, tutti hanno un’alternativa. (pp. 368-369).

Anche noi proveremo a cercarne una nella bruttezza e nell’orrore che credevamo non avremmo visto mai più.

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