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diretto da Romano Luperini

Tantum potest religio. Note di lettura sulla ‘Capinera’ di Verga

Storia di una capinera: caratteri tardoromantici e modelli letterari

Ho avuto il coraggio di leggere per intero, sulla scia di lontani ricordi scolastici, uno dei romanzi giovanili di Verga, il più famoso: Storia di una capinera. Un coraggio parzialmente ripagato, per vari motivi. Intanto perché una lettura del genere aiuta a capire la distanza tra letteratura di maniera (e di consumo) e grande letteratura. E poi perché, nel caso paradossale, ma non unico, di Verga, questa distanza la si coglie confrontando l’autore con se stesso: il prima e il dopo della sua produzione. E si scopre che, se si fosse fermato al prima, Verga sarebbe rimasto per noi un autore minore. Più che dignitoso, ma comunque minore.

Nella Storia di una capinera c’è ancora, infatti, molto di quello che un lettore colto medioborghese di metà Ottocento poteva aspettarsi da un romanzo, cioè quell’armamentario tardoromantico fatto di: amori infelici e fatali, tormenti interiori, triangolazioni sentimentali, insuperabili conflitti familiari, oppressivi condizionamenti sociali e religiosi, topoi idilliaci – consolatori o simbolici – a sfondo naturalistico, ecc.

Il tema della monacazione forzata, inoltre, era già discretamente diffuso nella letteratura dell’epoca e consacrato dalle pagine memorabili del Manzoni così come la confessione epistolare tragicamente conclusa segue la linea nota Werther-Ortis; si aggiunga che il motivo della donna reclusa perché ribelle e irriducibile a convenzioni, imposizioni, soprusi, era altrettanto presente nella produzione romanzesca di quel secolo. Presente e a volte ambiguamente connotato, laddove la tragedia sociale dell’oppressione ingiusta tende a proporsi (e a mascherarsi) con lo stigma della follia di genere sistematicamente repressa o nascosta (penso per quest’ultimo caso ad alcuni personaggi femminili in Jane Eyre di Charlotte Bronte o in Tempi difficili di Dickens). Nell’opera, scritta in un visibile stile toscaneggiante, affiorano altresì, non di rado, vari e riconoscibili echi letterari famosi, antichi e moderni, che la critica ha in buona misura rilevato. Per parte mia segnalerei, in aggiunta, qualche accento leopardiano:

«Poi si udì una carrozza; i cavalli avevano le sonagliere; sai come è allegro il rumore delle sonagliere […] e un’allegra voce, una fresca voce di donna, che cantava una di quelle canzoni popolari che non hanno senso comune e commuovono tanto […] perché era allegra colei? a che pensava? al suo villaggio natale? alla messa della domenica? al piazzale della chiesuola stipato di giovinotti vestiti a festa?» (Storia di una capinera, a c. di S. Rota Sperti, Feltrinelli, Milano 2011, p. 75 [Lett. del 26 agosto 1855])

e qualche cospicua traccia, probabilmente mediata, della sindrome saffica dell’innamoramento:

« non ci vedevo più, provavo le vertigini, sentivo un ronzìo alle orecchie… mi sembrò… che mi bruciasse il sangue in tutte le vene, che mi facesse scorrere un’onda di gelo sino al cuore!» (p. 28 [Lett. del 1 ottobre 1854])

«Tu non sai che voce egli abbia! Io lo riconobbi subito: mi sembrava che il cuore mi scappasse dal petto, Bisognava rimaner lì, non è vero?… malgrado che mi fossi fatta di brace, malgrado che tremassi tutta» (p. 34 [Lett. del 16 novembre 1854])

Miscuglio romantico e iperletterario, dunque, in cui Verga dosa ingredienti piuttosto forti e di sicuro impatto diluendoli a tratti in una temperie sentimentale dal retrogusto un po’ languido e stucchevole nella sua prevedibilità. L’esatto opposto, direi, dell’impeto sensuale e della libido primitiva che imperverseranno, in una potente concentrazione, ne La lupa.

La capinera è una ragazza per bene irrimediabilmente succube del ‘sistema’, moralmente irreprensibile nei suoi casti deliri di innamorata. Una che quel sistema lo ha completamente introiettato. E che non può perciò che lasciarsi pian piano distruggere dalla propria legittima e pervicace ma impotente – tutta interiore – velleità di resistenza. Nulla di confrontabile, non dico con le donne di Flaubert o di Tolstoij, ma nemmeno con il grande, ambiguo, torbido modello della Gertrude manzoniana.

Non va però escluso che il linguaggio castigato e convenzionale dell’opera, quella accesa ma manierata temperie sentimentalistica, quella remissività psicologica appartengano più al personaggio e alla cultura della sua classe sociale che all’autore. Bisogna, cioè, mettere sul piatto della bilancia del giudizio estetico di questo romanzo il peso di una intenzionale verosimiglianza ‘etopoietica’, come la chiamavano gli antichi, e della concomitante esigenza di una mimesi psicologico-espressiva: ovvero chiedersi se quel distacco da se stesso che produrrà i suoi capolavori veristici non possa essere qui, pur nella forma monologico-epistolare e in un linguaggio letterario ancora tradizionale, già ben avviato.

La Capinera di Verga e l’Ifigenia di Lucrezio: un possibile parallelo intertestuale

Il meglio di questo romanzo si trova, a mio parere, in alcune pagine della parte finale, dove l’escalation emotiva si fa più intensa e dirompente. Culmine indiscusso ne è la lettera del 7 aprile 1855, dove Maria, la protagonista scrivente, racconta con sgomento la cerimonia della propria monacazione:

« [….]Ho assistito ad uno spettacolo solenne, ma mi pare che non sia stato per me… Mi pare che io sia stata presente come tutti gli altri ad un funerale, ad una lugubre cerimonia religiosa […] Ho visto tutti quei lugubri apparecchi che stringono il cuore, e si trattava di me?… ed ero io che morivo? […] Tutta quella gente vestita a festa, tutti quei suoni, tutti quei lumi erano per me?… Ed io ho potuto acconsentire a morire?… Ho voluto morire?…   M’avevano abbigliata da sposa, col velo, la corona, i fiori; m’avevano detto ch’ero bella. Dio mel perdoni!… io ne fui contenta soltanto per lui che mi avrebbe veduta così!… M’affacciarono alla grata della chiesa. Tu mi vedesti; io non vidi nessuno; vidi una nube di incenso, un brulichìo, molte torce che ardevano; udii l’organo che suonava. Poi chiusero la cortina, mi spogliarono di quei begli abiti, mi tolsero il velo, i fiori, mi vestirono della tonaca senza che me ne avvedessi. Io non udivo, non vedevo nulla… lasciavo fare, ma tremavo talmente che i miei denti scricchiolavano gli uni contro gli altri […] Tutta quella gente era ancora lì, guardava, ascoltava, con un’avida curiosità che mi agghiacciava di inesplicabile terrore. Mi sciolsero i capelli e me li sentii fin sulle mani che tenevo giunte; li raccolsero tutti in pugno… e allora si udì uno stridere d’acciario… mi parve che mi cogliesse il ribrezzo della febbre, ma era quella sensazione di fresco che provai sul collo allorché quella cosa fredda s’introdusse fra il volume delle mie chiome; […] Vidi mio padre che piangeva. Perché piangeva? […] Mi stesero sul cataletto, mi coprirono colla coltre dei trapassati. Tutte quelle figure nere mi circondarono; mi guardavano, pallide, impassibili come spettri, salmodiando, colle torce in mano. Tutti mi abbandonavano… anche mio padre… Gli spettri mi abbracciavano, mi baciavano, avevano le labbra fredde e sorridevano senza far rumore. Tutto ciò significava che io morivo!» (p. 62 s.)  

Sarò forse traviato dalla mia formazione classica, ma questa sinistra atmosfera di morte imprigionata dentro le forme barocche di una cerimonia fastosa, questo funerale mascherato da matrimonio mistico, questa esecuzione pubblica agghindata da festosa consacrazione mi richiamano alla memoria mutatis mutandis (cioè al netto dei tratti sanguinosi e meramente superstiziosi) il sacrificio di Ifigenia di Lucrezio, sia per alcune analogie di immagini e di motivi, sia  per una profonda sintonia di senso e, direi, di Stimmung tra i due passi. Rileggiamo Lucrezio:

Aulide quo pacto Triviai virginis aram
Iphianassai turparunt sanguine foede                            85
ductores Danaum delecti, prima virorum.
cui simul infula virgineos circum data comptus
ex utraque pari malarum parte profusast,
et maestum simul ante aras adstare parentem
sensit et hunc propter ferrum celare ministros               90
aspectuque suo lacrimas effundere civis,
muta metu terram genibus summissa petebat.
nec miserae prodesse in tali tempore quibat,
quod patrio princeps donarat nomine regem;
nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras       95
deductast, non ut sollemni more sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed casta inceste nubendi tempore in ipso
hostia concideret mactatu maesta parentis,
exitus ut classi felix faustusque daretur.                       100
tantum religio potuit suadere malorum.

(De rerum natura, I, vv. 82e sgg.)

«Così in Aulide i capi scelti dei Greci, il fiore degli eroi, insozzarono turpemente del sangue di Ifigenia l’altare della vergine Trivia. Quando la benda che le circondava i capelli virginali le cadde in pari misura sulle due guance, e Ifigenia vide il padre in piedi, afflitto, davanti all’altare, e i sacerdoti che accanto a lui nascondevano il ferro, e i soldati che a vederla piangevano, muta per il terrore si lasciava cadere a terra, in ginocchio. In quel momento non le fu d’aiuto – sventurata – l’aver donato per prima al re il nome di padre. Sorretta dalle mani degli uomini, fu portata tremante all’altare non già per compiere il rito solenne del matrimonio e uscirne accompagnata dalle fiaccole splendenti dell’Imeneo, ma per cadere vittima infelice sotto i colpi del padre, lei pura nel modo più impuro, nel tempo stesso delle nozze: tutto questo perché la flotta avesse una partenza fausta e felice. A così atroci misfatti poté indurre la religione.» (Trad. mia)

Colpiscono vari punti di contatto tra i due testi:

La centralità simbolica dei capelli della vittima nel suo solenne abbigliamento matrimoniale/sacrificale:«M’avevano abbigliata da sposa, col velo, la corona, i fiori;…mi spogliarono di quei begli abiti, mi tolsero il velo, i fiori, mi vestirono della tonaca senza che me ne avvedessi, …Mi sciolsero i capelli e me li sentii fin sulle mani che tenevo giunte; li raccolsero tutti in pugno…» (~ cui simul infula virgineos circum data comptus/ ex utraque pari malarum parte profusast);

– il suo tremore mortale e il suo muto terrore:«tremavo talmente che i miei denti scricchiolavano gli uni contro gli altriTutta quella gente…mi agghiacciava di inesplicabile terrore(~muta metu… tremibundaque ad aras /deductast… );

il ferro nelle mani dei sacerdoti:«e allora si udì uno stridere d’acciario… quella cosa fredda s’introdusse fra il volume delle mie chiome» (~ sensit et hunc propter ferrum celare ministros );

lo stato d’animo degli astanti e l’ambiguità agghiacciante della figura paterna:«Tutta quella gente era ancora lì, guardava, ascoltava, con un’avida curiositàVidi mio padre che piangeva. Perché piangeva?» (~ maestum simul ante aras adstare parentem/ sensit… aspectuque suo lacrimas effundere civis,/ muta metu terram genibus summissa petebat);

il chiarore sinistro delle torce che illuminano la scena del falso matrimonio: « Ho assistito ad uno spettacolo solenne… tutti quei suoni, tutti quei lumi erano per me?…vidi …molte torce che ardevano… Tutte quelle figure… colle torce in mano.» (~ non ut sollemni more sacrorum /perfecto posset claro comitari Hymenaeo);

Notevole, inoltre, nei due passi, la parallela, insistita sottolineatura della passività totale, sgomenta ma sempre presente a se stessa, delle due vittime. Entrambe appaiono lucidamente consapevoli della assurda fine (fisica o spirituale) che incombe e della intollerabile ingiustizia che la determina: Ifigenia ne acquisisce la spaventosa certezza di colpo (sensit) per poi lasciarsi trascinare e trucidare, muta di terrore, sull’altare dai suoi carnefici (ad aras/deductast… ut… hostia concideret mactatu maesta parentis ); Maria, invece, la realizza a poco a poco, in una sorta di vigile incubo che attraversa da spettatrice allucinata (ho assistito…ho visto….vidi… sentii… si udì… vidi mio padre) ed inerte nelle mani degli officianti (M’avevano abbigliata… M’affacciarono… mi spogliarono… mi tolsero il velo… mi vestirono… lasciavo fare… Mi sciolsero i capelli e… li raccolsero tutti in pugno…), quasi che il delitto che si sta perpetrando sulla sua persona riguardasse altri.

La monacazione di Maria come ‘moderno’ sacrificio umano

Ad un lettore non digiuno di LucrezioVerga sembra a suo modo offrire una libera riscrittura in veste cattolica dell’antico sacrificio pagano descritto nel De rerum natura. Una sua versione aggiornata e incruenta ma non meno spaventosa.

Pur senza spargimento di sangue e interamente vista attraverso gli occhi della vittima, la scena della monacazione di Maria ripresenta diversi tratti del crimine sacrilego patito da Ifigenia e la morale, per quanto sottintesa, rimane simile a quella di Lucrezio: tantum potuit religio suadere malorum.  O meglio: potest, perché in pieno ottocento, decenni dopo l’avvento dei lumi, si possono ancora perpetrare sotto il mantello della religione, per interessi evidenti ma inconfessabili e secondo usi e costumi inveterati, veri e propri sacrifici umani, specialmente ai danni delle persone socialmente più deboli.

Non è facile stabilire con certezza se e in quale misura l’episodio lucreziano di Ifigenia possa aver influenzato Verga mentre scriveva questa pagina. Quanti e quali testi della classicità egli abbia mai concretamente frequentato ci è in effetti abbastanza ignoto. Sappiamo tuttavia – e questa non è una notizia irrilevante – che ebbe in gioventù, tra i suoi istitutori, il latinista don Mario Torrisi e tra più le assidue frequentazioni letterarie del periodo fiorentino il poeta Mario Rapisardi, cultore e traduttore (noto e discusso) di Lucrezio. Considerando poi, in aggiunta alle oggettive analogie intertestuali, la fama del passo e il suo carattere di emblema del pensiero antireligioso di Lucrezio, molto apprezzato negli ambienti laici dell’epoca, mi pare difficile che queste analogie dipendano da una pura e casuale coincidenza tematica e non da una più o meno latente o consapevole ma significativa traccia mnemonica. Tanto più che nei duri argomenti polemici di Lucrezio contro la religio pagana, schiava della superstizione ed eterno instrumentum regni,potevano specchiarsi bene, mi pare, le nascenti inclinazioni positiviste e materialiste di Verga e il suo implacabile distacco dal cattolicesimo istituzionale dei propri tempi e della propria terra: quel cattolicesimo che egli avrebbe smascherato sempre ed impietosamente, nella sua opera successiva, come sistema clericale e sociopolitico di puro potere, ipocrita ed oppressivo, nemico degli ultimi ed eterno alleato del trono.

Nota bibliografica ed esplicativa

Tra i pochi contributi intorno alla presenza dei classici antichi in Verga mi limito a citare (anche perché centrato proprio sul testo della Capinera) Rodney Lokaj, …all’ombra dell’ilice nera. Reminiscenze classiche nella Capinera di Verga, Ed. dell’Ateneo, Roma 2004. E tuttavia questo saggio, molto documentato, analitico e sottile, ignora completamente Lucrezio, soffermandosi soprattutto (oltre che su vari influssi letterari moderni) su possibili reminiscenze ovidiane e catulliane. Nella biblioteca catanese di Casa Verga (il catalogo è adesso disponibile online nel sito della Fondazione Verga: https://www.fondazioneverga.it/catalogo-biblioteca-di-casa-verga/) Lucrezio peraltro compare, tra pochissimi altri classici antichi canonici, proprio nella traduzione del Rapisardi: La natura : libri 6 / di T. Lucrezio Caro ; tradotti da Mario Rapisardi, Milano, Brigola, 1880. Il fatto che questa edizione sia posteriore di un decennio rispetto alla composizione della Capinera non esclude che Verga possa aver accostato prima, almeno antologicamente, in latino o in traduzione, il De rerum natura e con esso il celebre passo di Ifigenia. Può averlo fatto già durante la sua formazione scolastica catanese come anche durante il soggiorno fiorentino: entrambi i contesti culturali (in quei momenti storici) erano infatti tutt’altro che sfavorevoli alla circolazione della poesia e del pensiero di Lucrezio. Per la formazione giovanile (laica e liberal-patriottica) di Verga si può partire dalla sintesi di R. Luperini, Verga, Laterza, Bari 19883, p. 3ss. (e relativa bibliografia) Per l’ambiente e per i contatti del periodo fiorentino, coevo alla composizione della Capinera, molto ricco e specifico è il contributo di Irene Gambacorti, Verga a Firenze. Nel laboratorio della «Storia di una capinera», Le lettere, Firenze 1994. Sulla notevole fortuna di Lucrezio tra gli intellettuali laici e positivisti del secondo ottocento italiano molto utile risulta la lettura di Alessandra Magnoni, Traduttori italiani di Lucrezio (1800-1902), “Eikasmos” XVI, 2005, pp. 409-470.

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