Inchiesta sulla letteratura Working class / 8 – Sonia Maria Luce Possentini
Dopo il ciclo di poeti continuiamo l’inchiesta sulla letteratura working class, dando voce a disegnatori e illustratrici. Oggi la parola spetta a Sonia Luce Possentini, disegnatrice di albi illustrati con un’esperienza di fabbrica alle spalle, come si potrà leggere nell’intervento con cui ha risposto alle domande che le abbiamo rivolto:
- Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?
- Come scrittore/ scrittrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
- Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?
- Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
- L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza?
- Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
Le pubblicazioni dell’inchiesta continueranno con cadenza quindicinale.
Cercherò di rispondere alle domande con un unico testo, anche se il mio ruolo in campo lavorativo non concerne tanto la presa di parola essendo per lo più di tipo illustrativo.
Sono un’illustratrice e lavoro da professionista. Non ho due lavori, ma svolgo la mia professione da venti anni.
I generi sui quali ricade il mio interesse sono le storie autobiografiche o biografiche, gli accadimenti storici e la poesia.
Anche se ultimamente lavoro di più su testi miei, mi capita di lavorare su testi di altri: ciò implica sicuramente un rapporto di fiducia con l’editor che coordina il lavoro sia dell’autore del testo sia dell’autore delle immagini, poiché entrambi hanno una peculiare autorialità e nessuno dei due interviene sul lavoro dell’altro. Solitamente per testi di altri autori sono chiamata dall’editore che vede nel mio lavoro illustrativo il giusto stile rispetto al racconto. Spetta ovviamente a me decidere se il racconto è nelle mie corde o meno. Nel contratto viene stabilito un anticipo sulle royalties sia per l’autore del testo sia per l’illustratore. Una parte del guadagno può derivare dalle vendite, anche all’estero, del libro.
Alcune volte mi è capitato di lavorare in sinergia con un autore e poi di presentare insieme il lavoro a un editore.
Scrivo quando ne sento il bisogno e per lo più affronto temi che riguardano il mio percorso e la mia memoria, soprattutto di tipo familiare. Credo che una carrellata delle mie opere possa far capire cosa intendo.
Penso che il mio libro La prima cosa fu l’odore del ferro (Rrose Sélavy, 2018) possa rientrare nella categoria di letteratura working class perché parla della mia esperienza in una fonderia dove ho lavorato per tre anni. Al contempo è anche la storia di un sogno e di come perseguirlo. E credo che tutti ci possiamo ritrovare in questo libro, possiamo ricostruire il come e il cosa di un nostro desiderio avverato o disperso.
Allo stesso modo, l’ultimo libro in uscita con Orecchio Acerbo, La canzone del domani, tematizza il lavoro, perchè parla delle mondine nelle risaie e delle conquiste lavorative che le mondine hanno ottenuto. E parla anche di una grande amicizia durata una vita intera. Anche il libro – edito anch’esso da Orecchio Acerbo – Per mille camicette al giorno di Serena Ballista – va nella medesima direzione: abbiamo avuto la soddisfazione di aver vinto il premio BRAWN alla fiera del libro di Bologna a marzo del 2025. Il libro tematizza la tragedia successa a New York nel 1911 alla Triangle Waist Company: la compagnia produceva camicette e occupava circa 500 lavoratori, in gran parte giovani donne immigrate. Il 25 marzo scoppiò un incendio. I proprietari si misero in salvo e lasciarono morire le donne e gli uomini intrappolati. L’incendio provocò 146 vittime di cui 129 giovani donne italiane e ebree dell’Europa orientale. 62 di loro morirono lanciandosi dalle finestre.
Infine La fioraia di Sarajevo, scritta dal fotoreporter Mario Boccia su una sua esperienza diretta, è una storia, delicata e struggente, di dignità e resistenza.
Le mie letture sono varie e spaziano dalla filosofia alla storia; leggo molta poesia.
Gli autori che hanno certamente segnato il mio percorso sono Pasolini, Fenoglio, Pavese, Antonia Pozzi, Montale, Levi…la lista è lunga.
Scrivo perché non si perda di vista il valore delle persone, la memoria e la fatica di raggiungere i propri obiettivi.
Scrivo perché ne sento il bisogno e, da parte dei ragazzi con cui parlo nel corso degli incontri, avverto soprattutto il bisogno di storie vere.
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