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Canone del Novecento e manuali scolastici


Pubblichiamo un estratto del recente volume di Cristiano Anelli, A scuola di Novecento. La letteratura italiana del XX secolo nella manualistica scolastica (1923-2023), Palumbo, 2025.

Il modello tradizionale dell’educazione letteraria in Italia, a tutt’oggi vivo e operante, a più riprese messo in discussione eppure mai realmente accantonato, è legato all’idea che insegnare letteratura equivalga a insegnare la storia della letteratura italiana. All’origine di questa impostazione vi è, come noto, una concreta necessità storica: quella di conferire legittimazione identitaria a una nazione arrivata all’appuntamento con l’Unità reduce da secoli di particolarismo politico e linguistico. In un paese fortemente differenziato nelle sue componenti interne e politicamente fragile la presenza di una tradizione letteraria condivisa si offriva alla classe dirigente risorgimentale come il più forte collante culturale per mezzo del quale cementare il fondamento di un’identità e di una lingua comuni. La letteratura divenne perciò da subito lo strumento pedagogico per eccellenza nella formazione dei cittadini dell’Italia unita e il canone letterario la traccia vivente dell’ontogenesi della nazione italiana.

Proprio il tentativo di costruire una genealogia letteraria del mito della nazione era stato alla base della Storia della letteratura italiana (1870-1871) di Francesco De Sanctis, opera concepita per la nuova scuola postunitaria e consacrata alle sue finalità di edificazione di una coscienza nazionale collettiva. Facendo della tradizione una sorta di Bildungsroman dell’Italia unita, preconizzata dagli scrittori attraverso i secoli, De Sanctis plasmava la storia letteraria come grande narrazione teleologica del processo di nation building: la storia dell’anima di un popolo, incarnata nelle figure dei suoi grandi scrittori e retrospettivamente illuminata dall’orizzonte militante della causa risorgimentale. Nell’interpretare una concreta necessità storica, quella di formare la classe dirigente postunitaria, l’opera conobbe un profondo radicamento nell’istituzione scolastica, imprimendovi un modello forte di canone e fissando il prototipo del manuale di letteratura invalso nella scuola italiana almeno fino agli anni Sessanta.

In questa ricostruzione ideologicamente orientata della storia letteraria a stento, più tardi, avrebbe trovato spazio il Novecento. Posta sia cronologicamente che ideologicamente fuori dei margini dell’epopea risorgimentale, nel tempo della crisi dei valori liberali che avevano presieduto al cammino verso l’unificazione, la letteratura novecentesca sembrava appartenere ab origine a un altro tempo, collocata oltre una linea di cesura, in una sorta di condizione postuma. Di tale discontinuità facevano fede i fermenti avanguardistici e antitradizionali di inizio secolo, più che mai intenzionati a segnare uno stacco netto nei confronti del passato. La contemporaneità si imponeva insomma allo storico della letteratura come un’anomalia lungo la linea retta dello storicismo idealistico, inconciliabile a ogni modo con il tema del progresso patriottico e civile della nazione.

Traeva fondamento da questa condizione di eterodossia il caratteristico motivo storiografico della decadenza della letteratura novecentesca, su cui pesò l’anatema critico di Croce. Un persistente pregiudizio ostacolò a lungo l’ingresso del Novecento nel canone della scuola, frequentemente ridotto nei manuali a sua appendice subalterna e non necessaria. Di tale marginalità portano evidenza anche i programmi ministeriali: quando nel 1923 Giovanni Gentile iscriveva tra gli autori obbligatori i nomi dei primi scrittori in vita all’altezza cronologica del 1900, inglobando nel curricolo degli studi il limite estremo della contemporaneità, il primo significativo aggiornamento dei registri autoriali avrebbe dovuto attendere le Indicazioni nazionali del 2010. E ancora oggi, nella prassi, il Novecento continua a essere percepito, soprattutto il suo secondo cinquantennio, come una terra di frontiera, affrontato in coda a una lunga tradizione, spesso frettolosamente e quasi a tempo scaduto, meno di tutti gli altri secoli codificato in una vulgata canonica unanimemente riconosciuta.

Facendo fronte a questa indecisione programmatica, l’editoria scolastica ha giocato un ruolo chiave nel mettere in contatto la scuola con la ricerca. In mancanza di un canone ex auctoritate della letteratura del XX secolo, i manuali scolastici hanno svolto la funzione di laboratorio della storiografia letteraria dell’età contemporanea, incaricandosi di tentare una sistemazione critica e di conquistare allo spazio cartografato della tradizione un territorio ancora impervio e in attesa di essere completamente bonificato. Questa tensione modellizzante è apparsa tanto più evidente a partire dagli anni Sessanta, allorché, sull’onda di un pluridecennale dibattito sul tema della riforma della scuola, la manualistica letteraria diventò il luogo privilegiato su cui si è giocata la partita tra diversi paradigmi teorici e critici; e il Novecento, in quanto il periodo di storia letteraria meno storicizzato e cristallizzato in una norma canonica, il suo principale terreno di confronto. Per questo, storie e antologie scolastiche si offrono allo studioso come un formidabile sismografo per osservare nel tempo l’oscillazione dei valori critici e storiografici della letteratura dell’ultimo secolo.

La questione del canone acquista particolare attualità sullo sfondo dei dirompenti cambiamenti socioculturali dell’era postmoderna della globalizzazione e dell’informatica, alla luce dello sconcertante mutamento di prospettiva con cui il presente si trova a riaggiornare la propria memoria storica e i propri fondamenti valoriali, anche in fronte alla crescente perdita di prestigio e legittimazione del sapere umanistico e della funzione intellettuale. A partire dagli anni Ottanta il canone è passato sempre più al centro della discussione. Nuove istanze revisioniste, improntate alla sfiducia nei confronti delle vecchie costruzioni antropocentriche, alla richiesta di riconoscimento identitario di soggetti politici particolaristici e alle spinte deregolatrici del mercato e della cultura di massa, hanno rimesso in discussione la validità dei canoni del passato e posto in essere una domanda radicalmente nuova di messa a verifica dei nostri codici culturali.

Se nei paesi di lingua anglofona, più direttamente coinvolti nei processi postcoloniali, maggiore incidenza hanno avuto le tensioni multiculturaliste, in Italia, dove la letteratura è stata per lungo tempo depositaria dell’identità nazionale e la tradizione canonica vanta per questo un fortissimo radicamento nell’istituzione scolastica, viepiù in assenza fino ad anni recenti di un tessuto sociale multietnico portatore di spinte centrifughe rispetto al canone accettato, la discussione ha principalmente riguardato l’aggiornamento dell’avito modello storicistico dell’insegnamento letterario. Esauriti i compiti civili di edificazione di una coscienza e di una lingua nazionali e surclassata dai nuovi media nelle sue funzioni di canalizzazione dei modelli culturali e linguistici, la letteratura si è trovata a dover ripensare le proprie prerogative e i propri statuti. Ritenuto non più attuale il vecchio paradigma risorgimentale e patriottico, il tema del canone si è dovuto confrontare con l’orizzonte problematico del presente, che scava una crepa profonda nel continuum storico-culturale delle grandi narrazioni del passato, apportandovi nuove istanze destabilizzanti. Per questo il Novecento ha tenuto il centro del dibattito italiano sul canone.

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