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diretto da Romano Luperini

Su Adolescence/1. Sì ho visto Adolescence e ce l’ho ancora piantato nel cervello

Avvertenza: questo articolo è un commento alla serie, va quindi letto dopo averla vista, contiene infatti spoiler

Un mondo altro

Di solito quando una persona mi manda un’emoticon con un cuore, io rispondo con un cuore, senza badare troppo al colore: scelgo il primo che mi capita tra quelli proposti, vuoi per pigrizia, vuoi perché il colore non mi è mai parso importante. Poi ho visto Adolescence, la miniserie in quattro puntate su Netflix, scritta da Stephen Graham e Jack Thorne e diretta da Philip Barantini.

Nella seconda puntata, il figlio dell’ispettore Luke Bascombe spiega al padre che sui social tutto ha un significato nascosto e che lui, adulto e poliziotto gonfio delle sue sicurezze su fatti, adolescenti e social, stava semplicemente brancolando nel buio. Ogni emoticon ha un significato, gli dice:

“La pillola rossa è come dire “vedo la verità”. È un richiamo all’azione della manosfera. Dice che sei un incel. Dice che lo sarai per sempre. È per questo che ti dicono incel: credono che resterai vergine tutta la vita”

Gli spiega poi che anche i cuori hanno un significato:

“Rosso, amore; viola, sono eccitato; giallo, sono interessato lo vuoi anche tu”

Lo sguardo dell’ispettore e il suo incurvare le spalle sono stati i miei: entrambi siamo rimasti inchiodati al muro di fronte a un lessico e a un mondo totalmente sconosciuto e incomprensibile.

L’ispettore fa la sua indagine a scuola certo di avere tutte le risposte, con quello sguardo di adulto che ha già vissuto, ha già visto, capisce e vede lontano: e invece, sbam! Non abbiamo capito nulla. Ogni generazione ha un suo gergo, un suo immaginario spesso precluso agli adulti, ma qui siamo di fronte a un mondo completamente altro, rispetto al quale non abbiamo né memoria, né esperienza da paragonare.

Per esempio, cosa è la monosfera di cui parla il figlio dell’ispettore Luke Bascome?

La manosfera è un insieme di forum e comunità online che promuovono la misoginia, l’antifemminismo, il sessismo e la supremazia maschile, ne dà un quadro preciso questo articolo di fanpage. All’interno di questo mondo, che si batte per la supremazia maschile e il ritorno al patriarcato, quattro sono le tipologie previste: Men’s right activists (MRA) sono antifemministi e lottano contro le discriminazioni ai danni degli uomini; Men going their own way (MGTOW) sono uomini eterosessuali che rinunciano alla vita di coppia ritenendo le donne nemiche della società; i Pickup Artist (PUA), che diffondono consigli su come diventare seduttori seriali per adescare donne. Infine ci sono gli Involuntary celibate (Incel): che sono celibi loro malgrado, si sentono esclusi dal mondo femminile e utilizzano la violenza, come atto a loro dire necessario contro la discriminazione che subiscono.

Questo universo a me e al commissario Luke Bascombe era ignoto: eravamo colpevoli entrambi di ritenere di aver capito tutto.

La prima puntata: una casa sfondata e un bravo ragazzo

Se c’è una cosa che contraddistingue le serie tv inglesi (ma anche i romanzi a dire il vero) è che arrivano dritte: poca retorica, nessun desiderio di insegnare, nessuna morale gridata, linguaggio affilato. Mostrano la realtà e ci mettono di fronte al grumo di buio che sta in ciascuno di noi, affrontano la complessità e lasciano allo spettatore le conclusioni e le discussioni. In questo caso la sceneggiatura, la regia e la recitazione sono il vero punto di forza e formano un tutt’uno, dal momento che ogni puntata è girata in presa diretta, con un unico piano sequenza che si focalizza su un personaggio per volta: tu spettatore di puntata in puntata sperimenti livelli diversi di empatia e leggi tutto attraverso le diverse focalizzazioni dei personaggi, la camera ti porta in un vortice di particolari accelerando e rallentando il ritmo, sei costretto a ricostruire passo passo, sempre con l’impressione che qualcosa ti sfugga. E mentre tutto si snocciola sotto i tuoi occhi, provi angoscia, proprio perché pensi di aver capito e ti accorgi che non hai capito nulla. Senti che ti manca l’aria, guardi queste quattro ore in costante claustrofobia.

Sono le 6 del mattino, l’ispettore Luke Bascombe  e l’agente Misha Frank chiacchierano in macchina: Luke ha appena ricevuto un messaggio del figlio che gli chiede di non farlo andare a scuola, lui ride con la collega e non risponde. Sa infatti che il figlio prova a messaggiare a lui perché lo ritiene l’anello debole della famiglia: non si domanda perché il figlio continui a chiedere di non andare a scuola, solo si preoccupa di risolvere la vicenda, quindi lascia fare alla moglie. Sembra un particolare da nulla, ma nulla in questa serie lo è. Tanti sono i piani che si intersecano: la mascolinità, i social, i padri di un tempo e i padri di oggi, la famiglia, la scuola.

I due poliziotti si muovono dopo una chiamata: devono fare un intervento.

Qui la scena diventa concitata: una squadra in assetto antisommossa sfonda la porta e entra in una casa. Primo colpo di scena: ti aspetti un terrorista, un gruppo di cuochi di anfetamina, il covo di una banda criminale; niente di tutto questo, siamo nella villetta di una famiglia, il ragazzo che viene prelevato a forza dalla sua cameretta ancora infantile è Jamie, tredici anni, che se la fa addosso letteralmente della paura e chiama il papà.

Sì, io ho pensato alla polizia violenta, insensibile, cieca e senza alcun riguardo per l’età del ragazzo: portano Jamie da solo in carcere, lo fanno stare in una cella circondato da persone che urlano, da solo dovrà dare le proprie generalità e fare colazione. Potrà avere un solo tutore: sceglie il padre e non la madre e anche questo non è un caso.

Inizia l’interrogatorio: io sono sempre più indignata per l’assenza di sensibilità della polizia di fronte alle fragilità di Jamie. È oggettivamente piccolo, ha paura delle iniezioni, fatica a parlare, vuole i cornflake per colazione: non può essere il colpevole e, se anche lo fosse, deve aver avuto un motivo enorme. Ne è convinto anche il papà: suo figlio non può aver commesso l’omicidio di cui è accusato, sette coltellate alla compagna di scuola Katie. Vero, come dimostrano gli investigatori, dal suo profilo instagram appare chiaro che gli piacciano le modelle, che abbia fatto commenti poco appropriati: ma da lì a uccidere una coetanea il passo è lungo.

Secondo colpo di scena, all’ennesimo no comment del ragazzino, l’ispettore mostra il video delle telecamere in cui si vede Jamie inseguire Katie Leonard e pugnalarla: tutto è chiaro e definito, non ci sarà spazio per altri colpevoli e altre indagini.

Fine dei colpi di scena: non c’è nessun altro colpevole.

Ora la sola domanda che resta è perché? Di chi è la colpa? Come è possibile tanta violenza?

Eppure di fronte alla incontrovertibilità delle prove Jamie nega, nega con forza e il padre gli crede. Perchè? Perché gli adolescenti (come gli adulti) mentono e manipolano con ancora più forza quando la verità li schiaccia: Jamie rinchiude la verità in un cassetto e si crea una nuova realtà, in cui pretende di far entrare gli altri.

Puntata due: la scuola

I due poliziotti vanno ad indagare a scuola, luogo che non ne esce benissimo.

Ai campi da tennis, alle aule moderne, ai video giganti che sono al posto delle lavagne fa da contraltare un gruppo di docenti spaesato e spaurito, in balia di studenti che interrompono, umiliano gli altri e sembrano non avere alcuna paura.

Il professore della materia in cui Jamie eccelle (storia) si scopre più inetto degli altri, arriva in ritardo, non riesce a fare lezione e se ne esce con “io non so come fare con gli adolescenti, sono terribili” Ma la scuola non è la colpevole, è solo parte del sistema, è parte della società, non è la malattia che ha contaminato Jamie. Illuminante il dialogo tra i due poliziotti:

Misha: Ci saranno dei bravi insegnanti qui. E dei bravi studenti. La mia scuola era un po’ come questa.
 Luke: E tu come sei sopravvissuta?
 Misha: Avevo una brava insegnante, la signora Benton, era forte quella classe. Insegnava arte e fotografia. Io amavo disegnare e amavo fare foto.
 Luke: Bello.
 Misha: I ragazzi hanno soltanto bisogno di stare bene con loro stessi, no? Tutto qui.

Tutto qui, eppure è questo il punto: Jamie non sta bene con se stesso e si chiude in rete, invece il figlio di Luke, Adam, nonostante subisca bullismo, forse ha trovato il modo di stare bene (o meno peggio) con sé. Non a caso sarà lui a svelare al padre che i messaggi di amicizia che Jamie e Katie nascondono altro: Katie bullizzava Jamie definendolo incel.

Luke, dopo un momento di incredulità e smarrimento, lo ringrazia: i due si sentono finalmente vicini, ciascuno ha aiutato l’altro, ciascuno riconosce l’altro. Luke sospenderà per un attimo il suo lavoro e chiederà a un figlio stupito di andare a mangiare patatine insieme, facendo scegliere a lui dove, anche se il ragazzo propone un ristorante cinese. Luke finalmente si fida, ascolta e dà spazio al figlio.

Non so se è sufficiente a dare senso alla vita, però aiuta.

Torniamo al dialogo tra Luke e Misha, la poliziotta si rammarica che nessuno si preoccuperà della vittima, presto finirà nel dimenticatoio:

Luke: Non è proprio così. Noi siamo qui per Katie. Siamo qui per i suoi genitori. Per avere delle risposte. Il nostro compito è quello di capire il perché.
 Misha: Non puoi capire il perché. Credi che lo farai? Noi abbiamo il video, sappiamo che cosa ha fatto. Ma non riuscirai a capire il perché. Abbiamo capito molto, ma non saprai il perché, scordatelo.

Misha ha centrato il problema, non capiremo il perché, non potremo mai capire il perché; ci andremo vicino, forse. Ma continuerà a sfuggirci e a interrogarci. Jamie non è un ragazzo problematico che agisce da solo, mosso da una personalità complessa, ma è un ragazzo che vive in una società in cui vittima e carnefice possono essere la stessa persona e in cui nessuno è innocente.

Puntata tre: la psicologa

Partiamo dalla fine del piano sequenza di 52 minuti: una donna piange, si asciuga una lacrima, raccoglie la sua cartelletta, la sua giacca, in ultimo torna a prendere la borsa e poi esce. È la dottoressa Briony Ariston che doveva stilare un profilo del ragazzo: era entrata un’ora prima al colloquio con una cioccolata piena di marshmallows e mezzo tramezzino con i cetrioli. Tutto porta a pensare che sia quella buona, dolce ed empatica, colei che in una serie tv italiana avrebbe salvato e redento il ragazzo cattivo, trovando il buono in lui. Invece Briony incarna perfettamente il poliziotto buono e quello cattivo già dalla scelta di questi cibi: da una parte la bevanda preferita per creare vicinanza (poliziotto buono), dall’altra un mezzo panino avanzato con i sottaceti che lui non ama (e lei lo sa benissimo), per creare irritazione (poliziotto cattivo). Il suo compito è misurare le reazioni del ragazzo, capire se è consapevole di quello che ha fatto, se è aggressivo, come si relaziona con gli altri. Durante l’interrogatorio Jamie oscilla tra dolcezza e scatti di rabbia e mette in luce la sua mente plagiata e manipoloria: scopriamo così che Jamie ha chiesto a Katie di uscire con lui solo quando lei si trovava in una posizione di debolezza, dal momento che la sua reputazione era stata compromessa da delle foto di nudo che il suo fidanzato aveva fatto girare in rete. Quella che sembra un’azione ingenua o, al massimo, inopportuna va letta nei dettami del mondo incell, secondo i quali l’80% delle donne è sessualmente attratta dal 20% dei maschi, quelli belli e forti, i maschi alfa diremmo. Jamie è convinto di essere brutto, quindi la sua unica speranza è cercare una donna che non si senta forte, che abbia perso il suo valore, e non possa più pensare di essere desiderata dai forti, per questo chiede a Katie di uscire in un momento in cui la ragazza è socialmente fragile. Lei gli ride in faccia e inizia poi a prenderlo di mira sui social (forse per ribadire al pubblico che è forte?), per questo la uccide: “soltanto la uccide” dice Jamie, gli altri avrebbero potuto fare peggio. Un assurdo che dice tutto del vuoto che ha dentro.

Un altro aspetto dell’interrogatorio che ci offre un tassello per capire Jamie, non per assolverlo certamente, è quando la psicologa scandaglia il rapporto con il padre: che si vergogna di lui perché non è bravo negli sport, che non c’è mai, che si arrabbia spesso, ma non lo ha mai picchiato. Jamie si sente inutile, si vede inutile:

Dott.ssa Briony Ariston: Non pensavi di essere bravo a fare qualcos’altro?
Jamie: Non mi importava così tanto.
Dott.ssa Briony Ariston: Sarà stata una brutta sensazione…
Jamie: No. Molti si sentono così.
Dott.ssa Briony Ariston: Molti si sentono pessimi in tutto?
Jamie: Molti lo sono.

Per lui il mondo è diviso tra capaci e incapaci e lui appartiene a questa seconda categoria. Basta questo per trasformariti in un killer? Basta la frequentazioni in solitaria di chat che inneggiano alla violenza? Certamente no, però di certo non aiuta.

Torniamo alla lacrima della psicologa: la donna sa di aver fatto bene il suo lavoro, sa di essere riuscita a dimostrare che Jamie è in grado di intendere e di volere, sa che nonostante lui abbia provato a manipolarla, lei è uscita vincente. Ma sa anche che questo significa che un ragazzino ha ucciso una compagna di tredici anni senza alcun pentimento o rimorso. E che il male non ha nulla di straordinario: è e resta banale.

Puntata 4: come abbiamo fatto lui?

Sono passati 13 mesi: la puntata si apre e sembra un altro film. Si festeggia il compleanno di Eddie, il padre di Jamie: la moglie prepara un english breakfast, la figlia progetta un cinema e un cinese. Ma la società non dimentica: qualcuno scrive NONSE sul furgone e la famiglia dovrà andare dal ferramenta a comprare la vernice per cancellarlo. La parola Nonse è un termine gergale che indica qualcuno accusato di crimine sessuale, in italiano viene tradotto con PED (per pedofilo): per quale motivo i due ragazzini scrivono questa parola? Noi non sappiamo cosa sia successo in questi tredici mesi: altra scelta interessante della regia è fare le riprese in presa diretta, spostare la narrazione in un arco temporale ampio e non coprire i buchi di trama, per permettere allo spettatore di fare inferenze e congetture. La società ha per la famiglia di Jamie un interesse morboso: da una parte la critica violenta e il vandalismo, dall’altro vicinanza, nel negozio di vernice un ragazzo dice a Eddy che se  volesse ci sarebbe una folla di ragazzi pronti a sostenere il figlio.

Questa è la goccia che fa traboccare il vaso: Eddie che fino ad allora ipotizziamo abbia sostenuto l’innocenza del figlio e, al pari di Jamie, rifiutasse di vedere la realtà, ha un crollo emotivo: scatta rabbiosamente contro i commessi e contro i ragazzini che hanno danneggiato il suo van. Mentre Eddy, la moglie e la figlia tornano in macchina ricevono una telefonata da Jamie che gli comunica la decisione di dichiararsi colpevole al processo: dopo tre puntate in cui ha cercato di manipolare tutti, ha finalmente preso consapevolezza delle sue azioni. Una cosa colpisce: il ragazzo è convinto di essere da solo col padre e quasi si stupisce della presenza della madre e della sorella. Jamie continua a scusarsi con il padre, che non dice nulla, si limita a stringere forte il volante per contenere la sua rabbia.

Ho già detto che questa è una serie che indaga la mascolinità e la paternità: nella scena finale marito e moglie sono insieme e Manda (immagino diminiutivo di Amanda) dice a Eddie che Jamie ha scelto lui come mentore perché sapeva che lo avrebbe protetto, che gli avrebbe creduto, che probabilmente avrebbe rifiutato la realtà. Il loro è un dolore comune, sanno che avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa di diverso, ma non sono sanno se avrebbe cambiato le cose. Sono certi di aver protetto il figlio, che fosse al sicuro a casa, che nulla potesse succedergli. L’uno cerca di scusare e proteggere l’altro:

Manda: Non è mai uscito dalla sua camera. Tornato a casa, ha chiuso la porta, ha salito le scale e si è messo al computer. Ho visto la luce accesa all’una da sotto alla porta. Così ho bussato e gli ho detto: Jamie, ora dormi tesoro, devi andare a scuola domani. E la luce si è spenta, ma lui non mi ha mai risposto.

Eddie: Noi non potevamo evitarlo. I ragazzini sono così al giorno d’oggi, non pensi? Non puoi mai sapere cosa fanno in camera, tesoro. Magari guardano un porno o chissà che altro, capisci? Come quel tipo che è apparso sul mio telefono. Diceva come trattare le donne, che gli uomini devono essere uomini e altre cazzate. Io lo stavo solo…cercavo solo qualcosa per la palestra, vero? Non puoi controllarli tutto il tempo, non lo possiamo fare.

Il tarlo di Manda è che avrebbero potuto e dovuto fermarlo: Eddie invece è ancora convinto che no, non sono responsabili, non avrebbero potuto fare nulla. Entrambi scandagliano la loro vita, le loro azioni, alternando senso di colpa a giustificazioni:

Eddie: Quando avevo la sua età, cazzo, mio padre mi picchiava sempre. Certi giorni prendeva la cintura e, cazzo, mi colpiva di brutto…mi colpiva…e io mi sono ripromesso che quando avrei avuto dei figli non lo avrei mai fatto. Non volevo fare una cosa del genere ai miei. E non l’ho fatto, giusto? Volevo essere un padre migliore…Ma eccomi qui. Non sono migliore.

Manda: Ci hai provato, però. E anche io.

Eddie: Sì, ci ho provato. L’ho soffocato col calcio, vero? Pensavo…che l’avrebbe temprato. Ma era un disastro completo. E l’hanno voluto mettere in porta. E io me ne stavo là…a bordo campo, mentre gli altri padri lo prendevano in giro. Sentivo che lui mi guardava in quel momento, ma io non riuscivo a guardarlo Amanda. Io non riuscivo a guardare mio figlio.

Manda: Tu eri un idolo per lui.

Eddie: E poi l’ho portato a fare boxe. Credevo che lì avrebbe fatto la differenza. Ma è durato dieci minuti.

Manda: Sì, lo so.

Eddie: Disegnava sempre al piano di sotto, ricordi?

Manda: Già.

Eddie: Si sedeva al tavolo, il tavolo della cucina e faceva dei disegni e…era bravo, vero?

Manda: Sì, gli piaceva tanto.

Eddie: Era bravissimo. Gli piaceva e stava lì per ore. Poi ha smesso di farlo. Voleva un computer e gli abbiamo preso un computer, la scrivania, tutte quelle cose. L’armamentario, la tastiera, le cuffie. E poi giocavamo a calcio insieme. Giocavamo insieme, te lo ricordi?

Manda: Sì

Eddie: Poi la mia attività è decollata quindi…Dovevo uscire alle sei e non tornavo prima delle otto.

Manda: Io tornavo prima e non sono stata molto più brava.

Jamie non riesce nello sport, Jamie disegna e poi chiede un computer, inizialmente padre e figlio giocano insieme poi il padre ha sempre più da fare, ciascuno si chiude nel suo mondo. Basta questo per farne un assassino? Sono loro la causa di tutto?

“Non potevamo sapere quello che avrebbe fatto”, dice Manda ma anche “Noi abbiamo fatto Jamie”. Le conclusioni di Eddie sono ancora più devastanti: suo padre lo picchiava ed era violento, così lui ha cercato di essere un padre diverso ma è stato suo essere padre ad aver determinato Jamie. Non è stato un padre migliore.

Poi entrambi guardano la figlia, matura e assennata, che tutti giorni lotta contro la società che la dipinge come “la sorella di Jamie”: “come abbiamo fatto a fare lei?” chiede Eddie “Come abbiamo fatto Jamie” risponde Manda.

Non è un lieto fine, non è una redenzione e nemmeno un’ammissione di colpevolezza, è forse l’accettazione del dolore e il guardare in faccia la realtà per la prima volta.

Conclusione

Non so quando questo film si toglierà dalla mia testa, mi ha colpito come madre, come insegnante e come cittadina. Vorrei vederlo e discuterne con i miei studenti che, mai come in questi ultimi anni (complice anche la mia età che avanza), mi sembrano venire da un pianeta a me ignoto. Ho chiesto loro chi lo avesse visto: pochi in realtà e chi lo ha fatto mi ha detto: “Prof. Ma io non capisco perché vi ha impressionato tanto. Jamie è fuori di testa.” Segno che questa non è forse una serie sugli adolescenti o sull’adolescenza, ma su noi adulti e su come entriamo in relazione con loro.

Adolescence è una serie da vedere perché illustra la banalità del male, la facilità con cui si può scegliere il male e lo fa attraverso un tredicenne che non è né un mostro né un innocente. E ci chiama in causa tutti: Jamie sceglie di diventare un assassino, ma sicuramente su una mente sola e fragile un ambiente come la menosfera, iper performante, seduttivo e in grado di dare risposte concrete può spingere ad azioni terribili. Una cosa più di tutte mi ha colpito: in questo film non c’è empatia tra i ragazzi; a scuola sono soli, uno contro l’altro, abbandonati alla loro emotività di cui la rete costituisce sfogo e amplificazione. Non ci sono facili colpevoli in questa serie: i genitori e gli insegnanti non sono cattivi, sono disorientati, non sanno cosa fare è come se fossero travolti da una società, la nostra, così complessa da non riuscire a venirne a capo.

“I ragazzi hanno soltanto bisogno di stare bene con loro stessi” dice Misha a Luke e di persone che si accorgono se non stanno bene e di possibilità per cercare equilibrio e dare un nome alle cose, aggiungo io. Abbiamo bisogno di essere adulti che abitano e conoscono il mondo che ci sta intorno, che non vagheggino il passato e vi si chiudano dentro, che sappiano criticare il presente e stare a fianco dei ragazzi, riconoscendo il bello che sta dentro di loro e affrontandone –insieme- i lati oscuri. Adulti che ascoltano e parlano, ma che, soprattutto, ci sono. La scuola può e deve essere uno di quei luoghi in cui, insieme a fare bene, si possa stare bene. Un luogo di stupore, possibilità, pazienza e attesa.

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