
Invalsi fra Big data e Data Despota
Cosa succede quando digitiamo
Il titolo inconsueto ha bisogno di qualche spiegazione. I dati big, importanti, che ci riguardano personalmente, sono in ogni istante intercettati attraverso i dispositivi che utilizziamo, ormai per qualsiasi funzione della vita sociale, per pratiche e istanze amministrative, in format, questionari, attestati, eccetera. È un’attività di rastrellamento operata dalle piattaforme private (le più note sono racchiuse nell’acronimo GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e pubbliche. Dati oggettivi e soggettivi, posture e inclinazioni di gusto, rapporti affettivi (soft skills) diventano codici alfanumerici elaborati da potenti sistemi algoritmici i cui scopi, apparentemente di facilitazione delle nostre comunicazioni, sono sia il controllo pastorale di governance statistica (la guida per il cittadino-gregge), sia il controllo dei comportamenti operato da un occhiuto despota (un tiranno — anche istituzionale — che censura e condanna). Una definizione di Maria Chiara Pievatolo professoressa dell’Università di Pisa, che ben racchiude sia il senso di fiducia che la tecnologia sembra voler ispirare nella sua efficienza, sia l’erosione della nostra libertà di azione e di pensiero che essa opera.
La trattativa imperfetta
L’organizzazione sindacale di categoria FlC/CGIL (lavoratori della scuola), dopo circa un anno di trattative e di compromessi fra soggetti proponenti e Segreteria Nazionale, ha presentato reclamo al Garante della Privacy, sull’uso dei dati degli alunni. Informazioni raccolte sotto le mentite spoglie delle operazioni di valutazione standardizzata (in cinque step, dalla seconda primaria alla maturità). Sull’abbrivio del procedimento, aperto con un esposto firmato da associazioni e sindacati, occorrerebbe soffermarsi data la complessità e la variegata serie di interrogativi lì proposti. Ma, per evitare la lettura un po’ arida di un testo a carattere legale, rinvio a un chiaro articolo di Rossella Latempa che riassume l’oggetto del reclamo. Dieci scomode domande rivolte alla Accademia dei Lincei di Roma, a corredo del commento a un convegno sulla valutazione a cui i lincei avevano invitato solo lo staff INVALSI e nessuna voce critica.
INVALSI, perito di Stato
L’INVALSI, ente a statuto ibrido fra pubblico e privato, è incaricato di periziare l’andamento dell’intero sistema scolastico attraverso l’indagine statistica delle competenze degli alunni (2 milioni e 500.000 soggetti, dai 6 ai 18 anni). Le competenze, ripeto, non le conoscenze e i saperi che la scuola dovrebbe insegnare a costruire nel lavoro di studio disciplinare, con i singoli e il gruppo-classe, ma che, per loro caratteristica di continua modificazione grazie alla ricerca, non possono rientrare in formati standardizzati. Le performances indagate sono quelle che vengono considerate, a livello internazionale ed europeo, di apice: Italiano (in verità solo comprensione del testo attraverso l’incetta di informazioni, non attraverso l’interpretazione), Matematica, Lingua Inglese. L’incarico all’istituto è previsto nelle norme sull’Autonomia Scolastica (DPR 08/03/1999 n. 275), successivamente sancito dalla legge sulla Buona Scuola del 2015 (Dlgs 13/04/2017), recentemente sottolineato come necessario nella Missione 4 del PNRR, per fruire dell’elargizione straordinaria e controllata dei fondi all’istruzione. Nulla è dato sapere però attraverso quale sistema vengono costruite le prove a test censuarie. Le risposte, anche quelle aperte, devono essere conformi ai criteri di esattezza che oscuri algoritmi elaborano, macinando migliaia di domande e risposte raccolte negli anni, alla ricerca dell’adesione al modello standard di correttezza (i cui paradigmi sono di esclusiva competenza dell’Istituto, che pubblica i Quadri di Riferimento disciplinari). Nessuno studente può ritornare alla prova svolta, tantomeno capire la motivazione del punteggio attribuito (su una scala 1/5), come è diritto riservato a qualsiasi candidato in una prova di concorso pubblico.
I questionari
Al plurale: infatti la compilazione di diversi questionari, per funzione svolta nella scuola, è richiesta al Dirigente Scolastico, agli insegnanti e, per ciò che qui fa al caso nostro, agli alunni e riguardano i cosiddetti dati di contesto (consultabili sul sito INVALSIopen). In una buona prassi docente, è importante sapere in quale ambiente socioculturale lavora una scuola e come correggere e integrare disuguaglianze e differenze in ingresso e in itinere: un buon gruppo di insegnanti ne tiene sempre conto quando compila le pagelle. In terza media (secondaria di primo grado) per poter sostenere l’esame di fine ciclo è necessario aver svolto la prova INVALSI. Dopo l’esecuzione della prova a test i ragazzini trovano sulla schermata del PC il questionario che raccoglie dati personali, sensibili, sulla situazione familiare, sociale, di vita. Dell’informativa sul trattamento è responsabile l’INVALSI che la pubblica sul suo sito, dove è reperibile, e inviata all’ufficio di dirigenza della scuola, dunque spesso non visionata dai genitori, come prevederebbe la norma. Alcune domande sono paradossali (informazioni sulla casa, sull’uso di libri e dispositivi per lo studio e lo svago), altre aggirano la norma (chiedere che lingua si parla in famiglia di fatto equivale a chiedere la provenienza nazionale, lo status giuridico del genitore). Su quest’ultimo punto si situa un aspetto delicato di tutto l’impianto del ricorso, tanto che alcuni genitori hanno corredato il Reclamo presentato al Garante con una richiesta di intervento anche del giudice ordinario, considerato che gli alunni in questione sono minorenni, ancora bambini (fra i 13 e i 14 anni).
Curriculum-studente
Il Presidente dell’INVALSI, Roberto Ricci, ha recentemente sostenuto che i dati relativi al contesto di vita e ai risultati dei test sono anonimi, legati a una codificazione in possesso della singola scuola, e che vengono ogni anno distrutti. Questa dichiarazione rasenta l’impudenza: i punteggi attribuiti alle prove, infatti, entrano nella compilazione della Certificazione delle Competenze (DM 22/08/2007 n.139, relativi emendamenti e modifiche), insieme ai crediti maturati dagli studenti (in attività extra-curricolari svolte in contesti formali e informali), e sono utili al raggiungimento delle otto competenze trasversali previste nelle raccomandazioni europee (dal 2006 fino al testo del 2018). Si tratta di informazioni che vanno a costituire il Curriculum dello Studente (rinnovato appena qualche giorno fa) che, come recita la norma, è funzionale a delineare il futuro di studio e di lavoro, a orientare, in una definizione però distorta del termine e della sua funzione, che è quella di imparare a trovare la propria strada, anche sbagliando, tornando indietro, cambiando rotta. Non a caso questi documenti sono legati al Quadro delle Qualifiche Professionali, prospetto in otto stadi, elaborato su modello europeo, di concerto fra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quello dell’Istruzione e del Merito. Un patto per un’Europa del lavoro, nel sodalizio perverso fra l’educazione, l’istruzione e il mercato del lavoro. In realtà — oggi — un continente sempre più chiuso nei nazionalismi, ostile alla lì prevista ottica di orientamento transnazionale.
Livelli di fragilità
Mentre si certifica e si orienta con lo strumentario virtuale, nel doppio senso di ipotetico e di informatizzato, si rintracciano gli studenti fragili, coloro che ancora, come recita un testo ministeriale, non hanno conseguito le competenze di cui su. Ed ecco come il re appare nella sua nudità: i fragili sono coloro il cui punteggio sta al disotto del 3 nella scala di valutazione delle prove INVALSI; la loro identità è nota perché devono essere oggetto di misure didattiche ad hoc, compensative, di recupero e quant’altro. Ancora uno stigma, non il riconoscimento di un diritto alla diversità — come nel caso delle condizioni di disabilità certificate in sede sanitaria — da aggiungere a molti altri acronimi nati negli ultimi anni per definire difficoltà di vario tipo, di cui talvolta si rischia di abusare, ma su cui si ricevono finanziamenti per l’Inclusione, poco importa se poi effettivamente praticata. Quando dico “stigma”, non uso un luogo comune, ma parlo di una cicatrice, di un segno, destinato a restare, anche dopo la cura.
Per finire
La fiducia e la speranza si alimentano di rapporti e di relazioni significativi fra soggetti, fra soggetti e istituzioni. Parafrasando il filosofo Roberto Finelli, scopo primario della scuola, oltre il conoscere, è riconoscersi, dove il pronome riflessivo rimanda alla ricerca di una propria verticalità, la conoscenza critica interiore, non schiacciata dall’odierna orizzontalità dei rapporti proposti dai social media, ben poco ispirata alla cooperazione autentica, semmai basata sull’autoaffermazione competitiva. La fideistica credenza nella bontà delle statistiche, nell’imperio dei numeri, nelle promesse della infosfera, rende insegnanti e genitori apatici, incapaci di aprire un conflitto per riuscire a praticare e ottenere una buona prassi valutativa, pur corredata da indagini che definiscano lo stato effettivo, in un certo tempo e in una delineata situazione, della salute della scuola italiana. Del resto, la tecnologia dovrebbe proporre tecniche, metodiche e strumenti per migliorare la nostra vita, rimanendo nell’orizzonte dell’umano, sotto il controllo personale e pubblico del suo operare e delle sorgenti informatiche di cui si serve.
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