Caporetto: romanzo, memoria e (contro)storia
“Prima dell’alba” di Paolo Malaguti è un’opera narrativa edita da Neri Pozza dedicata alla memoria dell’artigliere Alessandro Ruffini, fucilato a Noventa il 3 novembre 1917 perché al passaggio del generale Andrea Graziani non si era tolto il sigaro di bocca. In parte è un romanzo corale che racconta la Grande Guerra dal basso (ciascuno dei 18 capitoli è dedicato a una vittima della repressione poliziesca avvenuta durante il primo conflitto mondiale). In parte è un giallo politico, costruito attorno al mistero sul corpo del generale Andrea Graziani, ritrovato morto nel 1931 sui binari vicino a Firenze, e alla rimozione dell’ipotesi dell’omicidio voluta dallo stesso Mussolini.
Come ricordare questo 4 novembre? E poi, perché farne memoria? Tra pochi giorni le iniziative del centenario taceranno. Il libro di Paolo Malaguti, Prima dell’alba (2017) costituisce un’ottima occasione per capire che cosa ricordare, per avvertire l’ingombro del passato.
Il peso della moneta estratta dal panciotto di Graziani è lo stesso, insostenibile, di quella elargita dal generale Leone descritto da Emilio Lussu. In entrambi i casi, l’assordante autoreferenzialità dell’ufficiale rimbomba e riempie lo spazio di senso, come una sirena d’allarme che impedisca per qualche istante qualsiasi altra percezione. L’imponenza verticale delle stellette si ripiega magnanima su se medesima, per lambire, illuminandolo con la propria dignità, il fante miserello. Probabilmente contadino ignorante. In entrambi i casi, la distanza tra le due persone si misura invece sull’effettiva esperienza della guerra, sul tempo di terrore «buttato accanto ad un compagno massacrato». È anche separazione generazionale – cinquantenni contro ventenni – ma non meramente anagrafica però, giacché quelli più anziani hanno deciso deliberatamente di mandare a morte quelli più giovani. Malaguti individua la figura del mediatore nel Vecio, uomo della truppa della prima ora: nel 1917 è ormai veterano e sa osservare e sostenere l’assurdo, consapevole che non è possibile spiegare tutto ai ragazzini appena arrivati. La meglio gioventù del Carso, del Grappa, del Piave ha ricevuto e riceve tributi e riconoscimenti da cento anni esatti, nella fiction delle commemorazioni. C’è da chiedersi di che cosa si possa far memoria, se delle storie ripetute nelle case, dai figli e dai figli dei figli, narrazioni talvolta attese per anni, oppure della Storia Ufficiale, mai completa, troppo poco studiata, e in fin dei conti sempre a rischio di affogare i singoli nella complessità degli eventi.
Come Lussu, anche Paolo Malaguti scrive per denunciare, per riportare al centro della riflessione quei nomi, di uomini e anche di donne, che nel primo conflitto bellico mondiale hanno trovato la svolta o la fine della propria vita. La denuncia è lanciata in faccia alla retorica di regime, per Lussu in senso stretto, onde smitizzare lo spirito di Vittorio Veneto e sottrarlo alla strumentalizzazione fascista. Malaguti vive nei nostri complicati tempi di liberal-democrazia, ma egualmente intende marcare la distanza tra la singola esistenza interrotta dalla follia dell’astratto dovere militare e lo Stato, che essa giustifica, capace solo di cibarsene, Leviatano, e di autocelebrarsi. E così, la vicenda di Prima dell’alba contiene sì la narrazione dei fatti storici che vanno dal ripiegamento di Caporetto all’armistizio, ma soprattutto ospita decine e decine di nomi divorati da quella follia medesima, e date e luoghi e sentenze di morte.
Che lo scrittore faccia l’insegnante, lo si avverte a pelle, perché se l’intento è generosamente ed efficacemente antiretorico, talvolta emerge l’esigenza didattica di spiegare nel dettaglio le dinamiche della vita di trincea, dei movimenti di ritirata, dello strazio quotidiano dei reduci. Il romanzo diventa quindi un testo storico, per precisione e conoscenze, che sa però mantenere viva una certa curiosità sfruttando l’enigma noir della morte, nel 1931, del generale Andrea Graziani, nominato da Cadorna “Ispettore generale del movimento di sgombero” il 2 novembre 1917 in seguito alla disfatta di Caporetto, responsabile dunque del mantenimento della disciplina nella fase di ricostituzione del fronte. La sua vicenda, attraverso le indagini dell’ispettore Ottaviano Malossi della Questura di Firenze, si intreccia a quella del Vecio, testimone oculare della crudeltà di Graziani e poi reduce allo sbando.
La lettura di “Prima dell’alba” può essere superflua per chi sia già esperto delle vicende della Grande Guerra. È invece utilissima per chi voglia accostarsene, sempre che questo lungo centenario non abbia prodotto, come spesso accade ai ragazzi a scuola con le ricorrenze più o meno subite, quella sorta di noia per qualcosa che appare scontato, e non lo è. Qualcosa in particolare non è affatto ovvio, rimane sconosciuto, e potrebbe costituire davvero una celebrazione rispettosa di quei loro coetanei di un secolo fa: i loro nomi e cognomi. In ogni paese, grande o piccolo, del Veneto esiste un monumento ai Caduti: è lì, da decenni, parte del paesaggio urbano, elemento stabile della piazza, talmente immobile da risultare ignorabile. Si tratta allora, non solo per il 4 novembre 2018, di fermarsi qualche istante di fronte a quella lapide o statua, e mandare a memoria uno o due nomi, immaginando il viso, la voce delle persone evocate. Un piccolo rito personale, non pubblico, rivolto a chi non è più.
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