Su “Il grande buio”, di Enrico Macioci
Strutture sospese tra antitesi e “ritorni”
Al centro dei dieci racconti che Enrico Macioci assembla sotto il titolo de Il grande buio (NEO. Edizioni, 2025), si trova, oculatamente, quello più emblematico, Estate indiana, la mise en abyme che getta un’ombra interpretativa sui contorni degli altri testi. Questi ultimi ricevono da Estate indiana una marcatura dei propri margini non tanto dal punto di vista tematico (non ne hanno bisogno, riuscendo a essere delle costruzioni, o dei frammenti, autonomi, pur nella loro irrinunciabile “apertura”), quanto dal punto di vista strutturale e stilistico. Nel racconto in questione, infatti, l’impostazione antitetica che Macioci persegue negli ambiti della struttura e dello stile si fa limpida e programmatica. Dopo un breve prologo a carattere informativo, Estate indiana si presenta scissa in due capitoli, che sembrano scritti per confutarsi a vicenda, per appartenere a mondi narrativi (ed esistenziali) molto distanti, fino a che nel secondo non si insinua il “ritorno” diegetico-espressivo del primo, attraverso la sintassi del dialogo, e con esso il “ritorno” del perturbante che intride il primo:
«Sta’ buono e goditi lo spettacolo, ometto» grugnì Fabrizio senza degnarlo di uno sguardo. «Io ci so fare con le donne, che credi. Capperetti se ci so fare». Strappò la maglia ad Angelica che non reagiva più (dal cap. I di Estate indiana, pag. 83).
Il bel viso di Angelica divenne una maschera di tristezza.
«Fabrizio mi possedé a più riprese nell’arco della giornata, della notte successiva e del mattino. Non gli bastava mai. Mio marito provò a fermarlo e Fabrizio lo picchiò di nuovo».
«Lo distrusse?»
«Lo prese a calci in pancia e gli fece mangiare merda di vacca».
«E lei?»
Angelica esibì un quieto e immenso disprezzo. «Fui io a salvarlo, che crede […]. E Fabrizio lasciò andare mio marito e prese me, oh sì» (dal cap. II, pag. 108).
Il repellente sullo sfondo dell’apocalisse spirituale
D’altra parte, il “ritorno”, inteso come categoria narrativa, scandisce l’intera raccolta (anche con qualche esito, ahimé, ripetitivo e prevedibile, ad esempio in Koan), allo stesso modo del “perturbante”, inteso come categoria tematica e presentato, giustamente, nella quarta di copertina, come la chiave di lettura dell’intera opera. Proprio in merito al “perturbante” di ascendenza freudiana, occorre fare una precisazione. Esso, in Estate indiana e in altri racconti della silloge, a volte espliciti fin dai titoli (Puzza; Merda, divorzio e trascendenza, in cui si imposta una corrispondenza quasi matematica fra questi tre elementi), tende a fondersi con lo sgradevole e il repellente, tramite i quali il narratore, nella prima metà di Estate indiana, getta i suoi personaggi e il lettore stesso in una terra di nessuno (anche rispetto al genere letterario), da perfetto e crudele demiurgo che prolunga il senso di colpa del protagonista – anche grazie a un flashback “fantasma” – verso una linea di destino ineluttabile. È una terra desertificata da una violenza e un’umiliazione senza senso, una terra che apre, metaforicamente, all’apocalisse dello spirito umano, tematica connessa alle percezioni d’ambiente che delimitano la raccolta, come due omega in rapporto di circolarità, nei racconti Riunione di condominio e La fine del mondo (appunto):
Le cime degli alberi frusciavano nella brezza, e il rumore del mare, fioco ma continuo, sembrava il respiro stesso del cosmo. E il cosmo, ora che la razza umana dileguava, ora che le luci artificiali dileguavano, ora che gl’incendi dolosi dileguavano, ora che gli inganni e le mafie e le feste e le follie e le guerre e gli amori e l’arte dileguavano, incombeva sul pianeta con tutta la sua cupa immensità (da Riunione di condominio, pag. 8).
Fuori echeggiò il rombo di parecchi elicotteri. La sirena intanto si era zittita. Una macchina si fermò in mezzo alla strada, il guidatore scese e fuggì, lasciando lo sportello aperto. Una donna da qualche parte urlò. Strisce bianche solcarono il cielo sereno, vuoto e attonito (da La fine del mondo, pag. 193).
Le forme della resilienza
Al di là di questa apocalisse, la resilienza può baluginare soltanto in una tensione erotica che si scioglie (anziché essere riscaldata a fuoco lento e poi abbandonata a se stessa, come accade in Si scrive a piedi nudi e, più marginalmente, in altri testi); oppure in un angelo che appartiene al mondo degli ultimi e, per questo, sa manifestare una speranza ingenua e salvifica (Il redentore della Costa d’Avorio: “Lui smette di sorridere. Allunga una mano e con delicatezza mi lambisce una guancia, poi mi sistema dietro l’orecchio una ciocca di capelli. «Tu non sei felice, signorina. Ma lo sarai, you’ll be»”, pag. 51); oppure, ancora, nell’alterità radicale, lirico-analogica di alcune sorprendenti immagini di paesaggio (“Nella sera viola si snodano carrarecce di brace. […] la luna orna l’incavo di cielo fra due creste, simile a un gioiello sopra a un’immensa scollatura. […] Il vento si tuffa sulle foglie cavandone pallide maree. […] Il silenzio è rotto da un cuculo che lampeggia il suo canto intermittente. Il corallo delle galassie emerge quieto dalle profondità del cosmo”, pag. 169). Si tratta, in fondo, di forme estetiche di una naturalità viva, in espansione, eppure minimale rispetto al mondo descritto da Macioci, una naturalità che alimenta suggestioni intimo-emotive, siano esse dei personaggi o del narratore.
Verso una consapevolezza senza risposte
In Estate indiana, la terra di nessuno del primo capitolo lascia il posto, nel secondo, a un contesto più rassicurante, ma solo all’apparenza. Esso appare più rassicurante, innanzitutto, poiché richiama in scena – davvero inaspettatamente – la figura contemplativa dell’ispettore Gobbi. Il lettore lo ha già incontrato alcune pagine prima, in Il caso di Lara, e lo ritroverà (questa volta in modo per nulla inatteso) nel penultimo segmento narrativo, dal titolo eponimo, Il grande buio. Si tratta di due racconti che si riallacciano, con originalità, al filone letterario e cinematografico (Cormac McCarthy docet) del poliziesco esistenziale-postmoderno, il quale nega al lettore un epilogo con risoluzione, evocando l’informale, il taglio brutale dell’esperienza e l’impossibilità di sovrapporre un ordine a ciò che confina con il “grande buio”, ossia con l’ignoto; quell’ignoto (di Baudelaire e Calasso, ma anche di Rimbaud, citato in epigrafe) che minaccia l’anima e disgrega il pensiero a un passo dalla nostra plausibile quotidianità dei sentimenti, come lo stesso ispettore Gobbi si impegna a spiegare, con un’insistenza un po’ troppo didascalica, nel tesissimo racconto – uno straniante Così è (se vi pare) marcatamente virato al giallo – che estende il suo titolo all’intera raccolta. L’ispettore Piero Gobbi (nome non casuale), tuttavia, compare anche nel capitolo II di Estate indiana, dove la sua voce non è affatto didascalica, ma è un dolente e consapevole riflesso della voce di Angelica Spada (nome ancor meno casuale), la donna fatale fuoriuscita dall’inferno del capitolo I, la quale, sottoponendosi a un interrogatorio del poliziotto, in realtà lo domina e lo orienta, dal momento che lui, coscienza speculativa e dolente, si lascia docilmente dominare e orientare, poiché sta vivendo il momento cruciale del suo percorso di formazione, che viene delineato lungo l’intero trittico dedicato al personaggio. L’ispettore Gobbi, infatti, si rende conto sempre più lucidamente che la razionalità deve accogliere ciò che è improbabile, indefinito, privo di risposte, non per esplorare il grande buio, ambizione sbagliata e terrificante, bensì per intuirne la potenza annichilente e provare a difendersi da essa.
Rauchi [il vice di Gobbi] deve capire che il loro mestiere equivale a un’acrobazia e comporta il rischio di precipitare. Ma dove? Non si sa, ecco perché è importante mantenere l’equilibrio.
Lo sguardo di Gobbi, per quanto acuto, non può penetrare la fitta selva e ci rinuncia. Ha imparato a rinunciare, ad accettare i limiti e le smagliature, a muoversi lungo i margini. Lui, che da giovane non tollerava l’incertezza, è diventato un teorico del dubbio. È il dubbio che ci manda avanti. È il dubbio il centro della vita, le sicurezze si limitano a demarcarne il bordo. Gobbi ha l’impressione che il grande buio, un buio ben più esteso della notte che cala su di loro, li circondi. Col grande buio non si scherza. È come avvicinarsi a un fuoco. Gobbi strofina le mani e si accorge stupito che sono fredde (da Il grande buio, pagg. 170-71).
Narratore vs narratore Ma si tratta, appunto, in primo luogo, di una questione stilistico-strutturale, elemento che accresce il valore letterario della scrittura di Macioci: l’interrogatorio di Estate indiana, elaborato con il linguaggio dialettico, cronachistico e sintetico del giallo, si contrappone al linguaggio della crudeltà dal quale proviene il personaggio di Angelica, la quale, proprio in virtù dell’asciuttezza e della denotatività del genere letterario che prende forma in questo capitolo II, riesce addirittura a incrinare, nel lettore, l’autorevolezza del narratore-demiurgo del capitolo I. E così il lettore dubita di ciò che, poco prima, gli sembrava mostruosamente lineare e incontrovertibile. Un narratore onnisciente confutato, nel medesimo testo, da un narratore oggettivo che lascia parlare due personaggi dissolvendo, in entrambi, qualsiasi esigenza di verità, poiché essa, a volte, appartiene al grande buio, e il lettore, in tal modo, del grande buio – anche di quello che insidia il suo essere lettore – può avere una rabbrividente percezione.
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