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diretto da Romano Luperini

Dario Bellezza, un incontro. A trent’anni dalla morte rinasce un libro fondamentale (con testi inediti)

CONGEDO
I critici ostili li ho amati invano.
Ora il Buddismo me li tiene lontani.
Dio mi assolva i peccati letterari.
Quelli sessuali non sono né tali
né osceni reati da prigione, lager
o manicomio. Se sono un expoeta è
solo colpa mia. I critici li perdono.
Dario Bellezza, Proclama sul fascino, 1996


“Ore 3.00: una nuova crisi respiratoria, il respiro è spaventosamente lento, rotto. Si attenua fino a divenire un sibilo. Poi, d’improvviso, due, tre colpi forti, decisi. Seguono alcuni rantoli spaventosi e infine lo sfiatamento, la lingua riversata fuori dalla bocca, gli occhi socchiusi, la testa reclina. Sono esattamente le 3.25 di domenica mattina 31 marzo. Chiamo il medico, le infermiere. Arrivano con l’attrezzatura per il cuore, stimolano, tentano di tutto. Io assisto. Mi convinco della sua morte dicendomi che almeno le ultime ore non ha sofferto”(…)

Quando rileggo queste righe in cui Maurizio Gregorini, l’amico testimone, descrive gli ultimi istanti di vita di Dario Bellezza, scomparso nelle prime ore del 31 marzo 1996, mi emoziono sempre. Ripasso le morti dei miei cari, rivivo momenti assoluti e mi dico che sono parole degne di un naturalista ripiombato nelle atmosfere di Goncourt e Zola, fedele a una verità scomoda che riproduce la vita come una fotografia lasciata alla storia. E poco dopo, prima di concludere la magnifica sezione del libro intitolata Diario Bellezza (Appunti per non morire), l’autore mostra che il suo desiderio nudo di verità sa aprirsi alla bellezza altrettanto nuda del resoconto della successiva sepoltura del poeta nel cimitero inglese di Roma:

“Giovedì 4 aprile

Stamane il tempo è straordinario. Il sole, alto nel cielo, è particolarmente caldo. Arrivo al cimitero alle undici. Suono il campanello. I gatti che vi vivono accorrono sperando di mangiare qualcosa. Regna una pace assoluta e nessun rumore giunge dall’esterno a disturbare la quiete. Sembra di essere al cimitero di Parigi, sia per la bellezza che per la tranquillità. Mi auguro di trovare della gente. Invece non c’è nessuno.”

All’ultimo atto della tumulazione di Dario Bellezza, alla discesa nella terra e nel buio eterno, non ci saranno parenti o intellettuali di fama ma solo due amici, lo stesso Gregorini e Fiammetta Jori. La solitudine di un poeta è evidente in questo crepuscolo reso terribile dalla peste di quegli anni, l’AIDS, che lo ha ucciso e messo in fuga quasi tutti. Ma oggi, nel trentennale dalla morte, quella solitudine rischia di serrare ancora la tomba e il nome di uno scrittore discusso ma di grande talento, e l’amico testimone di quei primi mesi del 1996 fa bene a ripubblicare, aggiornata e ampliata, la quarta edizione del suo prezioso lavoro.

Dario Bellezza. Un incontro è il nuovo titolo che Gregorini ha scelto per il suo testo di cui ho parlato un po’ di tempo fa, e che giustamente rivede la luce per omaggiare, in una forma ormai definitiva, l’amico Dario. A breve l’uscita nelle librerie per i tipi de “Il Simbolo”, casa editrice voluta dallo stesso autore per non sottostare alle forche caudine di altri e muoversi in totale libertà come promotore culturale.

L’opera apparve per la prima volta nel 1997 col titolo Morte di Dario Bellezza. Storia di una verità nascosta presso Castelvecchi, fu quindi pubblicata per Stampa Alternativa nel 2006 col nuovo titolo Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta e riedita, in una forma già ampliata, ancora da Castelvecchi nel 2016. Per questa nuova, definitiva edizione, Gregorini ha rivisto documenti e riascoltato le audiocassette delle sue interviste: la gentilezza del tempo trascorso e della distanza gli ha permesso di aggiungere informazioni, chiarire i motivi di certe scelte e regalarci ancora inediti preziosi, il dono di Dario a un amico sincero e disinteressato che nulla ha chiesto in cambio delle sue notti insonni e difficili accanto a un uomo che gli aveva restituito la stima della poesia (Gregorini è anche poeta di lunga data).

Il primo importante intervento di ampliamento riguarda la premessa, divenuta un nuovo Preambolo, nella quale l’autore ci ricorda come è nata l’amicizia con Bellezza e come si è sviluppata nel tempo; in seguito ci spiega come è nato il clamore intorno alle cose che ha scritto subito dopo la morte e che sono costate a Gregorini una querela e molti nemici, in una sorta di caccia ai colpevoli di una fine triste e particolarmente dolorosa, come se il “Rimbaud di Monteverde” fosse stato abbandonato al suo infame destino e semmai strumentalizzato per accaparrare un grammo di notorietà. A quell’epoca e in quei momenti, in realtà, quasi tutti fuggirono dalla casa di Dario, terrorizzati (anche in modo comprensibile) dalla natura della sua malattia, salvo poi puntare il dito su chi si era fatto testimone della vicenda. Al fine, poi, di storicizzare meglio quei giorni e illustrarli magari a quei giovani che vorranno avvicinarsi al libro, Gregorini ha aggiunto un intero paragrafo sulla questione dell’AIDS, calandosi nel ruolo del giornalista che vuole ricostruire un’ambiente, uno sfondo storico-culturale a quello che stava accadendo a omosessuali e non in quello scorcio di fine secolo, col ritorno di una “peste” mirata che oggi per fortuna non fa più così paura. Bellezza visse forse nel tempo sbagliato, come capita a tanti, purtroppo l’unico che per scelta fatale ci tocca in sorte. Ma ciò che integra il Preambolo in modo prezioso e significativo è l’analisi di come l’AIDS abbia permeato e influenzato la vita e l’immaginario poetico di Dario Bellezza nell’ultimo periodo, un’indagine in cui conoscenza e sensibilità letteraria offrono alcune pagine rivelatrici di grande qualità.

Qualche intervento è stato apportato anche alla sezione successiva, dal titolo Colloquio col poeta (1989-1996), che raccoglie le interviste fatte nel corso degli ultimi anni di vita. Qui Gregorini ha dato spazio alle opinioni di Bellezza su quel Rimbaud amato e tradotto, considerato il riferimento quasi imprescindibile e sorta di modello maledetto, tralasciando le osservazioni a ruota libera di sapore divertito e irriverente che in parte accompagnarono il poeta sul palco del Maurizio Costanzo Show. Perché Bellezza, lo ricordano anche Alberto Moravia e Barbara Alberti, era una compagnia assai divertente e ciarliera come a volte sapeva esserlo anche l’altro grande irregolare Sandro Penna davanti alla macchina da presa di Mario Schifano o negli incontri occasionali con lo scrittore Enzo Giannelli. Gregorini, e di questo gli va dato merito, sceglie la verità ma anche l’eleganza e il rispetto perché, per dirla con Joyce Carol Oates (in esergo al libro dopo la dedica), Il ricordo è un’azione morale, una scelta. Si può scegliere di ricordare, o di non ricordare.

Un’altra perla di questa riedizione è, dopo il Colloquio e come un’appendice di esso, la pubblicazione rivista e arricchita di Inediti, Rari, Varianti e Tracce di cui Dario ha fatto dono al suo amico testimone nell’ultimo periodo della sua vita, un piccolo fascio di versi di cui i primi sette vedono la luce in volume proprio ora, in occasione del trentennale dalla morte. Gregorini condivide con i lettori questo lascito personale e, nel Preambolo, fa riferimento a “un’ansia verso la realtà spirituale divenuta sempre più evidente con l’avvento della malattia” e che non fu, però, una “conversione religiosa” ma aprì la strada a “versi importanti, ispirati dai libri di David Maria Turoldo, del cecoslovacco Deniky Orten, di Clemente Rebora e di suor Juana de la Cruz che solitamente gli leggevo per intrattenerci nelle interminabili ore notturne”. Per intenderci, in particolare i versi di Proclama sul fascino, uscito postumo da Mondadori nel 1996. Negli Inediti… troviamo piuttosto notturni di languore e crisi disperante, chiusa tra le pareti di una stanza, l’anelito lunare e il rifiuto della vita. Una poesia che non nasconde una vocazione al “canto osceno del nulla”, al desiderio del cuore di fermarsi: non a caso la morte viene personificata come in un funebre teatro tra Cavalcanti e Villon: “La morte vuole morire con me, / con me vuole morire agitandosi / invano nello strepito calmo / di una notte estiva”. E’ come un guardarsi allo specchio per un desiderio di annientamento perché il poeta non merita “aiuti né misericordia” forse per un atavico, cattolico senso di colpa da cui non può che scaturire il “tempo finale del supplizio”. Anche se i sensi qua e là affiorano prepotenti ma più spesso come bagliori consumati, una chiara consapevolezza si insinua: “Siamo caduti in un inverno terribile / dove non c’è più spazio per giovinezza / e amore”. Sono certo versi diseguali negli esiti e nello stile ma da cui affiorano momenti di poesia autentica che in Bellezza sa farsi carne e sangue in un mélange di iperrealismo accecante e trasfigurazione simbolista, fino agli Ultimi frammenti in cui appare “la sofferenza del corpo” e l’invocazione a un Dio pietoso. Come afferma Gregorini, non una conversione religiosa ma l’umana ricerca spirituale di un “Assente”.

Come ho già scritto in questo blog e riconfermo a maggior ragione per questa nuova edizione in uscita a marzo, nello stesso mese che fu fatale al poeta, Dario Bellezza. Un incontro rimane il libro fondamentale per conoscere uno scrittore controverso e in continua lotta contro la rimozione. Nell’attesa che torni in libreria almeno la raccolta mondadoriana di Tutte le poesie curata da Roberto Deidier, l’uomo e la sua opera trovano nel volume di Gregorini una testimonianza non solo dura ed emozionante di una fine che pesa ancora su alcune coscienze, ma la più completa ricostruzione a più voci (si vedano anche le ricche appendici) di un talento letterario e di una vicenda storica che è parte della nostra memoria.

Tre inediti (per gentile concessione dell’Autore)

Il mio cuore ha deciso già di battere
piano e forte per fermarsi presto;
il mio cuore non mi ha consolato di una vita
resa triste dalla pioggia d’inverno,
ma calmo mi sussurra battendo dentro
il petto il suo breve messaggio di morte,
sparizione, fine delle fini, incesto
con l’al di là che venendo alzerà
a tutto l’universo il canto osceno
del nulla, la malia del possesso
malefico col niente intero geloso
del tutto trionfante nel sole
lucente. Cosi parlo alle ombre,
ed una esce dal vuoto in cui
rinserra le sue pene, e urla:
«Poeta, giorni verranno di maggiore
pena, preparati intanto a dormire
per sempre. Non uscirai dal tuo
triste sorriso. Sei condannato
ad una beatitudine illusa, un ragazzo
biondo e gentile ti guarderà
trasformandoti in pietra».
Strade, strade, ellissi, e congiunzioni!
Fughe, follie, labirinti, e processioni:
anni pazzi rivisitati invano!
Chiama il poeta i disperati giorni
passati contando il giorno unico
del giudizio vero che non è né di Dio
né dei poveri morti.
*******
Non merito aiuti né misericordie.
Cantando la scenata ai gatti di casa
mia, rivolgo all’Assente il vangelo
di una rosa rossa; portiamola
alla vita che è passata, o al cuore
che non batte più.
*******
Arriverai nella mia tomba lunare
sacrificando al Dio Eros
la tua giovinezza solare; e tutto
avverrà per un miserabile letto
in cui la mia lingua crepata
di poeta occidentale a circuirti
si ostinerà per darsi addosso,
sacrificarsi al Male.
Non c’è altro: fuori il mare, le stelle,
la luna domestica e infantile
di un cielo fatto di polvere e di gesso.

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