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diretto da Romano Luperini

Orbit orbit o «gloria all’immaginazione». Note di ascolto dell’album di Caparezza

Orbit Orbit è dedicato alla cosiddetta nona arte, ossia il fumetto. Il disco nasce infatti a seguito della scrittura da parte del rapper della sua prima graphic novel, la quale ha il medesimo titolo. Inizialmente Orbit Orbit (il disco) doveva essere la colonna sonora del fumetto omonimo ma, come dichiarato dall’autore, è divenuto ben presto un album indipendente dalla controparte cartacea. Cercherò di mostrare come il fulcro del disco sia nell’immaginazione, intesa come l’atto di creazione artistica, attraverso l’analisi testuale di alcune canzoni significative, scelte tra le quattordici che compongono l’album.

Il ruolo del fumetto in Orbit Orbit

Il duplice lavoro, fumettistico e musicale, di Caparezza nasce in seguito all’aggravarsi della salute del suo udito. Nel 2021, il rapper scopriva infatti di soffrire di ipoacusia, ossia una significativa perdita dell’udito, che si aggiungeva all’acufene, condizione di cui invece soffre dal 2015, che comporta la percezione perenne di un fischio nelle orecchie. Da ciò nacque un iniziale rifiuto della musica («non bastavano i dannati fischi, / si fottano i dischi / non voglio dimenticare le voci che amo», A comic book saved my life), che spinse il cantante verso la nuova forma artistica del fumetto, salvo poi ritornare a comporre.

Dunque, Orbit Orbit è colmo di riferimenti fumettistici, ma questi sono solo un tratto della complessità del disco. L’omaggio all’arte fumettistica è un atto dovuto, in quanto questa ha fatto da carburante e serbatoio per i nuovi progetti dell’artista, nonché da «ciambella di salvataggio» (ivi) nei momenti di maggiore crisi personale.

In tale prospettiva è significativa la canzone A comic book saved my life, in cui l’io del rapper racconta come la nona arte lo abbia salvato in almeno tre momenti della propria vita, dall’infanzia fino all’incipiente sordità. Infatti, è grazie al fumetto che Caparezza ha conosciuto la musica da adolescente e, più in generale, si è appassionato al mondo dell’arte e ha ricevuto stimolo all’esplorazione di quella tensione verso la conoscenza in cui consiste l’immaginazione. Non a caso a quest’ultima è dedicata una canzone, Curiosity (oltre il bagliore), in cui si inscena il confronto tra chi si occupa di ricerca astronomica, animato dal desiderio di comprendere l’universo, e chi, in modo spiccio e pressapochista, è convinto che la ricerca dovrebbe occuparsi di cose più utili per l’umanità: ma «un uomo senza curiosità è già un uomo morto» (Curiosity). Il discorso può essere esteso oltre la semplice ricerca scientifica e applicato anche all’arte, a sua volta tacciata di inutilità, specie se si considera che il fumetto è ancora visto come un’espressione artistica minore.

L’immaginazione, fonte di libertà: Cosmonaufrago e Perlificat

L’immaginazione come àncora di salvezza è ciò che lega le ultime due canzoni dell’album, Cosmonaufrago e Perlificat. La prima si sviluppa intorno al concetto di libertà, come si evince fin dall’incipit, nel quale si ha l’iterazione parossistica della parola «libertà», cui segue la descrizione di un tentativo di fuga dal pianeta, alla ricerca proprio di quest’ultima:

Sigillato in un modulo, con lo sguardo sul monitor 
Questa forza di gravità: braccialetto elettronico
Ero in cerca di libertà, ho mancato il proposito
Sto cadendo sul mio pianeta tappato come in un loculo.
(Cosmonaufrago)

È interessante notare come all’interno di ciascun verso si rimarchi l’impossibilità di ottenere la libertà, fin dalla prima, claustrofobica, immagine: la chiusura all’interno di un modulo aerospaziale, mezzo di fuga dal pianeta verso uno spazio potenzialmente infinito, ma, allo stesso tempo, luogo fisico di clausura dentro uno spazio limitato che contraddice la possibile illimitatezza dello spazio.

Sempre nel primo verso, si ha un’altra immagine, giustapposta alla prima: gli occhi fissi su di un monitor, inteso come prigione dello sguardo contemporaneo, sia esso quello di un computer dell’astronave o di un altro dispositivo tecnologico.

L’io del rapper in cerca di libertà cade, prigioniero della forza di gravità (per analogia associata all’immagine di un braccialetto elettronico), sul nostro pianeta, accostato ad un loculo, sia metaforico sia letterale, data la certezza per chiunque di essere seppelliti sulla Terra.

La ricerca di libertà collassa su sé stessa; si assiste ad un fallimento dovuto a dei limiti fisici e oggettivi:

È la ballata dell’astronauta nella galassia che va a spirale
Ho avuto spazio, spazio ovunque e non un filo d’aria da respirare
Schiavo delle basi schiavo delle tute (schiavo schiavo)
Schiavo dei bottoni schiavo dei computer (schiavo schiavo)
Schiavo della forma, schiavo del volume (schiavo schiavo)
Schiavo della radio, delle mie paure. (ivi)

La geminatio di «schiavo» si costruisce sull’enumerazione dei limiti oggettivi alla fuga dal pianeta. Il rapper sottolinea come il possibile raggiungimento dello spazio aperto non porti a nessuna forma di libertà; anzi, si concretizza in nuove costrizioni.

Dunque, cercare la libertà al di fuori del mondo non è possibile; fuor di metafora, si intende che gli esseri umani non sono liberi, poiché vincolati anche solo dai propri bisogni biologici: «Servo della fame, suddito del sonno ogni minuto in cui respiro».

Nei versi successivi si mette in dubbio la nozione stessa di libero arbitrio, che finisce per produrre la paralisi e l’impossibilità di scegliere:

Ogni scelta esclude le altre scelte, spesso resto inerte, sembro la mia effigie 
Penso sempre: chissà in quali delle mie esistenze sarei stato più felice? (ivi).


Il concetto di libertà diventa quindi chimerico, problematico e inafferrabile, quantomeno nel mondo empirico, dove le persone sono soggette a molte forme di vincolo. Così, il rapper sceglie l’immaginazione come personale forma di libertà, perché questa non dipende dall’esterno, ma fa parte della dimensione interiore dell’individuo ed è perciò illimitata:

L’immaginazione è la mia libertà, unica, leale, candida
[…] Libertà, colleziono prigionie
Come Søren Kierkegaard, sento la vertigine
Casa è una cella
Chiesa è una cella
L’amore è una cella
L’odio è una cella
Testa è una cella
Pancia è una cella
La vita è una cella
Lo è ogni sua cellula (ivi)

A partire dall’ossimoro «libertà, colleziono prigionie», il testo di Cosmonaufrago ci mette di fronte alle contraddizione del concetto di libertà. Nel segno di Kierkegaard si constata la vertigine del libero arbitrio, che paralizza l’individuo; a tale vertigine si sommano i vincoli del mondo esterno, evidenziati dall’epifora «è una cella», e dalla figura etimologica dei due versi conclusivi «cella / cellula».

L’immaginazione viene quindi indicata come unica soluzione all’istanza di libertà; ma è in Perlificat che questa viene elevata ulteriormente, al limite del fervore religioso.

Il testo inizia con l’io del rapper che si auto-esorta, poco prima della fine dell’album Orbit Orbit, a tornare alla realtà:

Tic-tac, è il momento di tornare alla realtà che blinda
Che fatico a decifrare come il code Enigma
Fuori dal mio viaggio ogni attimo mi rattrista
Perdo l’entusiasmo come Kripstak, ci sta.
(Perlificat)


Di fronte a una realtà quotidiana desolata e desolante, nonché colma di contraddizioni («Qui è pieno di pazzi innamorati di un magnate / Che li prende a mattonate in testa come il topo Ignatz»,
ivi
), l’unico rifugio possibile è, ancora una volta, l’immaginazione; ma non in chiave escapista, bensì per mezzo di un manufatto artistico che permetta di esorcizzare il reale. Ciò è reso evidente dall’accostamento metaforico dell’io del rapper, e del suo lavoro artistico, al procedimento con cui le ostriche si difendono dai parassiti esterni, la perlificazione:

Io sono un’ostrica, il mondo è il mio parassita
L’avvolgo nell’inventiva, ne faccio una perla liscia
Non sarei vivo senza Franco Bonvicini,
Senza Stanley Kubrick, senza i quattro dello studio Kling Klang.
(ivi)


Dunque, se la realtà è il parassita, la difesa è la creazione artistica in tutte le sue forme, come si evince dalla menzione di un cineasta (Kubrick), di un gruppo musicale (i Kraftwerk, cioè «i quattro dello studio Kling Klang») e di un fumettista (Franco Bonvicini). In una prospettiva evidentemente umanistica, nella seconda strofa si difende il diritto a esistere di un’umanità che ha il merito di aver prodotto l’arte:

È grazie all’uomo se conosco l’arte
Non merita l’estinzione, sono frasi fatte
In un pianeta senza Homo Sapiens
La mia noia sarebbe lancinante
Gloria alla mia specie e all’immaginazione
(ivi)

Avviatisi, ormai, sulla strada della glorificazione dell’immaginazione, il brano e Orbit Orbit si concludono su un imperativo, «Perlifica», dal tono operistico e al contempo connotato da un’esaltazione e un afflato religioso, di fede nell’arte.

Le inquietudini dell’immaginazione

Tuttavia, nonostante Orbit Orbit si possa considerare un’opera volta ad esaltare le virtù dell’immaginazione, la fede in essa può portare a conseguenze estreme. Ad esempio, in Cosmonaufrago si parte da un tentativo di fuga non riuscito. La libertà e l’immaginazione possono rovesciarsi nel loro contrario: la rinuncia ad incidere sulla realtà, se non un vero e proprio addio alla vita attiva, e una chiusura in sé stessi.

La sorta di professione di fede religiosa nell’immaginazione di Perlificat («Per me creare non è un hobby, è religione / Infatti non sento ragione, infatti non sento una minchia / E più schifo fanno i miei giorni più forte è la devozione») assume i tratti dell’autolesionismo: pur di creare e praticare l’arte, Caparezza ha pagato il fio dell’acufene e dell’ipoacusia. Ma peggiori sono le giornate, maggiore diventa la tensione a creare, recuperando di fatto l’idea romantica secondo la quale la fede nella virtù salvifica dell’arte è garantita dalla sofferenza che essa provoca.

L’immaginazione, «l’arma più potente»

In ultimo, merita una breve menzione un altro brano del disco, Gli occhi della mente, testo che affronta un altro lato negativo dell’immaginazione. Il testo infatti ha al proprio centro la parola «delirio» (campionata, per inciso, dall’omonimo brano di Gianni Morandi) e tratta per l’appunto dei deliri dell’umanità contemporanea; , siano questi estremismi politico-religiosi («Testi sacri per giustificare uno sterminio»), o teorie complottistiche («Questa favola dell’antico astronauta è un delirio»).

La forza di questi deliri, secondo il rapper, è dovuta alla possibilità di comprensione che offrono davanti a un mondo difficile da capire; al contempo, tali allucinazioni rappresentano un rifugio di fronte alle sofferenze:

Guarda che conosco, neanche la nascondo l’inadeguatezza dello
[stare al mondo
So che a darti protezione, che a darti conforto, non è l’amore,
[sono gli occhi della mente
Contro i tuoi dolori da giovane Werther, l’immaginazione è l’arma
[più potente
Puntare alle stelle o puntare alle tempie, ma chi sceglie?
(ivi)


In conclusione, l’immaginazione è potente e salvifica, ma può distorcersi anche in un’arma rivolta contro sé stessi: ma cosa porti al primo risultato («puntare alle stelle» della creazione artistica) e cosa al secondo («puntare alle tempie»), non è dato saperlo.

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