Oltre Ernaux, una questione di determinismo sociale
Il ragazzo di Philippe Vilain tra dialogo e contrappunto con Annie Ernaux
Conosciutoprincipalmentecome la risposta a Il ragazzo di Annie Ernaux, Lo studente di Philippe Vilain non è soltanto una contronarrazione maschile al racconto della scrittrice premio Nobel. E non è nemmeno un semplice tentativo per riscattare l’immagine di uomo-oggetto che, secondo lo scrittore, propone il racconto di Ernaux.
Uscito per Gremese nella collana “Narratori francesi contemporanei” diretta dallo stesso Philippe Vilain, Lo studente racconta (anche) la relazione giovanile vissuta dal protagonista con Annie Ernaux, ma prima di tutto è un romanzo che narra la storia di un giovane ragazzo della provincia francese che diviene scrittore e intellettuale. Ha dunque le caratteristiche di un classico romanzo di formazione sul modello dell’autofiction, genere che sembra regnare incontrastato nel panorama letterario contemporaneo. Vilain, però, va oltre, ed esce dai confini stretti del privato per aprirsi a una dimensione sociale. L’esperienza personale diventa realtà condivisa, atto politico, direbbe Ernaux, alla quale questo genere che utilizza la soggettività per raccontare fenomeni collettivi deve senz’altro molto.
Al centro della fabula c’è indubbiamente la relazione tra Vilain e la scrittrice, quando lui ha appena iniziato l’università e non sa ancora cosa vuole dalla vita, e lei è una donna che ha già cinquant’anni ed è ormai affermata intellettualmente. Questo incontro amoroso, che offre una possibilità di salvezza per lui e di passione per lei, è il nodo cruciale della narrazione, anche perché la presenza di Ernaux nella vita del giovane studente, desideroso di diventare scrittore e di riscattarsi culturalmente ed intellettualmente, «rendeva più concreta la possibilità di realizzarlo» (p. 104), ne determinava la traiettoria. Vilain riconosce in lei «la guida intellettuale di cui [afferma] avevo bisogno e il modello di scrittore che aspiravo ad essere, nutrivo vagamente la speranza di un’avventura con lei e mi mostravo a volte più audace nelle mie lettere confidandole che non mi era indifferente, ma lo facevo senza crederci, a causa della nostra importante differenza di età» (p. 87-88). Annie, d’altro canto, è fortemente attratta da lui e dalla possibilità di vivere una «storia miracolosa».
Non c’è niente di casuale in questo incontro: «lei era entrata nella mia vita in un momento in cui mi sentivo perso, io ero arrivato nella sua in un momento in cui si sentiva sola». Quando la relazione ha inizio «le nostre solitudini si abbracciavano» (p. 87), scrive Vilain, ma osservandola con gli occhi della maturità e della consapevolezza riconosce che è «atipica, sbilanciata, fondata su un rapporto di dominio» (p. 102). Entrambi esercitano un potere sull’altro, quello intellettuale e sociale la donna, quello della giovane età il protagonista. Eppure lui non sembra esserne consapevole: «Io non mi rendevo conto del potere che la mia giovinezza aveva su di lei: nessuna ragazza mia aveva mai espresso il suo amore con tanta passione, né aveva manifestato nei miei confronti un attaccamento simile» (p. 94). Di fatto, agli occhi dello scrittore, il potere effettivamente esercitato, e dunque anche subito, è soltanto quello femminile.
Dominati e dominanti: la relazione amorosa come riflesso della stratificazione sociale
Se le parole di Ernaux possono apparire dure nei confronti del “ragazzo”, non sono da meno quelle di Vilain. Contestando la riduzione a oggetto di se stesso, al ruolo, cioè, di «volgare amante, una cosa sessuale», lamenta di essersi sentito prigioniero della letteratura e del disprezzo con cui il giovane uomo è stato descritto. Sottolinea il divario culturale, economico e sociale di questa relazione e la interpreta come una forma di dominio al femminile. Ad eccezione della differenza di età, lei «possedeva tutto, tranne ciò che le era sfuggito e che, per questo, non aveva prezzo, la giovinezza» (p. 122). Lo scrittore non dimentica tutto ciò che deve a Ernaux, alla sua «buona fata», a «lei [che] era stata un’occasione, la mia fortuna nella mia vita di sfortunato» (p. 157), eppure sente di essere sottomesso al potere di questa donna, e vede nell’emancipazione femminile di cui lei si fa protagonista, una dominazione sociale.
Sulla distinzione tra dominati e dominanti si sviluppa l’intera narrazione de Lo studente. Tutto, nel romanzo, rimanda alla separazione tra classi sociali, a cominciare dalla relazione tra uomo e donna, soprattutto quando tale divisione permette gesti di autorità su un giovane uomo «che lei forse non avrebbe mai osato mettere in atto con un giovane di una classe superiore, di cui avrebbe temuto le ritorsioni familiari» (p. 150).
È questo l’aspetto più interessante del romanzo di Vilain: il tentativo di ricostruire, da un punto di vista diverso, questa relazione amorosa e collocarla all’interno di un contesto socio-culturale. Ponendo in primo piano una condizione sociale, offre l’occasione per aprire a un’interpretazione sociologica della vicenda, dove la storia tra i due amanti diventa soltanto uno degli aspetti. L’ambiente, l’infanzia, i condizionamenti e le appartenenze sociali sono i marcatori per osservare, per distinguere e per riconoscersi. E Philippe e Annie non provengono dallo stesso ambiente, non hanno vissuto le stesse esperienze, e «fortunatamente per lei, non aveva subito direttamente la violenza e la povertà delle classi inferiori, dei diseredati […] l’alcolismo di un padre, l’insuccesso scolastico» (p. 98). Lei viene dalla campagna rurale normanna, «agricola, contadina, cattolica, bianca e di destra, dove aveva beneficiato, come figlia di piccoli commercianti, tutto sommato, di un’educazione privilegiata» (p. 97), non ha conosciuto la povertà se non attraverso gli avventori del bar gestito dai suoi genitori, e non ha niente a che fare con gli agglomerati di case popolari o con i quartieri operai cosmopolita dentro i quali, invece, si è svolta la giovinezza di Vilain.
È tuttavia da questa condizione, trascorsa in un contesto di marginalità sociale e di insuccessi scolastici – «Ero un pessimo studente, un irriducibile somaro, pigro, collezionista di voti indecenti, di assenze e note disciplinari» (p. 10) – che prende forma quella trasformazione radicale che porterà Vilain alla scrittura, e poi ad affermare che la sua storia «è quella di un miracolo sociale, la mia odissea quella della metamorfosi di un giovane uomo del popolo» (p. 184). E se Ernaux, come succederà molti anni dopo, non riconosce nessun merito a chi ce l’ha fatta, a chi non è più soltanto «un figlio di alcolista», non dimostra, per Vilain, di volere vendicare il popolo, ma di condannarlo. Del resto nel «ceto popolare era lei l’intrusa» (p. 130), lei che «era sempre stata socialmente superiore a me» (p. 98).
Il giovane senza aspettative si fa dunque strada, e ci suggerisce che è possibile spezzare un destino che sembra già scritto: «Non volevo che il destino mi scrivesse: volevo semplicemente scriverlo io» (p. 141). Di questo ci parla Lo studente, della «fragilità dei destini» e dell’«imprevedibilità delle traiettorie», perché «nonostante i determinismi, ma con il lavoro, l’ostinazione e con dei buoni risultati, i giuochi non sono necessariamente già fatti, che c’è sempre una possibilità» (p. 189). Se, come scrive Flabbi, il traduttore di Ernaux, in appendice a La scrittura come un coltello, il mandato della letteratura della scrittrice premio Nobel è «mostrare come e quanto tutti noi siamo il frutto di precise determinazioni e condizioni sociali», la traiettoria di Vilain «aveva seguito una direzione inaspettata, ascendente, sfidando le probabilità e i determinismi» (p.185), e facendo deviare il destino che le sue origini sociali gli avevano promesso. Ma se un miracolo ogni tanto accade, «sfidando le statistiche della fatalità sociale, non può però servire da esempio per dimostrare l’inutilità dei determinismi, poiché anche la fortuna partecipa di quel miracolo, e i rari che, come me, riescono a venir fuori in questo modo partendo da una formazione tecnico-professionale rimangono eccezioni che confermano la regola. La teoria del determinismo mi sembra indiscutibile» (p. 185).
Dalla presa di coscienza alla disillusione: la scrittura come forma di riscatto imperfetto
Nonostante questo libro si proponga di rivendicare la libertà delle azioni umane, e soprattutto la possibilità di sfuggire al determinismo prodotto dall’ambiente sociale nel quale viviamo, Vilain non rinnega tout court questa visione. Sente la forza della realizzazione, e non resta indifferente alla necessità emotiva di una rivalsa, anzi la cerca e la racconta con meraviglia, ma riconosce anche l’ineluttabilità del determinismo sociale. Del resto era stato avviato alla lettura di Pierre Bourdieu da Annie Ernaux, e aveva subito constatato «l’indiscutibilità» delle riflessioni teoriche contenute in questi scritti sociologici, riconoscendo che la sua esperienza sociale «non era affatto una questione di casualità, ma obbediva a una logica sociale implacabile» (p. 111).
Cosa separa, dunque, le due scritture? Mentre Ernaux si riconosce nel ruolo del disertore, del «transfuga di classe», e dunque si attribuisce la responsabilità di un tradimento verso la classe borghese, nei confronti della quale nutre contemporaneamente risentimento e desiderio di appartenenza, Vilain sente di essere un oppresso, e non avverte la sensazione di tradimento, né la necessità di prendere definitivamente le distanze dal suo ambiente originario, anzi ci tiene a sottolineare che non rinnega niente e nessuno. Anche se sono entrambi disertori di classe, lo studente dichiara che «diventare scrittore non cambiava la mia esistenza […] non mi sentivo un transfuga né tanto meno un transclasse, nel senso che, se la mia traiettoria di vita tracciava un movimento ascendente da un ambiente a un altro, […] non avevo però sposato i valori di quella nuova classe, di quel nuovo mondo in cui mi limitavo a soggiornare temporaneamente» (p. 177-178).
Il merito di questa emancipazione culturale e sociale risiede dunque, per Vilain, nella letteratura, unico vero strumento di liberazione e di ridefinizione dell’io, ma anche rivelazione di un mondo colto deludente, di una casta per cui la letteratura era soltanto il pretesto per celebrare «i suoi prodotti più conformi ai gusti del tempo» (p. 176). Il sogno di diventare scrittore si era realizzato, grazie a Ernaux aveva incontrato persone interessanti, intelligenti e sensibili, eppure aveva sperimentate anche l’avidità di riconoscimenti, e la vanità di coloro che non vedono nella letteratura un ideale, tutt’al più un piacevole passatempo o un modo per acquisire uno stato sociale di rilievo.
La società del disincanto
E allora, se nemmeno la letteratura può garantire uno spazio di verità, e il mondo intellettuale dà luogo, perlopiù, agli stessi meccanismi di volenza e di disuguaglianze sociali presenti altrove, cosa resta di questo romanzo e del suo autore? Forse la storia di un giovane e delle difficoltà che incontra per essere adeguatamente riconosciuto e valorizzato. Allargando l’orizzonte il libro racconta la vicenda di tanti giovani dispersi, la crisi di un’epoca e di una società classista che continua a reprimere la vivacità e l’energia giovanile, o al più la strumentalizza per continuare ad affermare un sistema tradizionale di stampo borghese. Assumendo la forma di un romanzo sociale, Lo studente ci parla del disagio dei giovani, di una giovinezza vissuta senza certezze e sempre più confusa e precaria. Quella della Francia, arresa alla destra fascista di Le Pen, ma anche quella di tutto il mondo occidentale, dove è sfruttata esclusivamente per il consumo, ma resta incapace di sfuggire alla propria condizione, la quale è spesso il riflesso di un nucleo famigliare nel quale dilagano il disagio alcolico, la disoccupazione, lavori poco retribuiti e una scarsa coscienza di classe.
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