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diretto da Romano Luperini

L’uso della foto: conservare un senso

La fotografia come rappresentazione materiale di un amore

Molti sono gli spunti di riflessione che offre L’uso della foto, libro scritto a quattro mani da Annie Ernaux e Marc Marie nel 2005 e pubblicato in Italia per l’Orma editore nel 2025. Tutta la narrazione sembra però convergere verso un unico punto: l’alternanza di presente e passato. Ciò che è e ciò che non è più, o anche ciò che la memoria recupera grazie a una foto, e quindi diventa attuale e vivo, e ciò che ormai è morto, perché quel momento immortalato dalla foto è ormai passato, finito. La foto è questo, sembrano volerci dire i due scrittori, esistenza eppure morte. Del resto immortalare un oggetto, una persona, uno spazio significa renderlo immortale, testimoniarne l’esistenza e la sua possibilità di resistere al tempo, anche se su questo gesto incombe costantemente lo spettro della perdita dell’attimo vissuto.

L’assenza che il tempo porta con sé è anche la minaccia che grava su Annie e Marc e sul loro amore, raccontato attraverso quattordici fotografie scattate tra il marzo del 2003 e il gennaio del 2004, periodo in cui i due sono stati amanti e hanno deciso di fotografare gli abiti abbandonati sul pavimento, all’interno di stanze disordinate, dopo ogni incontro amoroso. Le immagini testimoniano ciò che resta di un amore che è già stato consumato, e di cui gli indumenti arrotolati e buttati per terra nell’impeto della passione costituiscono l’unica traccia.

Il desiderio di fotografare questi attimi nasce una mattina in cui la scrittrice afferma di essersi alzata dopo che Marc se n’era già andato e, scorgendo sulle mattonelle gli indumenti, la biancheria, le scarpe, ha provato una sensazione di bellezza e insieme di dolore. «È stata la prima volta in cui ho pensato che quell’insieme nato dal desiderio e dal caso, destinato a scomparire, dovesse essere fotografato, così sono andata a prendere la mia macchina fotografica» (p. 9). Si concretizza da quel momento una sorta di gioco tra i due amanti, che insieme decidono di scattare foto dopo l’amore: «come se fosse necessario conservarne una rappresentazione materiale, abbiamo continuato a scattare foto» (p. 10), perché quegli oggetti «erano le spoglie di una festa ormai lontana. Ritrovarle alla luce del giorno significava sentire il tempo» (p. 10). L’unica regola di questo gioco è «non toccare la disposizione dei vestiti» (p.10), perché sarebbe stata un’infrazione. Per diversi mesi vengono quindi scattate foto e accumulate, poi una sera, durante una cena, racconta sempre Ernaux, viene l’idea di scrivere a partire dalle immagini, come se le foto non bastassero più «e servisse qualche cosa d’altro: la scrittura» (p. 12). Annie e Marc scelgono quattrodici foto e stabiliscono una nuova regola: ognuno avrebbe scritto per conto proprio e in totale libertà rispetto a ciò che l’immagine suggeriva, senza condividere, mostrare o accennare niente all’altro prima di avere terminato.

Nasce così L’uso della foto, una narrazione a due voci in cui ciascuno racconta cos’è accaduto prima o dopo lo scatto di quella foto, il contesto di quell’immagine, ma anche i ristoranti o i locali notturni in cui i due amanti hanno trascorso la serata prima dell’atto d’amore, le stanze degli alberghi frequentati, il valore simbolico de La torre rossa di De Chirico esposto al Guggenheim di Venezia, capi d’abbigliamento gettati per terra che rimandano a grandi magazzini affollati durante i giorni dei saldi, o che spingono a ricordi lontani, ai luoghi delle rispettive infanzie, con Bruxelles in comune, e alle famiglie d’origine. E su tutto la minaccia della malattia di Annie.

Al di sopra del cancro

Mentre scrive questo libro Ernaux è infatti in cura per un cancro al seno e la presenza della morte e della precarietà del corpo si respira in ogni pagina, senza, tuttavia, smorzare la forza della passione e del desiderio. Perché M. – scrive Annie – «mi fa vivere al di sopra del cancro» (p. 66) e con lui il corpo malato non conosce nessun impedimento. «Che malata di cancro poco seria che sei» (p. 87) gli diceva M. Ma a lei, che si interroga Sul buon uso delle malattie, appare chiaro che l’uso che ne fa è «il migliore che avrei mai potuto fare del cancro» (p. 87).

L’uso della foto parla della malattia senza trasformarla in retorica, «Hai avuto un cancro solo per poterlo scrivere» (p. 58) le dice lui un giorno. Eppure il corpo malato non è nascosto, tantomeno esaltato e reso vincente, è semplicemente raccontato per quello che è, nella sua dimensione più vera e brutale insieme. La stessa brutalità con cui la scrittrice rivela a M. «ho un cancro al seno e mi operano la settimana prossima, all’Istituto Curie» (p.16), e con cui, negli anni Sessanta, aveva detto a un ragazzo cattolico «sono incinta e voglio abortire» (p. 17), gettandolo nella visione «di una realtà insostenibile senza lasciargli il tempo di difendersi né di rifugiarsi in un atteggiamento di circostanza» (p.17). Del restoperErnaux La scrittura è come un coltello – come ci ricordauno degli ultimi suoi lavori – una lama per incidere nella realtà e lasciare un segno, che, in questo caso, è costituito da un cranio calvo e protetto da una parrucca, da un corpo completamente glabro, senza ciglia e sopracciglia, quasi da bambola di cera, attraversato da un sistema di tubicini e sacche per la chemioterapia, ha una specie di «tappo della birra che sporgeva sotto la pelle: il catetere che mi avevano impiantato all’inizio del trattamento» (p. 18), e un capezzolo bruciato dal cobalto della radioterapia. Un corpo che la scrittrice, durante le sedute di chemioterapia, paragona divertita a una lavastoviglie per via di tutta quella serie di cicli o programmi, ma che non la spaventa:

«Eseguivo diligentemente il mio ruolo di malata di cancro e consideravo come un’esperienza tutto ciò che accadeva al mio corpo. [Mi domando se, come faccio io, non separare la propria vita dalla scrittura non consista proprio nel trasformare spontaneamente l’esperienza in descrizione]» (p.88). E continua sottolineando che in Francia l’11% delle donne ha avuto o ha un cancro al seno, percentuale che corrisponde all’incirca a più di tre milioni di seni «suturati, scannerizzati, marcati da disegni rossi e blu, irradiati, ricostruiti, nascosti sotto camicette e T-shirt, invisibili. Bisognerà pure osare mostrarli un giorno, in effetti. [Scrivere del mio, fa parte di questo svelamento]» (p. 88).

Eros, thanatos e scrittura

Anche questa volta, come in ogni suo lavoro, Ernaux stabilisce un rapporto stretto tra scrittura autobiografica e giustizia sociale. Il racconto delle proprie memorie è da sempre per la scrittrice francese anche un gesto politico, scrivere è una forma di intervento, significa intervenire nel mondo, impegnarsi politicamente anche senza dichiararlo esplicitamente. Come ha fatto in molti lavori precedenti, attraverso i quali ha affrontato battaglie sociali e di genere occupandosi del femminismo, del diritto all’aborto, o dell’identità di classe. Nell’Uso della foto a parlare è un corpo malato che non rinuncia a vivere e a desiderare: quello dell’io narrante, ma anche quello di tutti noi. Il soggetto che si esprime in questa nuova prova di auto-socio-biografia, genere al quale Ernaux resta fedele, non vuole tutti i riflettori puntati su di sé, dimostra di sapersi mettersi in disparte per fare spazio a un’interiorità sociale. Per questo, incapace di definire il valore e l’interesse di questa impresa condivisa con Marc, Annie conclude l’introduzione al volume affermando che «Il più alto grado di realtà, tuttavia, sarà raggiunto solo se queste fotografie scritte si trasformeranno in altre scene nella memoria o nell’immaginazione dei lettori» (p. 13)

E il più alto grado di realtà risiede nel senso che ciascuno può riconoscere nelle quattordici fotografie scritte, nelle tracce lasciate per «conferire maggiore realtà a momenti di godimento irrappresentabili e fugaci» (p. 13), all’«irrealtà del sesso», tanto più irreale perché i corpi dei due amanti, uniti nel momento del desiderio, non sono mai mostrati. Al loro posto sono i vestiti a testimoniare che tutto è successo davvero, sottolineando, però, un’inevitabile mancanza, perché loro sono ciò che resta di qualcosa che è passato e perduto.

Se la fotografia nasce dall’esigenza di sottrarre la vita alla morte conservandone una testimonianza, è vero altresì che diventa la prova inconfutabile che quel momento immortalato è definitivamente passato e non si ripeterà mai più. Dietro ogni scatto c’è un pezzo di realtà e di vita, destinato, però, a mostrare spietatamente l’assenza e la perdita, la sua connaturata condizione di mortalità.

Si può sconfiggere la morte sublimandola nell’amore? Ernaux vuole forse indicarci questa prospettiva? La lotta tra eros e thanatos è indubbiamente al centro della narrazione. «Per diversi mesi – scrive Marc – la nostra vita sarà un ménage a trois: la morte, A. e io» (p. 80), dove la terza compagna risulta «invadente, sì, ma incapace di attecchire contro il nostro amore. Lo so, sembra quasi troppo bello per essere vero, il vecchio mito della vittoria dell’amore sulla morte, ma così stanno le cose» (p. 80).

Occorre però andare oltre l’immagine per sottrarre l’amore all’oblio, e per Annie solo la scrittura può realmente salvare dall’assenza che una foto rivela: «Vorrei che le parole fossero come macchie che non ci si riesce a togliere di dosso» (p. 78). L’impulso che genera lo scatto è probabilmente lo stesso della scrittura, ma è dall’unione di immagine e scrittura che si può tentare di ricostituire un senso duraturo, da sola «nessuna foto restituisce l’idea della durata. La foto rinchiude nell’istante» (p. 106), talvolta trasfigura persino la realtà, come accade con la foto che chiude il libro, che «nelle intenzioni era stata scattata per dare più realtà al nostro amore ma che di fatto lo derealizza» (p. 152).

Fotografia e scrittura per incidere maggiormente sulla realtà. Legame tanto più indispensabile quando l’immagine diventa sola apparenza e non conserva più il senso che le appartiene. Quando non mostra più né la vita né il tempo. Ma la scrittura può salvare dall’assenza solo a patto che esca da se stessa e vada «verso il mondo».

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