Donne che salvano uomini: la Beatrice dantesca
Beatrice inattuale?
Nell’immaginario scolastico, ma anche nell’immaginario culturale, il personaggio dantesco di Beatrice non riveste lo stesso appeal di una donna come Francesca da Polenta, che ha alimentato non soltanto infinite discussioni in classe tra studenti e a livello accademico tra dantisti, ma anche rivisitazioni di ogni genere, iconografiche, teatrali, musicali. La storia di Paolo e Francesca, contenuta nel V canto dell’Inferno, ha varcato i secoli con una vitalità per niente raffrontabile alla storia – se così può chiamarsi – tra Dante e Beatrice. Quest’ultima è sempre stata percepita come inattuale, frutto della fantasia poetica dell’Alighieri e soprattutto di un’istanza idealizzatrice di scarsa presa sui ragazzi che studiano Dante a scuola o all’università.
Purtuttavia l’idealizzazione non è una prassi estranea al nostro tempo e ai nostri discenti. Confrontarsi col personaggio di Beatrice in classe, lungo tutto il triennio conclusivo del secondo ciclo, vuol dire suscitare comunque in classe un ampio spettro di reazioni che va dall’indifferenza massima alla curiosità che desidera trasporre l’operazione dantesca in termini fruibili nell’oggi.
Verità e rappresentazione
La presenza tra i banchi di Beatrice peraltro è inevitabile perché si tratta della donna più presente nella poesia di Dante. Di fatto, è il vero motore della Commedia, il focus attorno a cui si coagula l’immaginario dantesco, colei cui approda la traiettoria esistenziale del poeta fiorentino. Se non vi è alcun dubbio sulla sua identificazione con la giovane Bice Portinari, sposata ad un banchiere e morta giovane nel 1290, restano avvolte nel mistero le circostanze che ne hanno fatto una donna salvifica per Dante. Non disponiamo di alcun dato cronachistico, ma soltanto di una trama di significati, in modo non dissimile da quel che accade per i Vangeli, che sono testi scritti per evidenziare significati elaborati a posteriori, piuttosto che per ricostruire dati di realtà, che purtuttavia in una qualche forma ai significati soggiacciono. Sfuggirà per sempre il così com’è di cui spesso i ragazzi – ma non solo essi – vanno in cerca per ancorare i testi letterari frequentati a scuola alla “verità”: “Prof, ma cosa ha fatto veramente Beatrice per Dante?”.
Vale per Beatrice quel che vale per ogni discorso che riguardi la fictio letteraria. La verità di Beatrice sta nella sua rappresentazione. L’educazione alla dimensione veritativa della rappresentazione è un impegno didattico non indifferente, perché i nostri allievi in genere sono portatori di un’idea molto empirica di “verità”, e necessitano, a partire dal primo biennio, di un apprendistato del linguaggio simbolico o mitico che per brevità non è possibile qui illustrare. Occorre che essi interiorizzino che è la letteratura, nella fattispecie la poesia, ad assumere la veste della verità, di una verità che si candida ad essere, come avviene per il mito, più “vera” della verità stessa, e quel che Beatrice fa nel testo, secondo una celebre affermazione attribuita al filosofo romano Saturnino Sallustio, non è mai accaduto perché accade sempre.[1]
Comunità ermeneutica ed educazione affettiva
Qui offrirò alcuni dati testuali che possano permettere una riflessione sulla donna-Beatrice capace di approdare ad uno spazio che chiamerei di “plausibilità psicologica”, partendo da queste domande fortemente interrelate tra loro: in che modo Dante trasfigura la propria passione erotica in un sentimento a forte valenza spirituale? Perché Dante attribuisce a Beatrice il ruolo di colei che lo ha salvato dalla perdizione? Che rapporto c’è tra la figura di Beatrice e la condizione femminile medievale? In filigrana queste domande possono rendere una classe comunità ermeneutica in virtù del loro potenziale attualizzante e perciò traducibile in ulteriori domande: in che modo autonomia e distanza possono far parte oggi della relazione tra due persone che si amano? In che misura oggi una donna può costituire fattore di crescita umana per un uomo? Quanto oggi è disponibile un uomo a farsi mettere in discussione, fino a piangere su sé stesso, da una donna? Discutere in classe di questi temi vuol dire onorare quell’educazione affettiva e sentimentale di cui tanto si parla (e si polemizza, per le recenti preoccupazioni espresse dal ministero) non giustapponendola ai saperi curricolari con progetti aggiuntivi, ma facendola emergere dall’insegnamento della letteratura.
Anche Dante fu innamorato
Dante è stato innamorato di Beatrice, come attesta inequivocabilmente la Vita Nova: In quello punto dico veracemente che lo spirito della vita, il quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente.[2] Basta ricordare il celebre V canto infernale di Paolo e Francesca per ritrovare il punto che vinse i due amanti ed il tremore con cui Paolo baciò la bocca di Francesca. Si tratta di lessico erotico. Il libello giovanile, che contiene eventi già tradotti in significati (in quanto scritto alcuni anni dopo la morte di Beatrice), individua una traiettoria interiore che vede il Dante innamorato impegnato nel depurare la propria passione da ogni istanza di gratificazione: egli si appaga della lode rivolta all’amata. Ma l’amata muore precocemente ed il poeta, distrutto dal dolore, è tentato da una nuova passione d’amore. Di cosa si tratta?
Perché essere fedeli a una defunta?
Occorre andare alla Beatrice che comparirà anni dopo sulla scena della Commedia per avere qualche indizio su questa tentazione: Sì tosto come in su la soglia fui/di mia seconda etade e mutai vita,/questi si tolse a me, e diessi altrui.[3] Siamo in cima alla montagna del purgatorio e Beatrice parla di Dante agli angeli, accusandolo di aver tradito la sua memoria dopo la morte. Questi si separò da me e si concesse ad altri, dice Beatrice. Il dato coincide col racconto della Vita Nova in cui, anni prima, Dante aveva parlato della sua passione momentanea per una “donna gentile”. In quell’occasione Beatrice gli sarebbe apparsa in visione richiamandolo alla fedeltà. Perché? Perché Beatrice invoca la fedeltà? Quale ruolo avrebbe svolto nella vita di Dante? Beatrice stessa in Purg. XXX, 23 dice che meco il menava in dritta parte volto, cui si aggiunge, in Purg. XXX, 130 l’affermazione che Dante volse i passi suoi per via non vera. La Commedia inizia col celebre verso che parla di diritta via smarrita. Il tema della via è un tema etico. Beatrice deve avere svolto un ruolo di coscienza morale nei confronti di Dante. Ha cioè riassunto in sé eros ed ethos.
Il suo ruolo di guida morale appare testimoniato da un altro brano della Vita Nova, al cap. III, in cui Dante parla della sua immagine, sempre fissa in mente, come immagine di nobilissima vertù, circostanza cui egli lega il fatto di non averla mai amata sanza lo fedele consiglio de la ragione. L’eros dantesco, fin dall’inizio, lungi dall’esserne ridotto, è arricchito da virtù e ragione, due dimensioni di forte valenza etico-filosofica, che consentono al poeta di percepire in Beatrice una forza interiore capace di tenerlo dentro un sentire nobile, profondo, non dipendente dalla mera gratificazione esteriore. È un innamoramento capace di resistere alla spinta egoica del contraccambio.
Ma torniamo alla tentazione della “donna gentile”. Che Beatrice intendesse essere memoria della sua crescita umana Dante non lo comprende subito, e l’eros dopo la morte di lei torna a farsi presente nella sua vita. Tuttavia, lo mio cuore cominciò dolorosamente a pentère de lo desiderio a cui vilmente s’avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione; e discacciato questo cotale malvagio desiderio, sì si rivolsero tutti li miei pensamenti a la loro gentilissima Beatrice.[4] Dante vince su se stesso. Vince sul proprio malvagio desiderio, e forse è proprio a questo che si riferisce Beatrice in cima al purgatorio, quando lo incalza: Non ti dovea gravar le penne in giuso,/ad aspettar più colpo, o pargoletta/o altra novità con sì breve uso.[5] Non avresti dovuto volare basso e farti colpire dalla tentazione di qualche giovane donna o di altra novità effimera.
Una donna che entra nel tuo buio
Combinando il dato della Vita Nova con quello del Purgatorio siamo in grado di vedere in Beatrice la figura capace di dare un indirizzo alla vita interiore di Dante, comprendendo in essa anche una pulsione erotica – questa volta non sorvegliata dalla ragione come nel caso di Beatrice – che avrebbe potuto disumanizzarlo. Ma anche in anni successivi è probabile che Dante non avesse ancora trovato un vero equilibrio interiore, e sono gli anni degli studi filosofici e dell’impegno politico, alla fine del XIII secolo. Un disequilibrio e un disorientamento simboleggiati dalla selva oscura, e dalle belve feroci del canto I dell’Inferno. Nella finzione narrativa è il 1300. Dieci anni dopo la morte di Beatrice.
E qui, alle soglie dell’inferno, rientra in scena la donna della Vita Nova. Dante infatti riesce a riattivarsi grazie all’insieme delle sue risorse intellettuali e morali di base, che poeticamente prendono il nome di Virgilio. Virgilio è l’identità profonda di Dante. Il sé stesso culturale, intellettuale, poetico. Virgilio è la risorsa. Beatrice conosce la risorsa e a quella fa appello: Or movi, e con la tua parola ornata/e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,/l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.[6] Beatrice non esita ad entrare nel buio di Dante con le lacrime agli occhi: li occhi lucenti lagrimando volse,[7] dirà Virgilio. Non teme di entrare nel subconscio dantesco e di attivare Virgilio. È un gesto di amore, come lei stessa dice a Virgilio: Amor mi move, che mi fa parlare[8]. La rappresentazione di Beatrice è quella di una donna che non si dà pace pur di sostenere Dante nel suo percorso di crescita umana. Non è quella che si direbbe oggi una “crocerossina”, perché la sua figura è sempre avvolta da dignità e magisterialità. Basterà scorrere tutto il Paradiso per constatarlo. Non si fonde con Dante. Lo dice chiaramente, sempre nello stesso contesto: i’ non temo di venir qua entro e la vostra miseria non mi tange. Resta sé stessa, Beatrice, resta nella propria alterità ma non perde di vista il suo amato che è stato suo amante.
Un uomo che piange su sé stesso
Questa incursione di Beatrice nell’inferno interiore di Dante ha un effetto sbloccante. Dante si rimette in movimento grazie alle proprie risorse intellettuali ed etiche (Virgilio) e attraversa i regni del male e dell’espiazione, ed è al termine di questo percorso interiore che lo aspetta lei, per parlargli, per rimproverarlo, per saggiarlo. Che cosa è diventato Dante, dinanzi a Beatrice? È un uomo che piange: Sì scoppia’ io sottesso grave carco,/fuori sgorgando lagrime e sospiri,/e la voce allentò per lo suo varco./Piangendo dissi: “Le presenti cose/col falso lor piacer volser miei passi,/tosto che ’l vostro viso si nascose”.[9] Dante ha imparato a piangere su sé stesso, a riconoscere la propria fragilità e la propria dissipazione. Egli ha acquisito la capacità di distinguere il falso dal vero piacere. È cresciuto. Ha fatto i conti con la propria superbia intellettuale e col proprio narcisismo sensuale. È tanto per un maschio del Medioevo. È tanto anche immaginarlo.
Questo è il risultato dell’impegno di una donna. Con lei Dante attraverserà tutto il paradiso e imparerà una gioia che non è l’approdo del prestigio intellettuale o del desiderio sensuale, ma la percezione della propria piccolezza di fronte alla grandezza dell’Essere. Per giungere a questo risultato Beatrice ha assunto i tratti di una donna che rispetto al Femminile medievale ha tutt’altre caratteristiche: Beatrice parla (“Le donne tacciano” diceva san Paolo), spiega, rimprovera, indirizza, discute di teologia e di politica, ciò che l’immaginario medievale, intriso di patriarcato, avrebbe ritenuto inimmaginabile. Il fatto che tutto questo viva nel testo letterario non elimina che uno scenario del genere possa essere stato partorito dalla mente di un maschio adulto del Medioevo che era partito da una base erotica: Beatrice era bella ed egli la desiderava.
Il mondo 2 della letteratura
Si diceva all’inizio di questo contributo dell’importanza di un’educazione alla dimensione veritativa della rappresentazione, quale verità di secondo livello rispetto alla verità empirica. In classe dunque è importante fare emergere il gioco della letteratura, come mondo 2 che intrattiene rapporti complessi col mondo reale, inteso come mondo 1.[10] In questo caso la letteratura intrattiene rapporti molto problematici con il mondo storico di Dante, in cui la donna aveva un ruolo altamente subordinato. Sembra un racconto mitico quello di Beatrice che salva Dante dalla perdizione. Però, se è vero che il mito non è mai accaduto perché accade sempre, può anche accadere che un uomo sia perduto e schiacciato da sé stesso. È possibile che abbia conosciuto una donna che lo ha rivelato a sé stesso. E che per questo egli abbia cominciato ad amarla profondamente, prima in modo sensuale, poi in modo sublimato e in virtù di questo modo le abbia consegnato anche un ruolo di guida intellettuale e spirituale. Non sono tutti gli allievi (intesi qui come comprensivi di entrambi i generi) disposti ad entrare in questo spazio concettuale. Che una donna, una ragazza, possa configurarsi quale guida di un ragazzo viene considerato plausibile e molto “reale”, e questo lo riconoscono anche i ragazzi, taluni dei quali talora hanno anche riconosciuto di specchiarsi in questo tipo di situazione e di ritenersi grati alle ragazze che hanno incontrato per averli liberati da modi di pensare e di essere rivelatisi “tossici”. E per questo non sono rimasti indifferenti di fronte alla gratitudine dantesca verso Beatrice, espressa nel XXXI del Paradiso.
È la preghiera di gratitudine che Dante le rivolge quando lei lo affida a Bernardo prima della visione di Dio. Una preghiera che merita di essere riportata per intero:
O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant’ i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi. (Par. XXXI, 79-90)
O donna, in cui vive la mia speranza, che hai accettato per la mia salvezza di lasciare le tue tracce all’inferno, riconosco che dal tuo potere e dalla tua bontà provengono la grazia e il valore di tutto quel che ho visto. Da schiavo mi hai condotto verso la libertà per tutte le vie e in tutti i modi di cui disponevi. Custodisci la tua grandezza in me, in modo che la mia anima, che hai risanato, si separi dal corpo a te gradita. Quattro terzine in cui Dante riconosce che Beatrice è stata capace di entrare nel suo buio, che lo ha sostenuto nel guardare in faccia sé stesso, che lo ha liberato dal suo Ego. E poi le chiede di non cessare di vivere in lui quale memoria permanente del nuovo sé stesso che è diventato grazie a lei.
Imparare ad essere amati
A giudicare da come poi si concluderà la Commedia, dalla percezione che investe Dante di partecipare alla festa cosmica senza più alcuna centratura sull’Ego, forse è possibile affermare che questa donna rappresentata in forma mitica abbia insegnato a quest’uomo rinnovato la verità più grande, che se è vera nella mitologia dantesca può anche essere vera in ogni tempo: che più importante dell’imparare ad amare è imparare ad essere amati: già volgeva il mio desio e il velle,/come rota ch’è igualmente mossa/l’amor che move il sole e l’altre stelle.[11]
[1] In prospettiva didattica, con opportuna mediazione si intende, risulta utile la lettura del capitolo Finzione, contenuto nel testo di Cesare Segre, Avviamento all’analisi del testo letterario, Einaudi, Torino 1999, pp.214-233.
[2] Vita Nova, ed. Barbi, II, 4.
[3] Purg. XXX, 124-126.
[4] Vita Nova, XXXIX, 2.
[5] Purg. XXXI, 58-60.
[6] Inf. II, 67-69.
[7] Inf. II, 116, dato – quello delle lacrime – confermato dalla bocca della stessa Beatrice in Purg. XXX, 141.
[8] Ibid. II, 72.
[9] Purg. XXXI, 19-21.
[10] Inevitabile il riferimento ai tre mondi di Popper, secondo i quali il prodotto letterario potrebbe configurarsi quale mondo 3, prodotto dall’attività di pensiero che lo studioso chiama mondo 2, a sua volta in relazione complessa col mondo 1, quello dei fenomeni fisici: K. R. Popper, Tre mondi, Il Mulino, Bologna 2012 (ed. orig. 1978).
[11] Par. XXXIII, 143.145.
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