Nuovi doveri per il mondo in trasformazione
Il 12 febbraio del 1966 si spegneva a Milano Elio Vittorini: aveva 57 anni. Ne ricordiamo la figura e l’opera attraverso le pagine della sua opera maggiore: “Conversazione in Sicilia”1
– Credo che l’uomo sia maturo per altro, -disse. – Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino… Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. E’ questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere… Cose da fare per la nostra coscienza in senso nuovo.
A sessant’anni dalla morte del loro autoree acirca novanta da quando furono scritte, queste parole che il Gran Lombardo pronuncia in “Conversazione in Sicilia” possiamo oggi sentirle con una urgenza nuova; una urgenza che dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi poche volte hanno avuto.
Furono in origine, negli anni che vanno dalla Guerra di Spagna al Secondo conflitto mondiale, un richiamo perentorio per un’intera generazione approdata all’antifascismo per strade molto diverse, ma tutte tese a scoprire nuovi orizzonti di libertà; lo furono ancora negli anni della ricostruzione postbellica, che apriva scenari inediti per una società impegnata a dotarsi sia degli strumenti necessari all’esercizio della democrazia sia delle strutture atte a sostenere un benessere diffuso come mai era accaduto prima: un percorso certo non lineare, contraddittorio, ma che con le parole di Vittorini potremmo definire di “progresso civile”, capaci di determinare un più alto grado di civiltà.
Com’è noto, la composizione di “Conversazione in Sicilia” cade in una fase cruciale di intenso ripensamento critico che occupò a lungo Vittorini, avviando la sua ricerca di uomo e di scrittore verso nuove direzioni. Si dirà, a ragione, che Vittorini ha sempre informato la sua attività alla costruzione incessante del nuovo, ma i frutti che tale tensione potè offrire non sempre possono dirsi maturi, come accadde invece di avere con “Conversazione in Sicilia”. In effetti, il risultato raggiunto con quest’opera dipese sia dalla radicalità delle domande che in essa convergevano sia dalla urgenza con cui tali domande da tempo si agitavano in Vittorini. In quest’opera vengono così a sfociare tensioni venute alla luce con il dibattito sulla politica imperialista italiana che fece seguito alla guerra d’Etiopia e che giunse a piena maturazione con l’esplodere della guerra civile spagnola; il succedersi di tali eventi instilla in Vittorini, fino ad allora convinto assertore dell’ideologia corporativa, profondi dubbi sul carattere innovatore e rivoluzionario del fascismo, inducendolo ad una svolta democratica, su cui procederà via via in modo sempre più deciso e radicale.
Ma il valore storico-letterario di “Conversazione in Sicilia”non riguarda solo la parabola artistica e intellettuale del suo autore2; quest’opera, quando apparve, scosse la coscienza di molti scrittori, intellettuali e semplici lettori, come ricorda tra gli altri Geno Pampaloni, che a proposito del Prologo con cui si apre il romanzo ebbe a dichiarare: “Come suonò in Italia, questa pagina! E’ difficile rileggerla anche oggi senza commozione e senza gratitudine. Forse nessuno scrittore italiano, dopo il Foscolo, aveva interpretato con tanta eloquenza la coscienza inquieta dei propri contemporanei”3. Così anche Alfonso Failla, l’amico anarchico degli anni giovanili di Vittorini, in una sua testimonianza del 1973 ricorda che “Conversazione in Sicilia fu certamente il romanzo più letto dai confinati di Ventotene”4.
Dopo la lotta contro la tirannia liberticida nazifascista, i “nuovi doveri” urgentemente avvertiti dalla inquieta coscienza del Gran Lombardo costituirono il presupposto etico che consentì di intraprendere il percorso di costruzione di una moderna società democratica; ed è così che l’esigenza di “nuovi doveri” genera quei “nuovi diritti” sanciti dalla nostra Carta costituzionale.
Ma “i nuovi doveri da compiere per sentirsi in pace con gli uomini” non abbracciano soltanto l’orizzonte politico-istituzionale; nella coscienza del Gran Lombardo essi investono la dimensione etica individuale, e chiedono a ciascuno di noi di ridefinire la propria posizione nel mondo in rapporto a se stessi, agli altri, alla natura. E’ necessario, cioè, tornare a chiedersi (non smettere mai di chiedersi) chi siamo, che ci stiamo a fare qui e ora, qual è il senso (la direzione) che vogliamo dare alla nostra esistenza, alle relazioni che coltiviamo. Si tratta dunque di definire il proprio atteggiamento esistenziale dinanzi alle grandi trasformazioni in atto. Atteggiamento esistenziale che può declinarsi in modi assai diversi ed opposti: come quelli che Silvestro, il protagonista di “Conversazione in Sicilia”, viaggiando in treno sulla linea ferrata che collega Messina a Siracusa, vede incarnarsi in varie figure simbolo: con Silvestro e il Gran Lombardo, in quello scompartimento di terza classe vi sono altri viaggiatori:
Gli altri erano tre.
Uno, giovane, con un berretto di panno sottile, e avvolto in uno scialle, giallo in faccia, scarno minuto; sedeva nell’angolo in diagonale a me, contro il finestrino.
Uno, anche giovane, era sanguigno, forte, coi capelli crespi e neri, il collo nero, un popolano di città, certo un catanese; e sedeva all’altro capo del mio sedile, di fronte al malato.
Il terzo era un piccolo vecchio senza un pelo in faccia, e scuro, con la pelle coriacea, a scaglie cubiche, come di tartaruga, e incredibilmente piccolo e asciutto: una foglia secca. Egli era salito a Roccalumera e sedeva, se si può dire che sedesse, sull’orlo del sedile, tra il gran lombardo e il malato, col bracciolo di legno, che avrebbe potuto sollevare e non aveva sollevato, contro la schiena.
In “Conversazione” ogni apparizione è una epifania, ossia “una improvvisa manifestazione” spirituale che si sprigiona da un oggetto, da un personaggio, da un luogo, consentendo a chi la coglie di penetrare più a fondo la realtà, portandone alla luce i significati nascosti. Tuttavia, sarebbe improprio adottare uno schema interpretativo rigido dei personaggi che animano il viaggio-conversazione di Silvestro; la loro configurazione sarà quella che lo stesso Vittorini denominerà come “figure di funzione”. Maria Corti, nella Prefazione alle opere narrative di Vittorini per “I Meridiani” della “Mondadori”, ravvisa in “Erica e i suoi fratelli” il passaggio fondamentale che condurrà alla svolta di “Conversazione”; scrive la Corti riferendosi a “Giochi di ragazzi”: “La novità strutturale di questo libro, nato come seguito di “Garofano rosso” e poi interrotto, sta nella sostituzione dei personaggi del realismo psicologico con quelli che Vittorini nelle “Due tensioni” chiamerà “le figure di funzione”, cioè personaggi portavoce cui pertiene natura di simboli più che di uomini; e nel prosieguo della sua analisi critica aggiunge: Dalla poetica della parola come verità deriva la predilezione per i personaggi portavoce, di cui non preme l’individualità psicologicamente fissata, ma il potere simbolico-profetico, un muoversi entro sublime allegoria”.
Ed è appunto una prima rappresentazione allegorica quella a cui assistiamo nello scompartimento di terza classe sul treno Messina-Siracusa e che occupa i capitoli V-VIII della prima parte di “Conversazione in Sicilia”, cui faranno seguito in particolare nuove e più elaborate allegorie in cui Silvestro si immergerà dopo la “conversazione” con la madre, nella parte notturna del suo viaggio “in quarta dimensione”.
Ma rimaniamo a questa prima scena allegorica: dentro questo scompartimento Silvestro incontra 4 figure di funzione, che possono essere associate a coppie: il Gran Lombardo/il piccolo vecchio; Il giovane sanguigno e forte/ il giovane affetto da malaria; essi rappresentano modi opposti di stare al mondo:
Il Gran Lombardo, “padrone di terre con tre belle figlie femmine e un cavallo sul quale andare per le sue terre come un re”, non si acquieta in ciò che ha e sente urgere in lui il bisogno di assolvere a “nuovi doveri”, “per sentirsi diverso nell’anima e più in pace con gli uomini, come uno che non ha nulla da rimproverarsi”; a questa splendida figura (una delle più note tra quelle create dalla fantasia poetica di Vittorini) fa da “controcanto”il vecchietto che gli siede accanto, che non pronuncia parole comprensibili, ma emette solo un suono “di fischio incipiente, morto, senza corpo di voce: – Ih!“ Nella rappresentazione di questa figura di funzione Vittorini, con l’intento di giungere ad innovare stilisticamente il linguaggio narrativo, attinge alla lezione che gli viene dalla pittura: in un articolo del gennaio 1933 apparso sulla rivista “L’Italia letteraria” dedicato tra l’altro alla pittura di Alberto Savinio5, lo scrittore siracusano scrive che “In chi fantasticava del minotauro, o immaginava Giove sotto forma di toro o di cigno, e in Savinio che vede i suoi personaggi con teste di struzzo, di anitre, caproni o giraffe, il gusto suscitatore è lo stesso. Gusto per il quale la deformazione avviene come simbolo di trasfigurazione…”.
Vittorini si sarà allora ricordato della “lezione” di Savinio nel trasformare la figura di funzione del piccolo vecchio in un “simbolo di trasfigurazione”:
E il vecchietto al fianco di lui fece udire il suo “ih!” di foglia secca, senza corpo di voce, Pareva fosse un fuscello secco a parlare. – Ih! – fece con la bocca a fessura di salvadanaio.
– Non c’è nulla da ridere, nonnino, non c’è nulla da ridere – disse, voltandosi verso di lui, il Gran Lombardo, e di nuovo raccontò di sé, daccapo, del suo viaggio a Messina, dei suoi poderi sopra Leonforte, delle sue tre figlie femmine una più bella dell’altra, così disse stavolta, una più bella dell’altra, e del suo cavallo alto e fiero, e di sé che non si sentiva in pace con gli uomini e di come credeva che ci volesse una nuova coscienza, e nuovi doveri da compiere, per sentirsi più in pace con gli uomini, tutto esclusivamente, stavolta, per il piccolo vecchio che lo guardava e rideva e faceva “ih!”, un rumore di fischio incipiente senza corpo di voce.
– Ma perché, – disse il Gran Lombardo a un certo punto – Perché state seduto così scomodo? Questo si può sollevare. E sollevò il bracciolo di legno contro il quale il piccolo vecchio sedeva in punta al sedile.
– Questo si può sollevare, – disse il Gran Lombardo
E il piccolo vecchio si girò e guardò il bracciolo di legno sollevato e fece di nuovo “Ih!” un paio di volte, ma restò seduto scomodo, in punta, tenendosi con le manine coriacee a un suo bastone di legno nodoso e alto quasi come lui, dal pomo a teste di serpe.
Fu in quel suo movimento di girarsi a guardare il bracciolo che io vidi la testa di serpe, e allora io vidi del verde in bocca a quella teste di serpe, tre foglioline di un rametto di arancio, e il piccolo vecchio mi vide e fece di nuovo “Ih!”e prese il rametto di arancio e se lo mise in bocca lui, nella sua bocca a fessura di salvadanaio, testa di serpe anche lui.
La trasfigurazione metamorfica mostra il volto nascosto della figura di funzione, la fa emergere con tutta evidenza e ne rivela la natura esistenziale; essa rappresenta un particolare modo di stare al mondo, segnato da una sorta di ilare rassegnazione: la bocca a fessura di salvadanaio e la teste di serpe aggiungono ulteriore forza simbolica a questo “personaggio”, che appare come incarnazione di un aspetto antico e profondo della cultura siciliana6, senza per questo perdere il proprio carattere di universalità7.
Il Gran Lombardo e il piccolo vecchio costituiscono così due figure di funzione che reagiscono in modi assai diversi ai mali di cui è afflitto “il genere umano perduto”: il primo nel segno della inquietudine e della ricerca; il secondo nel segno della rassegnazione. Di fronte ad essi si collocano in posizione speculare i due giovani: il primo, catanese, sanguigno e forte; il secondo, malato, dalla cera gialla, avvolto in uno scialle, che scende alla stazione di Lentini, nella pianura ricoperta di “verde malaria”.
Il viaggio di Silvestro è un movimento interiore profondo, sostanziato di visioni, riconoscimenti e scoperte che inaugurano in lui una nuova coscienza di sé, dell’uomo e del mondo.
La conversazione è un’allegoria costellata da figure simboliche che incarnano tendenze ed aspetti essenziali per il recupero del proprio passato, della propria storia individuale e, ad un tempo, di quella del “genere umano perduto”.
Un viaggio-conversazione volto a riscoprire le ragioni dell’essere uomo e a cercarne di nuove (“ nuovi doveri”); un itinerario che induce a ricordare, a riconoscere, a vedere, a pensare, a capire e ad assumere coscienza; un viaggio-conversazione che scardina le coordinate temporali e approda in una quarta dimensione dentro la quale Silvestro recupera la realtà del suo passato e, accanto ad essa, quella del suo presente, acquisendo “un di più di coscienza” di se stessi e del mondo, degli uomini e della loro storia. Tutto il processo del ricordare, del riconoscere, del vedere, del pensare e del capire di cui si sostanzia il viaggio-conversazione è funzionale all’acquisto che se ne fa per la coscienza; dagli “astratti furori” al “di più di coscienza”: sono queste le stazioni di partenza e di arrivo di Conversazione in Sicilia. Il recupero della stratificazione storica su cui poggia tutto ciò che esiste, consente di superare il rapporto superficiale col mondo cogliendone in un solo sguardo la complessità. E’ questo il primo acquisto per la coscienza che Silvestro compie nella “conversazione” con la madre:
Si rialzò con l’aringa in mano, tenendola verso la coda, ed esaminandola, da una parte, dall’altra; e io vidi, nell’odore dell’aringa, la sua faccia senza nulla di meno di quando era stata una faccia giovane, come io ora ricordavo che era stata, e con l’età che faceva in di più su di essa. Era questo, mia madre; il ricordo di quello che era stata quindici anni prima, venti anni prima quando ci aspettava al salto dal treno merci, giovane e terribile, col legno in mano; il ricordo, e l’età di tutta la lontananza, l’in più di ora, insomma due volte reale. Esaminava l’aringa, tenendola alta, da una parte, dall’altra, non bruciata in nessun punto, eppure arsa tutta, e anche l’aringa era questo, il ricordo e l’in più di ora. E questo era ogni cosa, il ricordo e l’in più di ora, il sole, il freddo, il braciere di rame in mezzo alla cucina, e l’acquisto nella mia coscienza di quel punto del mondo dove mi trovavo; ogni cosa era questo, reale due volte; e forse era per questo che non mi era indifferente sentirmi là, viaggiare, per questo che era due volte vero, anche il viaggio da Messina in giù, e le arance sul battello-traghetto, e il Gran Lombardo in treno, e Coi Baffi e Senza Baffi, e la verde malaria, e Siracusa, la Sicilia stessa insomma, tutto reale due volte, e in viaggio, quarta dimensione.
Tutto ciò esiste intorno a noi non si esaurisce in ciò che appare in superficie; tutto ciò che esiste ha una sua interna stratificazione storica che è venuta mutando nel tempo. Se osservando il reale noi avessimo la capacità di cogliere con uno sguardo non solo ciò che appare sotto i nostri occhi, ma anche tutto ciò che è stato sin dall’origine, allora ne avremmo una conoscenza amplificata, profonda ed estesa: penetreremmo nel “due volte reale”, compiremmo il nostro viaggio “in quarta dimensione”, acquisteremmo una nuova conoscenza del mondo e di noi stessi, ci ricollocheremmo in una posizione diversa nel rapporto con gli altri e con la natura, e cercheremmo di assolvere a “nuovi doveri”, a beneficio del “genere umano perduto”.
Rileggere a tanti anni di distanza un classico del ‘900, quale può ritenersi Conversazione in Sicilia, riapre le domande che quell’opera pose nel difficile tempo in cui venne scritta. Oggi, in uno scenario profondamente mutato, nel cuore di una trasformazione profonda i cui esiti appaiono incerti e generano profonda preoccupazione, l’urgenza di quelle domande torna a farsi viva: l’animo di chi, come il “Gran Lombardo” non si acquieta in ciò che possiede, ma desidera profondamente sentirsi in pace con gli uomini, è alla ricerca di “nuovi doveri” da compiere e scruta intorno a sé e dentro di sé per individuare la strada da seguire; non abbandona la speranza; sa che è necessario “cercare ancora”8. E’ questo un compito storico che va assunto da chi vive oggi il proprio tempo con consapevolezza e responsabilità. Un compito tutto umano che chiede incarnazioni. Ce lo ricorda anche Ernst Bloch che nelle righe finali de “Il Principio Speranza” scrive: “Ma la radice della storia è l’uomo che lavora, crea, trasforma e supera la realtà data”.
1Conversazione in Sicilia viene pubblicato a puntate sulla rivista ”Letteratura” nei nn. 6,7,8,10 del 1937/38; poi in volume nel 1941 dall’editore Parenti di Firenze, con una tiratura di 300 esemplari con il titolo Nome e lagrime, dal racconto che fa da schermo al romanzo; nello stesso anno verrà stampato da Bompiani in due tirature da 5000 copie l’una; nel 1954 Vittorini realizzerà l’edizione illustrata di Conversazione in Sicilia, con 188 foto, la maggior parte delle quali del fotografo Luigi Crocenzi.
2 Lo stesso Vittorini, in un articolo apparso su “Cinema nuovo” nel 1954 ebbe a dichiarare che: “Conversazione in Sicilia, tra tutti i miei libri, è quello a cui tengo di più, anche il solo cui tenga veramente”
3 Cfr. Raffaele Crovi, Il lungo viaggio di Vittorini, Marsilio Editore, 1998, pag. 224
4Cfr. Massimo Grillo, I Vittorini di Sicilia, Camunia, 1993, pag. 409
5 Uno stralcio dell’articolo viene poi ripreso da Vittorini in Diario in pubblico con l’eloquente titolo “Trasfigurazione e simboli di trasfigurazione”.
6 Se a questo aggiungiamo che il vecchietto scese alla stazione che precede l’arrivo a Catania (ossia, verosimilmente, la stazione di Acitrezza) è diffiicile non pensare a Verga e ai Malavoglia, e al mondo arcaico che essi rappresentano.
7 Nella famosa Nota a chiusura di Conversazione Vittorini precisa: “Ad evitare equivoci o fraintendimenti avverto che, come il protagonista di questa Conversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e accompagna è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia.”
8 Cfr. Claudio Napoleoni, Cercate ancora – Lettera sulla laicità e altri scritti, Editori Riuniti, 1990
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