Perché leggere Apeirogon di Colum McCann
C’era una volta, non tanto tempo fa, e non tanto lontano da qui, Rami Elhanan, un israeliano, un ebreo, un artista grafico, marito di Nurit, padre di Elik e Guy e Yigal, padre anche della compianta Smadar, che in sella alla sua motocicletta viaggiò dalla periferia di Gerusalemme al monastero di Cremisan, nella città a maggioranza cristiana di Beit Jala, vicino a Betlemme, sulle colline di Giudea, per incontrare Bassam Aramin, un palestinese, un musulmano, un ex carcerato, un attivista, nato nei pressi di Hebron, marito di Sawa, padre di Araab e Areen e Muhammad e Ahmed e Hiba, padre anche della compianta Abir, di dieci anni, colpita a morte dalla pallottola di una guardia di frontiera israeliana senza nome a Gerusalemme Est, quasi dieci anni dopo che la figlia di Rami, Smadar, fu uccisa da tre attentatori suicidi palestinesi, Bashar Sawalha, Youssef Shouli e Tawfiq Yassine, originari di Assira al-Shamaliya nei pressi di Nablus in Cisgiordania, nelle Montagne del Beneamato, un luogo di intrighi per gli uditori riuniti nel monastero di mattoni rossi, appollaiato sul fianco della collina, accanto al vigneto a terrazze, all’ombra del Muro, dopo aver fatto un lungo viaggio da Belfast e da Kyūshū, da Parigi e dal North Carolina, da Santiago e da Brooklyn, da Copenaghen e da Terezín, in un giorno qualsiasi di fine ottobre, brumoso, venato di freddo, per ascoltare le storie di Bassam a Rami, e trovare nel cuore delle loro storie un’altra storia, un cantico dei cantici, riscoprendo sé stessi – io, voi – nella cappella rivestita di pietra, dove siamo stati seduti per ore, impazienti, disperati, incoraggiati, confusi, cinici, complici, silenziosi, mentre i nostri ricordi implodevano, le nostre sinapsi rimbalzavano, nell’addensarsi dell’oscurità, rievocando, durante l’ascolto, tutte quelle storie che devono ancora essere raccontate.
Colum McCann, Apeirogon, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 263-64.
Apeirogon è un romanzo dello scrittore irlandese Colum McCann pubblicato in inglese nel 2020 (Bloomsbury) e in italiano nel 2021 (Feltrinelli). Racconta, con scelte strutturali e stilistiche sperimentali, una storia vera, quella di due padri accomunati dal lutto per la perdita traumatica e violenta di una figlia, e che hanno fatto di questo lutto il fondamento di una solida e inusuale amicizia. Uno dei protagonisti è Rami Elhanan, israeliano, la cui figlia Smadar è morta in un attentato ad opera di kamikaze palestinesi su un autobus nel centro di Gerusalemme; era il 1997 e Smadar aveva quattordici anni. L’altro è Bassam Aramin, palestinese: sua figlia Abir, di dieci anni, è morta nel 2008 due giorni dopo essere stata colpita alla nuca da un proiettile di gomma mentre era in strada, nei pressi della scuola che frequentava; lo aveva sparato un soldato dell’IDF di diciotto anni. Non stupirà, visti i temi trattati, se del romanzo, che ha avuto alla sua uscita un notevole impatto e che nel 2022 ha vinto il Premio Terzani, si è tornati a parlare molto dopo il 7 ottobre 2023. E, nelle righe che seguono, cercherò di mostrare i motivi per cui vale ancora la pena di leggerlo (o rileggerlo) in questo inizio di 2026.
- Perché è un discorso (tutto sommato semplice) sulla complessità
Rami e Bassam si sono conosciuti e sono diventati amici dentro associazioni miste di israeliani e palestinesi che lavorano per la fine del conflitto attraverso il dialogo. Una di queste, il Parents circle, raccoglie genitori che cercano di elaborare insieme il trauma per la perdita di figlie e figli a causa della guerra. Rami e Bassam sono due di questi genitori, e da quando hanno fatto amicizia vanno in giro per il mondo a raccontare la loro storia e invitare al dialogo fra i popoli. Fare di questa storia un romanzo era molto rischioso per McCann, perché bastava un niente per affogare nella retorica dei buoni sentimenti e finire per scrivere un «romanzo dolorista» (prendo la definizione da Raffaello Palumbo Mosca) come quelli che piacciono tanto oggi in Italia. Ma diciamolo subito: non è andata affatto così; lo scrittore irlandese ha anestetizzato questo rischio con un grande lavoro sulla forma e sulla struttura del romanzo, decostruendo tutto, e inventato una architettura allo stesso tempo rigorosa e discontinua, una sorta di Commedia del caos in 1001 capitoli smontati e poi ricomposti; ma, come dopo un’esplosione è impossibile riportare tutto all’integrità, anche nel romanzo la ricomposizione può consistere solo in una paziente e accurata giustapposizione dei frammenti. Verso la fine del libro, McCann cita una frase del compositore Viktor Ullmann che suona come una dichiarazione di poetica:
Ullmann una volta aveva scritto che il segreto di ogni opera d’arte stava nell’annientamento della materia attraverso la forma. (p. 505)
Ecco il perché di un titolo enigmatico e forse poco seducente: Apeirogon. L’apeirogon (o, italianizzato, apeirògono) è, secondo la definizione ricordata più volte nel libro, «un poligono con un numero infinitamente numerabile di lati». In parole più semplici: un poligono con un numero infinito di lati. È, come per molti concetti della geometria quando gioca con l’infiinto, difficile figurarsi come sia fatto un apeirogon, ma questa difficoltà è esattamente ciò di cui vuole parlarci McCann, che imposta il suo libro come un discorso sull’impossibilità di risposte semplici a problemi complessi. E su come dietro ad ogni storia, anche quella apparentemente più facile da raccontare e da capire, ci siano una quantità di variabili e di sfaccettature potenzialmente infinita. E la letteratura, che non può raccontarle tutte, può però quantomeno darne un’idea, farne intuire l’esistenza.
- Perché è un atto di fiducia verso la letteratura
Come il funambolo francese Philippe Petit che nel 1987 attraversò su una fune il cielo della città vecchia di Gerusalemme (uno dei tanti personaggi che popolano il libro), McCann è costretto a tenersi in equilibrio fra una storia decisamente politica e un lavoro artistico che punta tutto sulle potenzialità della letteratura. Non sembra un caso che lo scrittore più citato nel libro (e che ad un certo punto diventa anche lui personaggio che si aggira per le viuzze di Gerusalemme) sia il più letterario e il più geometrico degli scrittori del Novecento: Jorge Luis Borges.
Borges disse che la sua disperazione di scrittore sopraggiunse quando non riuscì a trasmettere la natura illimitata dell’Aleph: quel punto nello spazio che contiene tutti gli altri punti. Mentre alcuni ripiegavano su uccelli e sfere e angeli, lui fu incapace di trovare a metafora per questo ricettacolo atemporale di ogni cosa. Il linguaggio era successivo: per sua stessa natura, non poteva essere bloccato in un luogo e pertanto non era in grado di cogliere la pura simultaneità di tutte le cose. Ciononostante, disse Borges, avrebbe tentato di annotare il più possibile. (p. 505)
L’aleph, insomma, è l’ur-apeirogon. E come l’aleph, l’apeirogon simboleggia la sfida di rappresentare con le parole la complessità del reale, e allo stesso tempo la sua ineluttabile, necessaria sconfitta.
Ecco allora la struttura piramidale, bipartita: la prima parte va dal capitolo 1 al capitolo 500, quello in cui prende finalmente la parola Rami per raccontare la sua storia; la seconda inizia con un altro capitolo 500, in cui stavolta a raccontare è Bassam, e poi a ritroso fino ad un nuovo capitolo 1 che chiude il libro. In mezzo, fra prima e seconda parte, a fare da cerniera strutturale e chiave interpretativa, il capitolo 1001, quello che qui è riportato in epigrafe. Prima della storia di Rami, e dopo quella di Bassam, prende forma un pulviscolo di altre storie, a volte articolate, a volte frammentarie, a volte semplici flash, fulminee intuizioni, il tutto tenuto insieme da una trama simbolica che nella prima parte ha al centro l’aria (attraversata da uccelli e droni, ma anche da pallottole e pezzi di corpi umani scagliati lontano dalle bombe), e nella seconda l’acqua (acqua di cui son fatti i fiumi e i laghi sacri e contesi, ma anche le lacrime delle donne e degli uomini). In questi mille e uno capitoli, insieme con storie interrotte di Smadar e Abir, non c’è tutto, ma c’è moltissimo: il morente Francois Mitterand con il funambolo Philippe Petit, Jorge Luis Borges insieme a Primo Levi, Einstein, Freud, Darwish e Arafat; ci sono la Shoah e la bomba su Nagasaki, lo studio del volo degli uccelli e strani esploratori visionari del Mar Morto, la prigione israeliana in cui Bassam ha fatto lo sciopero della fame e Theresienstadt, da cui fortunosamente uscì vivo il padre di Rami; ci sono le strade spezzate, i check point e i muri fra Israele e Palestina, ma anche le strade e le bombe di Belfast, che l’irlandese McCann conosce bene. Storie di mondi in frantumi: quello di Rami e Bassam, che ci va, letteralmente, nei giorni in cui muoiono le loro figlie, ma anche quello che i due padri, e McCann con loro, cercano faticosamente di ricostruire dopo, in qualche modo. L’effetto complessivo, più che di un labirinto, è di un caleidoscopio: tessere di un mosaico esploso che si muovono e che in certi momenti sembrano trovare una geometria sensata. E che a volte sembrano anche rimandare a una qualche forma di bellezza.
- Perché fra pochi giorni si celebra il Giorno della Memoria
Ritorniamo ancora per un attimo alla storia dei due protagonisti: Bassam Aramin, da ragazzo, ha partecipato all’Intifada, passando dalle pietre alle bombe artigianali, e per questo si è fatto sette anni nelle prigioni israeliane; Rami Elhanan è un «gerosolimitano di settima generazione», figlio di un sopravvissuto alla Shoah convinto sionista, volontario nell’esercito israeliano e combattente nella guerra dello Yom Kippur, marito di una filologa dell’Università di Gerusalemme che conosce personalmente Bibi Netanyahu dai tempi della scuola. Niente poteva far prevedere che le loro storie si incontrassero, e invece è accaduto. Bassam in prigione comincia a chiedersi: chi sono davvero queste persone che odio? Chi è il mio nemico? Così comincia a parlare con le guardie carcerarie, e nel nemico riconosce l’uomo, cioè riconosce sé stesso: è l’inizio di una crisi che durante la prigionia porta Bassam alla scelta della non violenza e poi, una volta uscito, lo spinge ad andare in Inghilterra a studiare la storia della Shoah, per capire le radici di quella spirale mortale di odio e vendetta dentro cui è finito anche lui. Nel suo attivismo incontra Rami, che era tornato sconvolto e svuotato dalla guerra del Kippur e aveva per anni cercato rifugio nella famiglia e nel privato, finché il suo piccolo mondo non era stato sconvolto dall’attentato che aveva ucciso Smadar: il destino poi vuole che, dieci anni dopo, Rami sia uno dei primi ad arrivare nell’ospedale dove la figlia di Bassam è ricoverata agonizzante. Da quel momento in poi, da quel destino che si è incrociato, i due non si lasciano più, e raccontare la loro storia a più gente possibile diventa il senso della loro vita.
Rami e Bassam, in quanto testimoni, sono gemelli siamesi: non possono stare l’uno senza l’altro; non hanno senso l’uno senza l’altro. Da soli, infatti, i due padri sarebbero semplicemente la memoria di un lutto irreparabile, come ce ne sono sempre stati e ce ne sono tanti altri; troppi, nell’oscena conta quotidiana delle guerre senza fine. Insieme, invece, Rami e Bassam sono qualcosa di diverso, sono una possibilità: la possibilità di smettere di trasformare la memoria di un dolore nella giustificazione della paura, della chiusura, della vendetta, della reazione violenta; sono, in definitiva, la prova vivente della possibilità di trovare un luogo in cui incontrarsi (Bassam, ad un certo punto, dice: «Rumi, il poeta sufi, ha detto qualcosa che non dimenticherò mai: Ben oltre il giusto e lo sbagliato c’è un campo, ti aspetterò là», p. 273).
Certo, è un difficile compito quello di promuovere il dialogo in un momento in cui tutti i discorsi sembrano orientati alla contrapposizione, alla individuazione del nemico, alle contrapposizioni nette. Questo è un tempo in cui anche le parole che fino a pochi anni fa avevamo pensato fossero le più utili per tracciare un confine fra diritto e sopraffazione – parole come ‘genocidio’, ‘antisemitismo’, ‘memoria’ – sono diventate terreno di scontro, quando non armi con cui ciascun attore in campo combatte la sua guerra. È una torsione grave, difficile da contrastare, che rischia di travolgere anche quel presidio di riflessione, di comprensione del passato e del presente, di costruzione di terreni nuovi di umanità, che è stato o ha provato ad essere negli anni il Giorno della Memoria, che si celebrerà un’altra volta fra pochi giorni.
Il libro di Colum McCann, con il suo modo originalissimo di ricomporre le storie di Rami e Bassam, di Abir e Smadar, sembra dirci che la strada del ricordare gli orrori del passato perché non si ripetano non può più funzionare, e che prima di tutto serve una strada umana per provare a sconfiggere il dolore, o almeno farne qualcosa di costruttivo:
In una lettera a Rami, Bassam scrisse che una delle caratteristiche principali del dolore è che prima di tutto esige di essere sconfitto, poi compreso. (p. 241)
E sconfiggere il dolore richiede di trasformare quel dolore personale, il mio dolore, il dolore della mia parte, in un dolore universale, comune, riconoscibile nell’altro. Altrimenti la memoria rischia di diventare uno strumento di propaganda o l’occasione per giustificare violenze presenti e dolori futuri. Per questo, ogni celebrazione del Giorno della Memoria dovrebbe tenere a mente la difficilissima lezione di questi due padri.
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