Inchiesta sulla letteratura Working class /7 – Emiliano Pagani
Prosegue l’inchiesta sulla letteratura working class, avviata lo scorso ottobre: dopo il ciclo di poeti continuiamo l’inchiesta sulla letteratura working class, dando voce a disegnatori e illustratrici. Emiliano Pagani è stato per 25 anni uno degli autori di punta del “Vernacoliere”, per il quale ha creato prima come disegnatore e in seguito come sceneggiatore diverse serie a fumetti e vignette satiriche. Insieme a Daniele Caluri crea e produce i volumi di Don Zauker, vincitore di numerosi premi nazionali di cui è autore di soggetti e sceneggiatore. Per Tunué pubblica la graphic novel Kraken, con i disegni di Bruno Cannucciari che vince il premio Romics e il premio Boscarato come miglior fumetto italiano.
Da qualche anno si è affermata anche in Italia l’espressione letteratura working class per designare i testi che mettono al centro l’autorappresentazione di lavoratori a basso reddito, di figli di operai nonché di esponenti della classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione, della logistica, della cura alle persone anziane. Non è un pranzo di gala (2022) di Alberto Prunetti, curatore tra l’altro della collana “Working Class” per Alegre, è il saggio che ha contribuito in modo decisivo ad aprire un dibattito in questo senso.
La categoria in questione riabilita le nozioni di classe e di conflitto, da lungo tempo rimosse, e si distingue dal generalizzato interesse che l’editoria e l’accademia hanno rivolto alle tematiche del lavoro. Con questa inchiesta vogliamo dunque aprire uno spazio di riflessione dedicato a coloro che, a vario titolo, potrebbero rientrare nei campi di scrittore/scrittrice “di classe operaia“ o di letteratura working class.
D. Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?
R. Pur non apprezzando particolarmente le etichettature, credo di poter rientrare nella categoria dei cosiddetti “autori working class” non foss’altro per le mie origini (mio padre era un operaio e mia madre una casalinga) e, ancora di più, per la mia attività principale, quella che mi garantisce da vivere, che è l’operaio metalmeccanico. Tutto questo, anche se raramente nelle mie opere ho affrontato tematiche legate al lavoro, ancora di meno al mio, di lavoro. Però diciamo che il mio sguardo sulle cose (come quello di tutti) è influenzato dalle mie origini e da quello che vivo ogni giorno, quindi sì, posso dire di essere un autore working class.
D. Come scrittore/scrittrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
R. Bello, mi piace che si dia per scontato il fatto che in qualità di scrittore, uno debba fare due lavori per vivere, perché in effetti è così. Come lo vivo? Lo vivo in maniera conflittuale. Nell’azienda per cui lavoro, sono considerato un intellettuale, i miei colleghi e compagni di lavoro mi chiamano “artista”, un po’ per prendermi in giro, ovviamente, ma anche con una sorta di rispetto. Mi viene continuamente chiesto “ma perché non la smetti di fare l’operaio e non ti decidi a fare lo scrittore a tempo pieno?”. Non lo sanno che un operaio specializzato, come sono io, ha delle garanzie che uno scrittore si può solo sognare. Diversa è la situazione, quando sono in mezzo ad altri autori, nel loro mondo immaginario dove siamo tutti “artisti” e tutti intellettuali, salvo poi sbattere la faccia contro la realtà, quando ci sono da pagare affitti e bollette. Diciamo che fare due mestieri, così diversi tra loro, mi consente di mantenere i piedi per terra, senza finire intrappolato in una bolla dove ci si comprano i libri a vicenda e ci si fanno reciprocamente ammirati complimenti su quanto la nostra opera sia fondamentale.
D. Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?
R. Io sono principalmente un autore di fumetti e il fumetto è il forse genere popolare per eccellenza. Il fumetto è trasversale, perché può finire in mano a ragazzini, adulti anziani, professori universitari, benzinai, parrucchieri, direttori d’orchestra, scienziati e, volendo anche analfabeti, perché non è strettamente necessario saper leggere, per comprendere il linguaggio del fumetto. Però non amo il termine “graphic novel” dato che spesso lo si usa con snobismo, per indicare un tipo di fumetto da libreria, con un costo più elevato, la copertina cartonata e che spesso racconta storie di conflitti interiori dei protagonisti che quasi sempre coincidono con gli autori. Il vero fumetto popolare era quello da edicola, che costava poco e che raccontava storie accessibili a tutti.
D. Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
R. Partiamo con una premessa: io ho fatto l’Itis e, una volta diplomato, sono stato costretto ad andare subito a lavorare in fabbrica, quindi la mia cosiddetta “formazione umanistica” è avvenuta completamente a caso. Ammetto a malincuore di esser stato influenzato più da autori stranieri che non italiani. Faccio i primi nomi che mi vengono in mente. Per il fumetto: Alan Moore, Garth Ennis, Paco Roca, Manu Larcenet. Per la letteratura: Steinbeck, Dostoevskji, Kafka, ma anche Irvine Welsh, Bernard Malamud e Stephen King.
D. L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza?
R. Per diversi anni vissuto con molta difficoltà questa ambivalenza, ma non solo. Ho sofferto di un qualcosa di molto simile alla sindrome dell’impostore, in qualsiasi contesto mi trovassi. Poi, fortunatamente (o meno, dipende dai punti di vista) questo famoso “accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi” non ha prodotto, dal punto di vista “concreto” per non dire economico, una mia elevazione a ceto medio, quindi me ne resto orgogliosamente nel mio proletariato, anche perché, stando a quello che ho visto e vissuto, la situazione dall’altra parte non è poi così migliore, anzi.
D. Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
R. Scrivo per necessità, una mia necessità. Scrivo per dare voce a quelli come me, non per farmi benvolere (e magari anche accettare) in altri contesti sociali, anche se so benissimo i rischi che una tale scelta comporta e cioè quelli di venir confinati ai margini di una certo mondo culturale, a meno che non si indugi nel cosiddetto “misery porn” o non si propongano viaggi turistici di classe. Se da ragazzo ho pensato di potermi mantenere o addirittura arricchire scrivendo, quel sogno è svanito ormai da molti anni, ma cionondimeno, non riesco a fare a meno di scrivere. Scrivo per mettere in ordine i pensieri e per portare un punto di vista diverso rispetto ai molti che vengono proposti (e promossi) nell’industria editoriale e direi anche culturale. Come ho detto, non mi interessa il misery porn, né tantomeno farmi promotore del cosiddetto “turismo di classe” presso un pubblico di borghesi annoiati. Mi interessa raccontare storie senza pietismo o compiacimento, usando l’ironia come grimaldello per scardinare una certa retorica, perché potrà sembrare impossibile, ma anche gli operai o i disoccupati ridono, scherzano, si divertono, commentano le notizie di cronaca o di politica e fanno addirittura progetti. Diciamo che il mio approccio è (o vorrebbe essere) simile a quello dei grandi maestri della commedia italiano, come Monicelli, Scola, Risi, etc…
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