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diretto da Romano Luperini

Un intervento alla radio e l’Educazione civica a scuola

“Prima pagina”, 5 gennaio 2026

Lo scorso 5 gennaio ho scritto un messaggio a Prima pagina, un programma di Radio3  RAI che seguo da tempo. La redazione mi ha contattata chiedendomi di intervenire  in diretta, e ho accettato. Il mio messaggio era questo:

«Buongiorno, sono un’insegnante di Bologna. Fra due giorni sarò nuovamente in  classe. Come dovrei dissuadere i miei studenti dal bullizzare i compagni se uno dei  potenti della terra si prende ciò che — a suo dire — minaccia la sua libertà? E come  posso spiegare l’articolo costituzionale relativo alla libertà di culto quando il ministro  dell’istruzione critica il neo-sindaco newyorkese Mamdani per aver giurato sul Corano  e non sulla Bibbia?»

In diretta ho aggiunto che il ministro avrebbe potuto verificare come la Costituzione  degli Stati Uniti preveda esplicitamente, all’articolo VI, comma 3, che «nessuna prova  religiosa sarà mai richiesta come qualifica per qualsiasi ufficio o pubblico incarico  negli Stati Uniti». Ho infine precisato che le mie erano domande retoriche, ma non  troppo: da tempo cerco di parlare in classe di ciò che accade nel mondo — in Ucraina,  in Congo, in Sudan, a Gaza — e mi trovo sempre più in difficoltà nel farlo.

La risposta del giornalista Mattia Ferraresi (Domani) è stata a sua volta una domanda:  è davvero necessario parlare di attualità, toccando temi “politici”, a scuola? Una  risposta che mi ha lasciata interdetta, se non amareggiata, anche perché la telefonata  è stata chiusa senza lasciarmi modo di replicare.

Il punto, però, non è la domanda in sé, quanto il modo in cui viene posta e lasciata  cadere lì, come se fosse ovvia, neutra, quasi di buon senso. Formulata così — “è  necessario parlare di politica a scuola?” — sposta il problema: non più come affrontare questi temi in modo responsabile, ma se sia legittimo farlo. Ed è uno  spostamento tutt’altro che innocente.

Quale educazione civica?

Con la domanda posta al conduttore non stavo rivendicando un comizio in classe. Stavo ponendo una questione concreta  e quotidiana: che cosa facciamo dello scarto sempre più evidente tra i valori che  chiediamo a ragazze e ragazzi di praticare — il rispetto dell’altro, il rifiuto della  prevaricazione, la libertà di coscienza — e ciò che vedono accadere nel mondo, spesso  agito e legittimato da persone potenti? Possiamo davvero fingere che questo scarto non esista? Possiamo pensare che il silenzio lo renda meno incisivo, che non produca effetti educativi profondi, e che proprio per questo non sia anche la scelta più pericolosa?

E soprattutto: se non è la scuola il luogo in cui provare a fornire strumenti per leggere  queste contraddizioni, quale altro spazio dovrebbe farlo?

Negli ultimi anni l’educazione civica è tornata al centro del curricolo scolastico, ma  non senza ambiguità. È utile chiarirlo: non si tratta semplicemente dell’insegnamento  della “vecchia” educazione civica, introdotto nel 1958 da Aldo Moro, allora Ministro  della Pubblica Istruzione, come insegnamento obbligatorio nelle scuole medie e  superiori per due ore mensili. Quella disciplina era fortemente legata allo studio della  Costituzione, della storia repubblicana e delle istituzioni ed era fondata su un’idea  esplicitamente collettiva della cittadinanza. Nasceva all’interno di una riflessione  storica e politica condivisa ed era affidata per lo più agli insegnanti di storia e lettere,proprio perché radicata nel racconto del passato e nei conflitti che avevano generato  l’ordinamento democratico.

La versione reintrodotta nel 2019, pur richiamandosi formalmente agli stessi principi  costituzionali, presenta un’impostazione diversa. Nelle linee guida del Ministero  dell’Istruzione e del Merito si sottolinea non solo la centralità dei diritti, ma  soprattutto quella dei doveri verso la collettività, definiti dall’articolo 2 della  Costituzione come “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.  Ne consegue una forte enfasi sulla responsabilità individuale, sul rispetto delle regole,  sulla formazione di cittadini “autonomi, consapevoli e responsabili” in una società  complessa.

Non si tratta di obiettivi discutibili in sé. Il problema emerge quando la cittadinanza  viene pensata prevalentemente come una somma di comportamenti individuali  corretti, slegati da una riflessione sui rapporti di potere, sulle disuguaglianze e sui  conflitti che attraversano la società. In questo modo il discorso civico rischia di  trasformarsi in una forma di moralizzazione, più che in un esercizio di comprensione  critica del presente.

È qui che la domanda sull’opportunità di parlare di politica a scuola entra in  contraddizione con gli stessi obiettivi dichiarati dell’educazione civica. Come si può  educare alla responsabilità senza interrogarsi su come il potere viene esercitato oggi?  Come si possono insegnare i doveri senza mostrare quando e come i diritti vengono  messi in discussione o violati? Come si può formare una cittadinanza consapevole  evitando sistematicamente il confronto con la realtà?

Il mondo in classe e l’idea confusa di imparzialità

A questo punto emerge un ulteriore nodo, spesso implicito ma decisivo: la richiesta  di una perfetta imparzialità dell’insegnante. Si tratta di un ideale comprensibile e, in  astratto, auspicabile. Nella pratica quotidiana, però, questa pretesa rischia di  trasformarsi in una richiesta irrealistica, se non paralizzante. Ogni scelta didattica —

cosa affrontare, cosa tralasciare, quali esempi portare, quali parole usare — implica  già un punto di vista, un’interpretazione del mondo, una gerarchia di rilevanze.  Fingere che tutto ciò possa essere azzerato non produce maggiore neutralità, ma solo  maggiore silenzio.

Spesso, di fronte a scelte apparentemente “neutre”, operate nel rispetto di un ideale  di par condicio intesa in modo rigido e difensivo, l’educazione civica finisce per  trasformarsi in un’occasione perduta. Più che uno spazio di riflessione, diventa una  rincorsa ad accumulare ore di lezione formalmente registrabili come “percorsi” e a  raccogliere un numero sufficiente di valutazioni per riempire le caselle previste in  sede di scrutinio. In questo modo la disciplina rischia di ridursi a un adempimento  burocratico, svuotato di contenuto e di senso, lontano proprio da quell’obiettivo di  formazione critica e consapevole che dovrebbe costituirne il cuore.

È proprio in nome di questa imparzialità assoluta, difficilmente praticabile, che spesso  si finisce per evitare alcuni temi fondamentali: le guerre in corso, le violazioni dei  diritti umani, le discriminazioni religiose o di genere, le dinamiche di potere globale.  Non perché manchino strumenti per affrontarli in modo rigoroso, ma perché il timore  di “esporsi” induce a rinunciare del tutto alla discussione. Così, però, la scuola abdica  a una parte essenziale della sua funzione formativa, lasciando che siano altri — i social media, il discorso pubblico polarizzato, la propaganda, le fake news — a  occupare quello spazio.

Non portare il mondo in classe non equivale a una posizione neutra. È, al contrario,  una rinuncia educativa. Il lavoro di chi insegna non può limitarsi alla trasmissione di  nozioni astratte, ma dovrebbe contribuire a fornire strumenti di lettura, anche  attraverso la conoscenza della Costituzione — o delle Costituzioni — del diritto  internazionale e dei processi politici in atto.

Colpisce, infine, come la parola “politica” venga sempre più spesso utilizzata con  sprezzo o disdegno, quasi a indicare qualcosa di improprio, di deteriore, di cui sarebbe  meglio non occuparsi. Eppure il termine deriva dall’idea di appartenenza alla polis,  dall’agire nella collettività. In questo senso, la politica non è un’intrusione indebita  nella scuola, ma una dimensione costitutiva della vita comune e della responsabilità  civica. Rinunciare a nominarla, a interrogarla, a discuterla criticamente non rende la scuola  più imparziale. La rende soltanto più fragile.

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