Casalinghitudine. Un libro di Clara Sereni
…nella mia vita costruita a tessere mal tagliate, nella mia vita a mosaico (come quella di tutti, e più delle donne) la casalinghitudine è anche un angolino caldo.
Un angolino da modificare ogni momento, se fosse fisso sarebbe morire, le ricette sono una base per costruire ogni volta sapori nuovi, combinazioni diverse.
Reinventare unico sconfinamento possibile, reinventare per non rimasticare, reinventare per non mangiarsi il cuore. (Clara Sereni, Casalinghitudine, Giunti 2015, p.168)
Nascita e destino di un vocabolo
Casalinghitudine vede la luce nel 1987, dopo una gestazione sofferta. È la stessa Clara Sereni a definirla una gravidanza clandestina – e a definire il libro figlio della colpa – in quella nota (Una gravidanza a rischio) che apre la riedizione del 2015; e che va letta, racconto del racconto. Intellettuale impegnata, già autrice di Sigma Epsilon («un figlio nato settimino nel 1974, con molte pretese e troppi difetti», p.5) e madre di un bambino nato con un disturbo dello spettro autistico, compagna dello sceneggiatore Stefano Rulli, figlia di Emilio Sereni e di Xenia Silberberg (scrittrice e «figlia apolide di un socialista rivoluzionario (…) nonché di una turco-greca che aveva anche lei portato le sue brave bombe nella borsa della spesa», p.59), Clara sente gravare su quelle pagine «i sensi di colpa in grande spolvero» (p.6) di chi teme che quella narrazione intrisa di odori di cucina possa «sottrarre tempo ed energie a quel che mi era toccato in sorte» (p.6). Invece il racconto – misto di ricette ed eventi, di ricette che generano, accompagnano, siglano eventi – piacque a Stefano e piacque a Goffredo Fofi che lo portò in Einaudi; e piacque a Natalia Ginzburg, tranne che per il titolo. Fu Carlo (Ginzburg) – pare – che impedì alla madre di cambiarlo. E così quel termine entrò nel nostro dizionario dalla porta principale; e c’è rimasto – ma un poco mortificato: più nel senso di «angolino fisso» («che sarebbe morire»), che nel senso di «angolino caldo». Vale la pena, allora, riscoprirlo, anche solo per salvarlo dall’equivoco che pericolosamente lo sospende come fosse capestro al collo di casalinghe di Voghera o di diversissime e identiche desperate housewives. Tutt’altro che sospesa, la casalinghitudine di Clara Sereni è radice:
Cerco di radicarmi in me, dipendo puntigliosamente dall’esterno, da persone e cose che non riescono a garantirmi sicurezze. Così la casa – abitudine solitudine negritudine – si fa radice vistosa e assorbente: non posso lasciarla a sé stessa, non reggo il disordine la polvere il vaso dei fiori vuoto. (…) Fare argine alle puzze al degrado alla frantumazione – e senza questi gesti non si sopravvive, io non sopravvivo.
Perché non sopporto fettina e insalata (…), perché è impossibile una vita solo funzionale, senza piccoli gesti di agio, senza un odore di cura, senza una qualche ricchezza. (pp.167)
Non è l’Artusi
La struttura del libro è (solo apparentemente) semplice: ogni capitolo ha il titolo di una portata o di una pietanza e si apre e si sviluppa intorno a una o più ricette. Ma la cucina non è quella di Artusi:
…la cucina non è una scienza esatta, ognuno la interpreta come vuole e come può. Forse la cosa più importante del cibo è la cura, l’affetto che ci si mette dentro: prima di tutto per sé, e possibilmente anche per gli altri. (p.11)
Casalinghitudine è appunto il racconto di tutto quello che c’è dentro un piatto: affetto, rabbia, rancori, amori, desideri, delusioni, frustrazioni, incomprensioni, passioni… – ingredienti al pari di farina, uova, olio, sale, pomidoro… A ogni ricetta (o gruppo di ricette) corrisponde un evento – un ricordo, una lettura, un progetto, un fatto di cronaca, un episodio di storia familiare, un episodio di Storia –, ognuno raccontato in uno stile inconfondibile, governato da una ironia ora dolente, ora tagliente, ora quieta e pacata, che non consente mai alla malinconia e alla nostalgia di riaffiorare come il burro nelle torte e di trasformare il romanzo sapido di una generazione (perché di romanzo si tratta; è scritto in chiaro sulla copertina) in una melensa autobiografia. Di autobiografico c’è tanto; anzi: c’è tutto, a cominciare proprio dalle ricette, figlie di una tradizione familiare complessa (un po’ italiana, un po’ ebraica, un po’ russa, turco-greca addirittura) e impegnativa, indissolubilmente legata (amalgamata, si vorrebbe dire, per restare in tema) all’antifascismo, e di una vicenda personale condotta nell’esercizio incessante e lucido degli strumenti critici, sul crinale difficile tra il secondo dopoguerra, il ’68 e i suoi succedanei anni Settanta, passando per la militanza politica. Ad esempio, dopo una triplice ricetta di pizza (con le melanzane, con le cipolle, di verdure), così Sereni racconta le riunioni in occasione e durante lo spoglio delle votazioni:
Per elezioni dai risultati forniti a sgoccioli e senza proiezioni, da seguire fino all’alba per capire come andavano veramente le cose, l’unica proposta potevano essere le pizze, che preparavo a seggi aperti e si mangiavano poi come capitava. (…)
Prima delle elezioni [1975, ndR], fino a tardi analisi politiche, discussioni. Tranne Francesca le donne tacevano (…). Avevo diffidato della rigidità che irreggimentava ogni iniziativa (gli scontri interminabili per decidere fra Fassbinder e Rohmer, e alla fine la mediazione era Risi), mi attirava invece la possibilità di riportare nel gruppo le tensioni di ogni singola coppia, e l’imperativo morale che sembrava sottendere alle azioni di ciascuno.
La sera delle elezioni davanti al televisore piccolo e disturbato c’eravamo tutti, anche gente che con il gruppo aveva rapporti discontinui e marginali, coinvolta dalla forza di attrazione di un nucleo ancora forte, convinto delle rivoluzioni che stavano per accadere.
La pizza non era cotta bene, neanche per me aveva importanza: eravamo così pieni di vittoria da non avere nemmeno fame. Il fiasco di vino passava di mano in mano, (…) avevamo tutti gli occhi brillanti quando uscimmo, trascinati da un antico cordone ombelicale in via delle Botteghe Oscure.
Dal balcone, con un sorriso faticoso, Berlinguer invitò la folla alla calma e alla riflessione. (pp.65-67)
Home sweet home?
Cucina – si sa – significa casa, famiglia, focolare, amicizia, patri Lari e tutto un repertorio domestico di segni e sensi da cui è difficile prescindere, specie in Italia. Se poi si propone a qualcuno di cucinare insieme, è come apporre il sigillo dell’intimità:
Nella sarabanda domestica che precedeva i pranzi importanti di cui esigeva la supervisione, zia Ermelinda si ritagliava inflessibilmente lo spazio degli gnocchi di semolino. Ce ne andavamo a prepararli nella sua cucina, noi due sole, mentre di là fervevano i preparativi. (…) La memoria familiare tramanda di Ermelinda Pontecorvo Sereni un’immagine di donna dura, avara, dispotica, complessivamente poco simpatica. Insopportabilmente frivola (…). Per me zia Mela resta un profumo, la musica, dei gesti eleganti, la sensazione di qualcuno che chiede molto ma molto è disposto a dare, il calore di sentirmi prediletta e unica. (pp.42-43)
Ma la cucina può essere anche detonatore: modificare una ricetta – o reinventarla o addirittura rifiutarne una, specie se sedimentata nella tradizione familiare o imposta da prescrizione medica o consacrata da rituali non scritti fra amici – a volte è una bandiera di combattimento, la manifestazione esteriore di una rivoluzione sostanziale che ha nel cibo, in ciò di cui ci si nutre, il suo strumento primario. Il ricettario di Sereni prende corpo spesso più per contrasto che per continuità con la famiglia tradizionale, con i ruoli tradizionali, con la cultura tradizionale. I fagioli cucinati per Massimo («sorriso aperto», «mani sensibili senza debolezza», p.106) sono l’antidoto al «mondo frivolo, elegante e colto» del cinema, dove una giovane Clara mangia e cucina «di soppiatto», nascondendo il cibo «come una vergogna» (p.105); la zuppa di cipolle mangiata voracemente ma con ostentata sollecitudine verso l’amica fedifraga, commensale inappetente e penitente, segna la scoperta della «ferocia vendicativa della bontà» (p.58); il polpettone di tonno, inserito «nell’inamovibile e consolidato menù» natalizio dei suoceri, è il modo di rifiutare «tenacemente l’assimilazione» alla famiglia, «quella calda e avvolgente che non avevo mai avuto, che pure in qualche modo avevo invidiato, dalla quale comunque ero fuggita», così come dalla sua «soffocante ferocia» (p.100-101) (è interessante che il termine ferocia ritorni spesso, associato ai legami familiari, amicali, coniugali, politici: comun denominatore di ogni relazione in cui sia implicato un rapporto di potere).
La mise en question della famiglia è (come spesso avviene) il punto d’avvio (mai punto di non ritorno) di un ripensamento lucido e intelligente delle strutture sociali portanti. Sono esemplari – in questo senso – le pagine sul Natale – una sorta di moltiplicatore di nevrosi, a volte liberatorio, più spesso vessatorio: come un «rito appiccicato sopra un’incomunicabilità reale», reso insopportabile dalla «incapacità di sottrarvisi» (p.141), metafora piuttosto trasparente di altre forme non meno inibitorie di incomunicabilità. È Natale il terreno paradossale di scontro dei due nuclei familiari cui Clara si trova a far capo. La famiglia di nascita è metropolitana, colta, raffinata, complicata: un padre partigiano e membro della costituente, una matrigna amata ma subentrata alla madre morta giovane che «secondo una tradizione consolidata e suffragata (…) era una santa, un’eroina, una martire» (p.59), due sorelle nate dai due matrimoni paterni – una più grande, una più piccola, Clara nel mezzo; la famiglia di Massimo, invece, è di origine rurale e all’inizio sembrano «tutti matti: fratelli cugini zii e nipote costretti sotto lo stesso tetto, un rito patriarcale che dava rilievo a vecchie ferite e rancori recenti» (p.100). L’incontro tra le due realtà non è semplice: «Mi tenevo ai margini, mi chiamavo fuori, preoccupata di garantirmi da quel magma in cui avrei perso contorni e fisionomia» (pp.100-101).
Le loro ragioni le ho capite via via, con fatica, strada facendo. Perché la loro catena di solidarietà e di affetto non è poi tanto diversa da quell’interesse per il mondo che mi ha fatto rifiutare famiglia e coppia, per arrivare poi a capire che anche queste ne fanno parte, che per aprirsi alla chioma non è necessario tagliar via tronco e radici. (p.101)
Capire le ragioni: si direbbe che l’intero romanzo sia attraversato da questa tensione, che lo sia la protagonista e voce narrante, “figlia di mezzo” non solo di due famiglie, ma di due generazioni.
Chissà: forse anche mio padre al Sol dell’Avvenire alla fine ci credeva meno, o in modo diverso, certo molte maglie della sua rete si erano strappate, io fra le tante. Le mie improvvisazioni la mia fatica a vivere e la sua scientificità, il suo suicidarsi di silenzio, una guerra senza quartiere fino all’ultimo.
Lui non ha vinto; io, mi limito a vivere. (p.165)
Eppure da questo limen esistenziale Clara osserva e comprende molte cose; e, quando tira le somme, nel gioco dei crediti e dei debiti, il bilancio non è in perdita:
Mi resta una confessione. Sono certa che questo libro debba moltissimo ai movimenti delle donne degli anni Sessanta e Settanta. Non ho mai professato il femminismo (…), ma è come se avessi acchiappato qualcosa nell’aria, pronto da raccogliere. Il termine che uso per definire le mie sensazioni è “plagio”: non un atto di umiltà, perché per cogliere lo spirito del tempo un po’ di talento serve, solo per riconoscere che, se tante si sono riconosciute in queste pagine, è perché io mi riconosco in tante di loro, e sono debitrice. (p.12)
Sono trascorsi quasi quarant’anni dalla pubblicazione del romanzo, e dieci dalla nota. Clara Sereni non c’è più. Ma vogliamo ragionevolmente sperare che in lei e in questo libro si riconoscano oggi anche gli uomini.
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