
Sgamare stanca (e forse non serve)
Questa non è una detective story. Ma in un certo senso lo è, anzi; sono due detective story: in una il colpevole è stato assicurato alla giustizia, nella seconda invece il finale è aperto. In realtà le due vicende, accadute una all’inizio dell’anno scolastico scorso e una nella primavera, hanno a che fare con la scrittura a scuola e con l’uso del chatbot (in particolare ChatGPT) lanciato anche in Italia nella sua versione free dal dicembre 2022 e fin da subito utilizzata in vario modo da molti (studenti, più che insegnanti). Tra i vari modi non poteva mancare l’uso del chatbot per scrivere testi assegnati come prove scritte. Perciò doveva capitare, prima o poi.
Una analisi del testo poetico
Primo caso. A inizio novembre ho assegnato come prova scritta in una quinta scientifico l’analisi del testo (tipologia A) di una poesia di Montale, L’arca (tratto da La bufera). Il testo non è per niente facile. Una allieva con Dsa, che usa il pc come prescritto dal suo Pdp, scrive un buon testo, corretto e molto fluido. Il testo mi colpisce alla prima lettura, perché la scrittura dell’allieva è completamente diversa, il suo livello di gran lunga inferiore. Anche la lunghezza è abnorme: non credo abbia mai scritto più di una paginetta. Natura non facit saltus. Ma da dove avrà preso ispirazione – o volgarmente: da dove ha copiato? Google e l’antiplagio (addirittura inglobato in Classroom!) non mi danno alcuna risposta. Nonostante io avessi già fatto alcuni esperimenti con ChatGpt in quei mesi, nella mia ingenuità non avevo pensato che il modo più ovvio di usarlo sarebbe stato quello di farsi scrivere un testo dal chatbot, come evidentemente ha fatto la mia allieva. Vado alla ricerca di informazioni in rete: poiché ChatGPT crea testi sempre “nuovi” per ogni utente e per ogni richiesta (prompt), capisco che di fatto non ci troviamo di fronte a un vero e proprio plagio, così che diventa impossibile “incastrare” l’allieva e sanzionarla. Mi consulto con alcuni colleghi: «Lasciagliela passare liscia», mi suggerisce un amico. Ma non mi arrendo, devo “dare una lezione”, se no di qui in avanti verrà voglia ad altri di provarci. Purtroppo non mi viene in mente altra idea che il far confessare l’allieva: cosa nient’affatto facile e pure sgradevole.
Al momento della correzione collettiva successivo alla riconsegna dei compiti, ho chiesto all’allieva di rifare parafrasi e commento del testo. Lei si arrabatta, non sembra capire bene il testo, io cerco di non aiutarla e di non suggerire, come tendo invece sempre a fare. Lei sta per cedere, ma non cede. Evidente però è la sua incapacità di articolare un commento sensato. Come uscirne? Mi sento in difficoltà anche io. La presenza dei compagni mi garantirà la presenza di testimoni. (Dicevo che la pratica sarebbe stata sgradevole: vorrei fare l’insegnante, e mi tocca fare l’inquisitore). A salvarmi è una magnolia. Montale nella poesia scrive che «li [i musi dei cani] protegge in fondo la magnolia». Da come l’allieva parafrasa il contesto riesco a capire che lei non si rende conto di cosa sia una magnolia. Ma nella parafrasi ha scritto: «La menzione della magnolia come elemento di protezione sottolinea la fragilità della vita e delle relazioni umane. La magnolia è un simbolo di bellezza e delicatezza, ma può essere facilmente sconvolta da un soffio. Questo richiama l’idea che le cose preziose possono essere vulnerabili e che dovrebbero essere preservate e protette». Le obietto che siccome nel suo testo lei ha compreso questo passaggio, trovo strano che ora sia così confusa. E allora provo con una domanda diretta: «Che cos’è una magnolia?». Risposta: «Un animale». Non occorre aggiungere altro. Mi ci è andata quasi un’ora di tempo, ma l’ho smascherata. Un’ora buttata, perché siccome l’allieva era assente durante la prova, il testo del recupero era diverso da quello che aveva analizzato la classe, che quindi era disinteressata alla correzione. Le prometto che la sanzione sarà severa. Alla fine, come mi è già successo altre volte che ho individuato una scorrettezza, avverto un forte senso di delusione per la rottura del patto fiduciario che dovrebbe esserci a scuola e allo stesso tempo di stanchezza, per aver dovuto sprecare tante energie per smascherare un sotterfugio. Energie che avrei potuto usare più proficuamente per altri fini.
Una traccia di tipologia C e il sospetto
Secondo caso. In aprile, come preparazione all’Esame di Stato, ho assegnato in una quinta liceo linguistico una traccia di tipologia C. Ecco la citazione iniziale – piuttosto nota: «Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo. […]. I nemici sono diversi da noi e si comportano secondo costumi che non sono i nostri. Un diverso per eccellenza è lo straniero. Già nei bassorilievi romani i barbari appaiono come barbuti e camusi, e lo stesso denominativo di barbari come è noto allude a un difetto di linguaggio e quindi di pensiero. Tuttavia sin dall’inizio vengono costruiti come nemici non tanto i diversi che ci minacciano direttamente (come sarebbe il caso dei barbari), bensì coloro che qualcuno ha interesse a rappresentare come minacciosi anche se non ci minacciano direttamente, così che non tanto la loro minacciosità ne faccia risaltare la diversità, ma la loro diversità diventi segno di minacciosità» (da U. Eco, Costruire il nemico e altri saggi occasionali, Bompiani 2012).
La prova è stata svolta nel laboratorio di informatica. Certo, c’è il rischio dell’utilizzazione della rete, non essendo possibile schermare informaticamente il laboratorio, ma con la scrittura al pc è possibile avere in appena due ore un testo sufficientemente ripulito, senza la fatica della ricopiatura in bella.
I testi e l’esperimento
La maggior parte dei testi degli allievi si barcamenava tra la ripresa poco più che parafrasata della tesi di Eco, pallide considerazioni tratte da «conoscenze, esperienze, letture» unite a scarsi riferimenti a «episodi significativi del presente e del passato», e una interdisciplinarità approssimativa. Ma come nell’episodio già raccontato, anche stavolta mi sono ritrovato di fronte a un testo fin troppo ben scritto. Ho ripetuto i controlli, arrivando di nuovo all’ipotesi che ci fosse di mezzo chatGPT.
Pertanto ho deciso di fare un esperimento. Ho mandato quattro tracce svolte a quattro amici insegnanti di scuola superiore, chiedendo loro di indicarmi quale fosse stato scritto da un’AI: lo svolgimento sospetto, due scelti tra quelli di livello medio-alto effettivamente svolti da due miei studenti, l’ultimo fatto scrivere appositamente all’AI (in questo caso Gemini) con il seguente prompt: «Svolgi la seguente traccia, del tutto simile a quella assegnata all’Esame di stato, come se fossi un allievo di 18 anni di liceo».
Siccome il risultato non mi convinceva del tutto, perché era un po’ troppo generico e privo di “agganci” testuali, ho affinato la richiesta: «Va bene. Ti chiedo tuttavia di rinforzare questo testo con un paio di citazioni letterali del testo (tra virgolette) e con qualche esempio storico in più relativo alla storia che si studia in quinta superiore (quindi storia dell’800 e 900), per dare al testo un maggiore spessore culturale».
L’esperimento ha però dato esiti imprevisti: tutti hanno indicato come scritto da AI lo svolgimento effettivamente sospetto. Sembrava la prova che un testo scritto da un’AI fosse distinguibile dal testo scritto da umano, se non fosse che il testo che io stesso avevo fatto scrivere alla AI non è stato scelto da nessuno dei quattro amici. È vero che io li avevo depistati, parlando di tre temi umani e di uno sospetto forse scritto dalla AI, mentre i temi scritti da AI erano forse due, ma certamente uno: il mio.
A questo punto i miei dubbi, invece di diminuire, sono aumentati: com’è possibile che un testo sicuramente scritto dall’AI non sia stato riconosciuto come tale? E non ci sarà allora il rischio di prendere per scritto dall’AI un testo forse scritto da un essere umano? Insomma: possiamo arrivare alla certezza «oltre ogni ragionevole dubbio»?
«Sporcature» e analisi del testo
Insieme al giudizio dei quattro colleghi, mi arriva il commento di un amico particolarmente acuto. Egli osserva anzitutto che siccome sono spesso gli studenti scarsi o medi che cercano scappatoie, diventa ancora più evidente quando un testo non è loro, per via della differenza tra la loro produzione e quelle “artificiali”: purtroppo, a differenza del caso precedente, stavolta i sospetti cadevano su una delle allieve migliori della classe, e questo fatto rendeva il riconoscimento dell’eventuale dolo più complicato. L’amico aggiungeva poi che le «sporcature» (storture, increspature, contorsioni ecc.) sintattiche e lessicali, come anche i banali errori di ortografia, rendono inequivocabile la scrittura umana: è lì che si annida il “contenuto umano” che cerca col pensiero e il linguaggio di esprimersi, e non nei contenuti generali che sia noi che la macchina possiamo elaborare. Analizziamo dunque alcune «sporcature», come le definisce il mio amico, nei testi dei miei allievi. (In appendice sono riportati i testi integrali. Qui mi limiterò a qualche rilievo significativo).
Cominciamo dal primo testo. Nel citare il titolo del libro di Eco l’allievo usa in modo ridondante virgolette e corsivo insieme. Nella frase «analizza un punto fondamentale riguardante…», la parola «punto» non è appropriata, così come non è chiaro cosa significhino nel contesto «fittizia impavidità» e «autosabotarsi». Chiaramente i «nemici personali che si insidiano» sono quelli che si insediano. «Quest’ultimo» in assenza di un elenco risulta essere un colloquialismo. Dopo aver menzionato i «rivali», c’è scritto che «La stessa cosa vale per i nemici personali», ma in tutta evidenza un «rivale» è un nemico personale. Altra ridondanza, in questo caso semantica o logica, nell’abbozzo di una storia dell’intolleranza, l’espressione «nel corso degli anni» indica una durata di tempo poco plausibile; «sull’importanza della presenza di un rivale» ha tutta l’aria di una zeppa; un elenco puntato dopo i due punti con l’iniziale maiuscola è una trascuratezza forse trascurabile.
Nel secondo testo tali «sporcature» sono più evidenti. A distanza di un paio di righe dall’inizio si trova una ripetizione fastidiosa: «definire se stessi e la società collettiva» e, sotto, «definizione dell’identità personale e collettiva». Qualche banale refuso non si nega a nessuno: «germania» minuscolo, la mancanza di un «sulle» nella frase «influisce in maniera significativa le dinamiche sociali e identitarie», o ancora lo scambio di reggenza tra «di» e «a» nell’espressione «appartenenza di una particolare classe sociale». Che senso ha, poi, dopo aver parlato della propaganda, dire che la guerra è «Un’alternativa non molto felice per annientare il nemico»? Inutile ribadire «secondo il mio punto di vista». Nella lunga frase «Questo fenomeno lo si può affermare semplicemente guardandoci alle spalle, quando gruppi religiosi, sociali ed etnici diversi sono stati violentati per giustificare discriminazioni» sono impropri i due verbi «affermare» e «violentare». Anche il passaggio «Vi sono due vantaggi nell’uccidere il nemico e due svantaggi nel non farlo. Le prime due ecc. ecc.» è poco felice (e «prime» non concorda con «svantaggi»). L’affermazione che la guerra «porta a migliaia di morti, poiché le visioni della società si dividono in due» non sequitur! Altre «sporcature»: il gerundio «partendo» diviso dalla reggente dai due punti; la mancata concordanza di «monopolizzata da alcune figure politiche che gestiscono il paese. Attraverso la propaganda, essi» (maschile invece che femminile); e soprattutto il ripetuto colloquialismo «un qualcosa di». Queste «sporcature» sono senz’altro la prova provata di una scrittura “umana”. Un chatbot non se le sarebbe lasciate sfuggire, dal momento che produce di solito testi privi di originalità, ma sicuramente corretti dal punto di vista linguistico. I primi due testi, dunque, comunque non spregevoli e non privi di una loro ‘logica’, proprio perché questa è lontana dall’essere impeccabile sono facilmente individuabili come scritti da un allievo o allieva.
Non così il terzo testo, quello consegnatomi dalla mia allieva e sospettato di essere stato scritto dal chatbot: sembra un testo linguisticamente più consapevole, e invece dopo aver riletto con attenzione anche questo testo alla ricerca delle «sporcature» di cui parla il mio amico, qualcosa si trova (ma poco, in effetti). Per es. nella frase «attraverso il quale: individui, gruppi o società identificano e viene fatta in base a: comportamenti, credenze, costumi e ideologie» si osserva un uso inadeguato dei due punti; oppure l’uso dell’avverbio «enormemente» e dell’aggettivo «esponenziale» sono poco appropriati, per non parlare del banale refuso «un’altro». Ma forse la prova del nove del fatto che il testo sia di mano della studentessa sta nel paragrafo finale, che contiene una serie di marche d’uso che si trovano spesso negli elaborati scolastici: «Per concludere [classico “topos studentesco di chiusura”], la creazione di un nemico ha sia i suoi [ridondanza] aspetti positivi, come ad esempio [ridondanza colloquiale] rafforzare la propria identità, sentirsi più sicuri e parte integrante di un gruppo, che quelli negativi essendo che [sic!] sfocia immancabilmente in discriminazioni e violenza. Certamente è uno stimolo; ci fa conoscere noi stessi e il nostro valore; tuttavia per com’è fatto l’essere umano, che quando [frase scissa per ben due volte con scopo enfatico] nota delle differenze con qualcuno ne è spaventato e decide di iniziare [forma fraseologica, anche se non è implicato un processo decisionale] a competere, l’avere [articolo + infinito anziché sostantivo astratto] un nemico è una delle cause per cui nascono i conflitti e le guerre. Forse… si potrebbe ipotizzare che la studentessa abbia trovato qualche spunto in rete (o da AI) e che l’abbia poi rielaborato in modo autonomo…
Nel quarto testo, infine, quello da me commissionato a Gemini, tutto “fila” liscio, perfino il riferimento all’esperienza personale di solito richeisto nelle prove di maturità: il testo non è un capolavoro, ma se i miei allievi raggiungessero tale risultato in autonomia, potrei dire di aver raggiunto i miei obiettivi di didattica della scrittura. Non a caso è questo il testo sicuramente scritto dal chatbot! Resta da spiegare perché il testo commissionato da me all’AI sia meno “sporco” di quello (forse) commissionato dall’allieva. Una risposta potrebbe essere che io l’ho fatto riscrivere più di una volta alla macchina, cosa che (forse) l’allieva non ha avuto modo di fare. O (forse) tutto ciò rientra semplicemente in una probabilità statistica. Sta di fatto che l’ipotesi che siano gli errori a fare da cartina da tornasole dei testi “umani” regge.
Un esperimento dall’esito incerto
A differenza della vicenda precedente, questa volta il colloquio con l’allieva è stato ancora più imbarazzante, in quanto non avevo neanche la possibilità di ancorarmi a un usus scribendi platealmente difforme da quello che caratterizzava i testi dell’allieva nelle prove precedenti. Forse non aveva scritto molte altre prove di questo livello, ma non potevo escludere a priori che potesse comunque aver raggiunto il livello della prova sospetta. L’allieva nel colloquio ha negato decisamente di aver usato l’AI, dicendo che non c’era motivo per usarla visto che doveva prepararsi all’esame. Argomento debole, ma arguto.
Alla fine, quindi, non potendo escludere in scienza e coscienza che il testo fosse effettivamente stato scritto da lei, le ho dato una valutazione alta, perché era il testo migliore della classe. D’altra parte, l’arte di arrangiarsi è a tutti gli effetti una soft skill utile a sopravvivere nel mondo assai competitivo di oggi. La mia valutazione positiva potrà perciò passare… per una forma di aggiornamento docimologico.
Le due penne
L’intelligenza artificiale ci costringe forse a rinunciare a tutti i compiti che presuppongono un lavoro di scrittura a casa, così come sono messi in crisi ricerche e approfondimenti autonomi. Bisogna certamente privilegiare l’interrogazione: sanno parafrasare? sanno commentare un testo? sanno esplicitare quel che c’è scritto nella parte teorica del manuale? Nel vis à vis è difficile imbrogliare.
Di sicuro il luogo principale della disfatta è il latino, per gli indirizzi che lo prevedono. La prima evidenza del fatto che il chatbot avrebbe cambiato tutto, l’ho avuta quando Massimo Manca, docente di Letteratura latina all’Università di latino di Torino, all’inizio della diffusione di chatGPT, in uno dei suoi arguti interventi in rete, ha fatto sostenere il suo esame di latino (traduzione, analisi, storia letteraria ecc.) a chatGPT, col risultato di dargli 24/30esimi. C’erano risposte giuste e altre sbagliate o solo parzialmente giuste: ma la sostanza è che chatGPT avrebbe passato l’esame! (E da allora le prestazioni del chatbot sono migliorate…). Del resto, già prima dell’AI gli allievi potevano non esercitarsi mai: scaricando le versioni dalla rete o usando il traduttore automatico. Ma in questo caso c’era la controprova: senza esercizio, l’insufficienza nella traduzione in classe è sicura. In questo caso conviene − forse − giocare fin dall’inizio a carte scoperte, dicendo agli allievi: «In rete trovate tutte le versioni, Google Translate traduce benino: prima o poi dovrete fare una versione in classe…». Costa fatica, perché qualcuno ci proverà ugualmente, ma poi, probabilmente, si scontrerà con la difficoltà del compito (e sarà spinto ad esercitarsi?).
Ma è evidente che stiamo sempre giocando in difesa, sia con le versioni già tradotte, sia con l’AI. Entrambe le vicende raccontate mostrano l’insufficienza di un approccio di tipo “poliziesco” come il mio e la necessità di un approccio didattico, che tenga conto di quello che in un corso di aggiornamento ho sentito chiamare la pedagogia delle «due penne», cioè l’inevitabile compresenza e compenetrazione tra la «penna» umana e quella del chatbot. Nel mondo exrascolastico (cioè al di fuori della scuola superiore) e del lavoro ormai i chatbot sono entrati sistematicamente nel lavoro di scrittura. Faccio un paio di esempi, che mi vengono dall’aver chiacchierato con due ex-allievi, entrambi dottorandi in materie umanistiche. L’uno si mantiene compilando recensioni di macchine ibride per un blog specializzato. Poiché viene pagato a cottimo, è per lui vantaggioso lavorare il più velocemente possibile e mantenere una qualità media accettabile. Mi ha raccontato che si è costruito un modello in cui inserisce i dati delle auto che gli vengono forniti, poi modifica la bozza “prelavorata” dal chatbot fin che diventa adeguata. Un altro ex-allievo sta scrivendo la tesi di dottorato in inglese. La prima bozza la scrive lui direttamente in inglese, poi la fa correggere da un software a pagamento che controlla la grammatica, rilevando errori e imperfezioni. In un secondo tempo questo testo viene sottoposto a ulteriore lettura dal chatbot per rendere più coerente e coeso il testo e migliorarne lo stile. L’ex-allievo potrebbe anche scrivere la tesi in italiano e poi farla tradurre dal chatbot in inglese. Forse il risultato sarebbe migliore (non è detto), ma scrivere in inglese gli è utile per migliorare la competenza di scrittura in lingua.
Insomma: fuori della scuola mi pare che ci siano meno tabù sull’uso dei chatbot e che se ne faccia un uso ragionevole che non puzza di sotterfugio o scappatoia dolosa. Nonostante alcuni corsi di aggiornamento che ho seguito sul tema della scrittura assistita da AI, confesso che francamente non sono ancora riuscito a trovare la giusta soluzione per un utilizzo dell’AI a scuola. Ho sentito tante idee interessanti, ma devo ancora trovare la mia strada. Per es., ho fatto provare sul testo argomentativo il software di scrittura della Zanichelli a una classe quarta, quando era in fase sperimentale. Potrebbe essere un buon strumento per allenarsi. I ragazzi hanno mostrato reazioni positive, ma i testi ottenuti erano poverelli. Le osservazioni fatte dalla AI, inoltre, non sono sempre migliorative, e in ogni caso non incidono molto sul miglioramento dell’inventio, che resta l’elemento di maggior debolezza degli allievi. So però una cosa: che se continuerò a giocare solo in difesa, sarà difficile vincere la partita. D’ora in poi vincerà (quasi?) sempre l’AI.
APPENDICE
Ecco i quattro testi.
Testo 1 (allieva)
Questo estratto di Umberto Eco tratto dall’opera “Costruire il nemico e altri saggi occasionali” analizza un punto fondamentale riguardante la costruzione del nemico e di come quest’ultimo influisca sulla nostra crescita individuale e collettiva. Come si evince dal testo, la presenza di un nemico è necessaria per il nostro processo di definizione, sia come individui che come collettivo sociale, tuttavia, è in egual modo necessario interrogarsi su quali siano i rischi e le conseguenze di questa costruzione.
La nostra società è sempre stata legata radicalmente alla visione che lo straniero è il nemico da allontanare. Le diversità culturali, linguistiche e a volte anche comportamentali sono state sfruttate per alimentare in noi l’idea che la distinzione sia oggetto di rivalità, che può sfociare in alcuni casi in odio ingiustificato. Questo concetto nel corso degli anni è stato strumentalizzato da chi detiene il potere, il quale ha manipolato la visione delle persone, distorcendo la percezione che abbiamo degli altri. Per fini politici e spesso economici si è voluto trovare e costruire un nemico comune da distruggere, per dimostrare e valorizzare il proprio potere; ciò ha portato a divisioni sociali e a conflitti immotivati. Le masse sono facilmente influenzabili e il mezzo più efficace per condizionarle è costruire un’immagine alterata dello straniero che ci porta ad avere un complesso di superiorità inesistente.
Il nemico però, come accennato in precedenza, non è sempre la causa di un male, è fondamentale nella nostra vita avere un antagonista “cattivo” da sconfiggere, perché in questo modo ci mettiamo in gioco e prendiamo coscienza dei nostri valori e delle nostre capacità. Come afferma Eco, quando non lo si ha, bisogna costruirlo, ma spesso lo si fa già inconsciamente; non necessariamente il nemico è un individuo, ha mille sfumature e si presenta nella nostra vita con molteplici forme, per esempio:
– Un obiettivo che ci siamo prefissati e che ci sembra irraggiungibile;
– Malesseri fisici o psicologici che ci debilitano la vita;
– Fallimenti o eventi traumatici che non si è in grado di superare.
Tutte queste avversità se raccolte insieme formano un nemico ostile che appare impossibile da sconfiggere. Questa sua fittizia impavidità ci rende deboli a tal punto che molte persone escono sconfitte da questa lotta perché accecate dalla paura di fallire. L’uomo tende ad autosabotarsi perché influenzato dai costrutti sociali e ciò lo porta a dar vita a dei nemici che, invece di contribuire alla nostra crescita personale, la compromettono. Per questo motivo è necessario esaminare la natura del nemico per capire se vale la pena combatterlo, se è utile per migliorarci o se è frutto di una realtà distorta.
In conclusione, il concetto di nemico è complesso e difficile da analizzare. Umberto Eco ci ha invitato a riflettere sull’importanza della presenza di un rivale nella nostra vita, in quanto influisce positivamente sulla progressiva crescita sociale e individuale. Il confronto con “l’altro” dovrebbe essere un’opportunità di arricchimento e comprensione reciproca, piuttosto che motivo di divisione e conflitto. La stessa cosa vale per i nemici personali che si insidiano nel nostro percorso di vita: bisogna vedere la sconfitta del nemico come una sfida personale che contribuisce ad accrescere la nostra esperienza e la consapevolezza dei nostri valori; la determinazione nel voler vincere questo “conflitto” fa nascere in noi un sentimento di competizione positivo che fa emergere le nostre qualità e competenze.
Testo 2 (allievo)
Nell’opera Costruire il nemico e altri saggi occasionali, Umberto Eco pone in evidenza la necessità e l’importanza di avere un nemico per definire se stessi e la società collettiva. Trovare un nemico, per la società, rappresenta una possibilità attraverso la quale ci si può mettere a paragone e mettere in luce i propri valori. In questo saggio si analizza il modo in cui la costruzione del nemico influenzi le dinamiche sociali e dell’individuazione delle identità.
La costruzione di un nemico svolge un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità personale e collettiva. Il fatto di confrontarsi con l’“altro” rappresenta un’opportunità per l’individuo e per la società come metro di paragone in molteplici contesti: partendo dall’identità nazionale all’appartenenza di una particolare classe sociale. Molte volte, la costruzione del nemico si basa sulla diversità culturale. Come affermato dallo scrittore, gli stranieri sono considerati come “i diversi per eccellenza”, e di conseguenza rappresentano i nemici. Questo fenomeno lo si può affermare semplicemente guardandoci alle spalle, quando gruppi religiosi, sociali ed etnici diversi sono stati violentati per giustificare discriminazioni. Un esempio non troppo lontano da noi sono gli ebrei che sono stati utilizzati come capri espiatori dalla germania nazista.
La costruzione del nemico ha degli effetti significativi sulla morale della società. Innanzitutto, ciò potrebbe alimentare sentimenti di odio e di intolleranza nei confronti dell’“altro”. Inoltre potrebbe dividere una società in “noi” e “loro” così da ostacolare il fatto di averne una unita.
Questo fenomeno può essere osservato in molti contesti contemporanei, a partire dalla politica internazionale, alle tensioni interne di un paese. In effetti, la costruzione di un nemico è monopolizzata da alcune figure politiche che gestiscono il paese. Attraverso la propaganda, essi possono creare un nemico immaginario per far in modo di avere più potere e distogliere l’attenzione su ciò che non va nella politica interna. Un’alternativa non molto felice, che però viene utilizzata spesso per annientare il nemico, è la guerra. Quest’ultima, come tutti sappiamo, porta a migliaia di morti, poiché le visioni della società si dividono in due: chi pensa che la morte sia positiva, e chi pensa il contrario. Vi sono due vantaggi nell’uccidere il nemico e due svantaggi nel non farlo. Le prime due rappresentano il fatto che il nemico non può riprendere le ostilità in un’altra occasione, e il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. I due svantaggi di non ucciderlo portano a due conseguenze: fare i conti con i suoi intenti di vendetta e rinunciare, in parte, alla propria sicurezza. A tutto ciò, Freud, nel carteggio con Einstein, propone un’alternativa: utilizzare la potenza intellettuale per indebolire il nemico.
Il fatto di crearsi un nemico, secondo il mio punto di vista, rappresenta un qualcosa di positivo, ma allo stesso tempo un qualcosa di negativo. In primo luogo, questo fenomeno rappresenta una possibilità per cercare di migliorare se stessi. Non bisogna circondarsi solo di “amici”, ma anche dei cosiddetti “nemici” poiché incarnano la figura di coloro che ci stimolano (certe volte anche più degli amici) a dare il meglio di sé, essendoci alla base un sentimento di competitività. D’altro canto, il fatto di avere un nemico è negativo poiché, come detto in precedenza, si va a creare questa competizione che col passare del tempo diventa ossessione, e piano piano va a demolire e annullare il nostro animo e la nostra unicità.
In conclusione, la costruzione di un nemico è un fenomeno complesso che influisce in maniera significativa le dinamiche sociali e identitarie. Attraverso la creazione dell’avversario, le società trovano un modo per definire la propria identità e per giustificare i propri sbagli.
Testo 3 (sospetto)
Costruire il nemico e altri saggi occasionali di Umberto Eco è una raccolta di saggi che riflette sulla necessità di avere un nemico, sia come individui che come società. L’autore sostiene che un nemico, ovvero qualcuno di diverso e che sia minaccioso proprio per questa sua diversità, è fondamentale per definire la propria identità, individuale e collettiva, e misurare il proprio valore. Inoltre sostiene che se il nemico è inesistente è necessario crearlo. La costruzione del nemico è un processo complesso attraverso il quale: individui, gruppi o società identificano una figura esterna come minacciosa, diversa e ostile. Questa figura diventa quindi il nemico in base al quale si può definire la propria identità, consolidare il proprio senso di coesione e giustificare determinati comportamenti. La costruzione del nemico può essere influenzata da una serie di fattori: politica, cultura, religione, storia o dinamiche sociali e porta quasi sempre alla creazione di “confini sociali” dai quali nascono le discriminazioni e la violenza.
Il concetto dell’“altro” come minaccia è stato un tema ricorrente nel corso della storia e rimane rilevante oggi. Le società spesso hanno deciso di costruirsi dei nemici per consolidare la propria identità e trovare una giustificazione alle proprie azioni. La creazione di questa minaccia, esterna allo stato, è sempre servita a unificare la popolazione: radunandola attorno ad una causa comune e rafforzandone l’identità sociale. Nella società contemporanea, la costruzione di nemici è diventata un mezzo per alimentare la paura e giustificare le politiche aggressive. Un esempio di ciò è il ritratto degli immigrati come invasori o criminali che serve a rafforzare l’identità nazionale e a giustificare le politiche restrittive sull’immigrazione. Inoltre, il ruolo dei media è fondamentale nell’amplificare la percezione delle minacce, creando una narrazione del nemico che influisce enormemente sull’opinione pubblica.
La costruzione di nemici non è solo una strategia adottata dai politici, ma riflette anche un processo psicologico profondo. L’uomo tende a categorizzare gli altri esseri umani, dividendoli in “amici” e “nemici” e a mettere in opposizione queste due categorie. Questa divisione viene fatta in base a: comportamenti, credenze, costumi e ideologie ed è un meccanismo psicologico naturale che vuole rafforzare il nostro senso di identità per farci sentire sicuri e parte integrante di un gruppo. Tuttavia questo meccanismo può creare anche innumerevoli discriminazioni e conflitti che rischiano di sfociare in violenza. Bisognerebbe quindi abbracciare la diversità con l’obiettivo di arricchire la propria società e promuovere la pace, senza vederla come una minaccia. Il concetto di identità è fondamentale ma rischia di essere allo stesso tempo limitante, precludendo una crescita personale esponenziale proprio a causa delle discriminazioni che inevitabilmente crea.
Vivere in gruppo intensifica la percezione del nemico: quando le persone sono in gruppo, tendono a identificarsi con gli altri e a percepire il gruppo come parte integrante della propria identità. Questo senso di appartenenza porta molto spesso alla creazione di “confini sociali” tra un gruppo e un’altro, portandoci a considerare gli altri come nemici. Per limitare gli effetti negativi della costruzione del nemico nei gruppi, è essenziale promuovere una consapevolezza critica e l’empatia verso gli altri. Favorire un dialogo aperto, la comprensione interculturale e il riconoscimento della diversità all’interno del gruppo può aiutare a combattere i confini sociali e a promuovere una visione più inclusiva e tollerante della società.
Per concludere, la creazione di un nemico ha sia i suoi aspetti positivi, come ad esempio rafforzare la propria identità, sentirsi più sicuri e parte integrante di un gruppo, che quelli negativi essendo che sfocia immancabilmente in discriminazioni e violenza. Certamente è uno stimolo; ci fa conoscere noi stessi e il nostro valore; tuttavia per com’è fatto l’essere umano, che quando nota delle differenze con qualcuno ne è spaventato e decide di iniziare a competere, l’avere un nemico è una delle cause per cui nascono i conflitti e le guerre.
Testo 4 (scritto da AI)
Nelle parole di Umberto Eco emerge un’idea inquietante: la necessità di un nemico per definire la nostra identità. Quasi un bisogno umano, un elemento strutturale della società stessa. Ma quanto c’è di vero in questa affermazione? È davvero necessario un “altro” da contrapporre a noi stessi per sentirci completi?
La storia è piena di esempi di questa dinamica. Lo straniero, il diverso, è stato spesso dipinto come una minaccia, un pericolo per l’ordine costituito. Dai barbari alle streghe, dai comunisti ai terroristi, la lista di nemici immaginari è lunga e variegata. Ma cosa accomuna questi gruppi? Spesso sono minoranze, emarginati o semplicemente portatori di idee e valori differenti dalla maggioranza. In loro si concentra la paura dell’ignoto, del cambiamento, di ciò che sfugge al nostro controllo. Etichettarli come nemici diventa un modo per esorcizzare queste paure, per rafforzare la coesione interna e per legittimare azioni repressive.
Riflettendo sul mio percorso di vita, non posso negare la presenza di “nemici” anche nella mia sfera personale. Penso ai bulli che mi tormentavano alle elementari, o a quel compagno di classe con idee politiche diametralmente opposte alle mie. In quei momenti, avere un nemico da contrapporre a me stesso mi dava una certa sicurezza, mi permetteva di definire la mia identità in contrapposizione a chi mi minacciava o mi derideva.
Tuttavia, con il tempo ho imparato che il nemico non è sempre la risposta. Anzi, spesso la sua presenza ci impedisce di crescere, di confrontarci con idee diverse e di costruire relazioni positive. Invece di erigere muri e scavare fossati, dovremmo impegnarci a costruire ponti. Dialogare con chi è diverso da noi, cercare di capire le sue ragioni, anche se non le condividiamo. È attraverso il confronto, il rispetto reciproco e la ricerca di punti in comune che possiamo costruire una società più inclusiva e tollerante.
So che l’utopia di un mondo senza nemici è probabilmente irrealizzabile. Ci saranno sempre incomprensioni, conflitti di interessi e ideologie contrastanti. Ma sta a noi, come individui e come società, decidere come affrontare queste sfide. Possiamo scegliere la via del rancore e della divisione, oppure possiamo provare a costruire un futuro basato sul dialogo, sul rispetto e sulla comprensione reciproca. La scelta è nostra.
Le parole di Eco ci invitano a riflettere su un aspetto inquietante della natura umana. Ma allo stesso tempo ci offrono una speranza: la possibilità di costruire un futuro diverso, un futuro in cui la diversità non sia motivo di paura ma di arricchimento. Un futuro in cui, invece di nemici, avremo compagni di viaggio con cui condividere il nostro cammino.
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Ho letto con attenzione l’articolo e ho apprezzato l’approfondita indagine che ha compiuto, in senso concreto e metaforico. Non ho soluzioni sul tema, anche perché ricorrere a piattaforme come ZeroGPT, come suggerisce un collega, implica usare la tecnologia a nostra volta e fare passare in secondo piano la relazione educativa e il patto docente-studenti. Su questo credo si debba giocare, sulla relazione tra i due attori del processo di educazione e apprendimento, perché credo che la tecnologia sarà sempre un passo avanti rispetto a noi docenti, ma saremo noi col nostro corpo e i nostri valori a fare la differenza. E non la faremo diventando detective, ma ragionando con loro sugli effetti più deleterie e svilenti dell’uso dell’AI.