Tachicardia di una dittatura – Su Cuoreanimale di Herta Mϋller
Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.
Quando
mi desto la mattina
ecco la persiana
davanti alla casa
due uomini in macchina
attraverso il parabrezza
osservano me
che guardo sui fili
– là riposano gli uccelli
senza ginocchio
(H. Mϋller)
Da poche settimane Feltrinelli ha ripubblicato il capolavoro di Herta Mϋller, autrice romena di lingua tedesca espatriata a Berlino Ovest nel 1987: con l’espressione Cuoreanimale la traduttrice Margherita Carbonaro trasla l’ardito titolo Herztier, un composto che «riesce a disorientare profondamente anche un madrelingua», come scrive nella nota finale. La scelta di Carbonaro mira a mettere a fuoco da subito il tema centrale del romanzo: “cuoreanimale” richiama infatti un doloroso e lancinante istinto di sopravvivenza, nonostante la paura a cui si è soggetti: «I nostri cuorianimali fuggivano come topi. Si gettavano alle spalle il pelo e scomparivano nel nulla.» (p. 85) Il romanzo – già apparso nel 2008 in traduzione italiana grazie a Alessandra Henke con il titolo Il paese delle prugne verdi (Keller editore) – fa parte di una trilogia sulla vita ai tempi della dittatura di Ceauşescu; incastonato tra La volpe era già il cacciatore (1992) e Oggi avrei preferito non incontrarmi (1997), Cuoreanimale risale al 1994 e contribuisce a dare uno spaccato di vita della scena letteraria di opposizione a Timişoara:
I libri della villa erano stati introdotti di nascosto nel paese. Erano scritti nella lingua-madre, quella in cui «il vento posa». Non la lingua-dello-stato, come qui nella nazione. Ma nemmeno la lingua-culla dei paesi di campagna. Nei libri c’era la lingua-madre, ma il silenzio della campagna, che vieta di pensare, quello nei libri non c’era. Là da dove vengono i libri tutti pensano, pensavamo noi. […] Tutti vivevano dei pensieri di fuga. Volevano attraversare a nuoto il Danubio fin quando l’acqua diventava l’estero (H. Mϋller, Cuoreanimale, Milano, Feltrinelli, 2021, pp. 53-54).
Titolo e citazione in esergo – una lirica del poeta rumeno Gellu Naum – preparano il lettore a un romanzo dalla trama rarefatta e dal linguaggio a un tempo asciutto e figurale, intrinsecamente legato alla densa attività lirica di Mϋller, premio Nobel della letteratura nel 2009.
Narrato in prima persona da un’anonima figura femminile, traccia le vicende del dissenso di quattro giovani intellettuali (la narratrice, Edgar, Georg e Kurt) dal regime di Ceauşescu. Il suicidio dell’amica Lola e le sue denunce postume contro il partito sono il punto di avvio della loro ricerca di autonomia e libertà, un percorso costellato di perquisizioni, interrogatori, delazioni, pestaggi e paura:
Siccome avevamo paura, Edgar, Kurt, Georg e io eravamo insieme ogni giorno. Sedevamo insieme al tavolo, ma la paura restava singola in ogni testa, così come ce l’eravamo portata quando ci incontravamo. Ridevamo molto per nascondercela a vicenda. Ma la paura sbanda. Quando si domina la faccia, scivola nella voce. Quando si riesce a tenere sotto controllo faccia e voce, quasi fossero un pezzo morto, la paura abbandona perfino le dita. Si stende fuori dalla pelle. Se ne sta liberamente in giro, la si vede negli oggetti vicini. (Ivi, p. 79)
I giovani devono nascondere libri, diari di appunti, testi di canzoni popolari che, puntualmente intercettati dalla polizia, vengono esibiti durante gli interrogatori del capitano Pjele, incarnazione vivente del terrore (mirabilmente angosciante la descrizione di un interrogatorio alle pp. 133-135). Per capire se la loro corrispondenza venga controllata, i ragazzi escogitano un codice e uno stratagemma:
Mai dimenticare la data quando si scrive, e mettere sempre un capello dentro la busta, disse Edgar. Se poi non c’è più, si sa che la lettera è stata aperta. […] Una frase con la parola forbicine sta per interrogatorio, disse Kurt, per perquisizione una frase con la parola scarpe, per pedinamento una frase con la parola raffreddore. Dopo il nome, all’inizio, sempre un punto esclamativo, se ci sono minacce di morte solo una virgola. (Ivi, p. 85)
Al quartetto dei protagonisti si affiancano una serie di personaggi minori che spetta al lettore mettere a fuoco. L’amica–delatrice Tereza, la parrucchiera-cartomante, i genitori dei giovani, la signora Margit sono comprimari che contribuiscono a delineare il contesto della vicenda, narrata con uno sfasamento di piani temporali che non è sempre agevole seguire. Ma ciò che conta in Cuoreanimale, più che il plot, è l’atmosfera di cupa repressione. Tutto concorre a determinarla: il paesaggio piatto, plumbeo, freddo, che azzera le differenze tra villaggi di campagna e città industriali; i rapporti umani minati dalla paura e dalla diffidenza; il sesso, vissuto più come una forma di calore animale che come relazione umana.
Il ritratto della Romania comunista è quello di un paese profondamente povero dove un intero popolo è stato prostrato; impossibilitato al riscatto, trova la sua rappresentazione più esemplare nei “bevitori di sangue” che lavorano al macello diretto da Kurt:
Aveva il pollice maciullato, una sbarra di ferro gli era caduta sulla mano. Un operaio me l’ha fatta cadere sulla mano, disse Kurt. L’ha fatto apposta. […] Mi sono quasi massacrato la bocca nel grido. Ho gridato che dovevano finire in tribunale, che non erano più esseri umani da un pezzo, che mi facevano orrore perché erano bevitori di sangue. Che tutto il loro paese è un culo di vacca in cui strisciano la sera per uscirne al mattino e andare a bere sangue. Che attirano al macello i loro figli con code secche di vacca e li stordiscono con baci che sanno di sangue. (p. 123-124)
È un paese da cui non c’è via di fuga, quello ritratto da Herta Mϋller, al punto che perfino l’espatrio in Germania – per ribaltare la sconfitta interiorizzata dopo il licenziamento dai rispettivi impieghi statali – può diventare senso di colpa schiacciante e portare al suicidio.
Cuoreanimale è la parola attorno a cui si agglutina e si rappresenta l’ossimorico contrasto tra bisogno di vita e destino di morte che anima questo romanzo costruito secondo tecniche compositive e associative allegoriche, più prossime al territorio del verso che a quello della prosa. Parlando del collage, procedimento di composizione poetica che Mϋller predilige (come si può vedere nelle immagini sotto), l’autrice ha dichiarato: «le parole dei collage non hanno bisogno di venire in mente, esse si trovano tutte contemporaneamente e assieme sul tavolo…e sono spostate di qua o di là dalla mano… […] Dove mi porta la parola? Come nella scrittura, ho una parola e, partendo da quella, nascono tutte le altre frasi che circondano la parola e sono imprevedibili.» Questa imprevedibilità degli accostamenti è la forma che Cuoreanimale mette a punto per rappresentare le emozioni radicali generate dall’oppressione psichica e politica.



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