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Trieste e una donna. Su Alma di Federica Manzon

Ad aprile sono poche le barche che fanno la spola dalla terraferma all’isola. Lei cammina nel paese chiuso: una donna con gambe da cicogna e rughe ai lati degli occhi azzurrini come chi è cresciuto in una città ventosa, se ne va in giro sola tra case di vacanza disabitate, qualche facciata sfoggia una bandiera della Dinamo Zagrabia appesa ai fili del bucato, qualche altra un muro decorato da fori di proiettile.

                                            Federica Manzon, Alma, Feltrinelli, Milano 2024

Si apre così Alma di Federica Manzon, romanzo vincitore del Premio Campiello 2025: con una donna che torna da sola in un’isola vuota, sospesa, fuori stagione, attraversata da tracce di guerra e custode di qualche forma di memoria. La bandiera di una squadra di calcio ci dice che siamo in Croazia, ma non sappiamo molto di più quando ci mettiamo sulle tracce di Alma e lentamente entriamo nella sua vita. Scopriremo però presto che quell’isola senza nome è solo un preludio, e il romanzo avrà il suo centro di gravità in un altro luogo, anch’esso senza nome ma immediatamente riconoscibile: Trieste. Alma torna in questa città dove è cresciuta, da cui è fuggita molto tempo fa e a cui si sente ancora legata, e ad attenderla c’è una eredità lasciata dal padre, figura sfuggente e amatissima, e soprattutto c’è Vili, l’altro protagonista della storia, colui che con Alma, fin dall’infanzia, ha intrecciato un rapporto tanto profondo quanto irrisolto, fatto di amore e fratellanza, attrazione e gelosia, sintonia profonda e fratture radicali. Alma e Trieste, Alma e Vili, Alma e il padre: sono questi i legami su cui si fonda la tensione narrativa di un romanzo in cui persone e città entrano, escono, ritornano nella vita di Alma, e abitano uno spazio che sta fra la consistenza dei legami reali e l’inafferrabilità dei fantasmi interiori. Realtà e fantasmi che convivono in questa discesa nelle profondità di Trieste (e di un’anima) che dura – canonicamente – tre giorni: da un lato ci sono i fatti storici, concreti: il confine orientale, la Jugoslavia di Tito fatta poi a brandelli dalla guerra, ma anche i caffè mitteleuropei, i magazzini dove gli esuli hanno lasciato la loro roba che non verranno più a riprendere, i manicomi aperti da Basaglia. Dall’altro ci sono  sensazioni appena percepite, sfuggenti, dettagli minimi che si imprimono nel ricordo senza una motivazione precisa, piani temporali che si sovrappongono e si mescolano. Due dimensioni che Manzon riesce a tenere insieme grazie a uno stile a volte nitido e preciso, a volte disposto a lasciare spazio all’ombra delle cose, ma sempre ancorato a una voce sorvegliata e riconoscibile.

Le mille anime di Trieste

«Scrivere è sempre un regolamento di conti personale», dice ad un certo punto la voce che racconta la storia di Alma. E il regolamento di conti, in questo caso, per la protagonista (e con ogni probabilità anche per l’autrice) è prima di tutto con Trieste, emblema di un nodo esistenziale ancora irrisolto. Nel romanzo, Trieste sembra sempre sul punto di moltiplicarsi e proiettarsi in tante direzioni diverse: verso Vienna e verso Roma, verso le colline del Carso e verso quelle balcaniche, diverse ma accomunate dai segni della guerra. Questa caleidoscopica molteplicità si incarna nei personaggi del romanzo. Nei nonni di Alma, legati al mito austro-ungarico di una borghesia colta e cosmopolita. Nel padre, che porta con sé il fascino e il fallimento del sogno jugoslavo, e che nella sua casa e nella sua famiglia italiana sembra sempre stare troppo stretto. E poi nella madre, collaboratrice di Franco Basaglia, che vive dentro un altro sogno, quello di una città e di un mondo che rompano il muro che divide normalità e follia. E infine in lei, Alma, che, a dispetto del nome, come Trieste di anime ne ha tante, e come Trieste ha anime che non sono mai perfettamente in sintonia fra loro; da qui l’inevitabile, irrisolvibile inquietudine di Alma, e con lei della sua città.

C’è sempre una guerra, di là

Quella descritta in Alma è una Trieste permeabile, che guarda prima di tutto oltre la frontiera, jugoslava prima e slovena poi. È da quel di là che il padre di Alma arriva per i suoi periodici ritorni, tanto brevi quanto luminosi. In uno di questi, il padre ha con sé Vili, un ragazzino pressoché coetaneo di Alma, figlio di intellettuali caduti in disgrazia e bisognoso di un posto sicuro dove vivere. Vili finirà per crescere con Alma, anche lui alla dolorosa ricerca di un modo per stare al mondo. Ma Vili, a differenza di Alma, che in fondo accetta di essere scissa e indefinita come la sua Trieste, sente il bisogno urgente di certezze: per questo si avvicinerà alla religione ortodossa, per questo cercherà nella fotografia un suo sguardo sul mondo, per questo, alla fine, sentirà il bisogno di gettarsi nel caos della guerra balcanica. E a Belgrado, in una notte di coprifuoco, in una delle scene più intense del libro, l’angoscia di Vili, la sua sensazione di non appartenere a nulla, esploderà: «Ditemi chi sono! Che lingua devo parlare? Datemi un posto una volta per tutte, prima che diventi matto». E Alma, che in quella notte è lì con lui,

sente la mano di Vili che trema nella sua, e la stringe più forte perché non sa cosa dire, non può fare altro che lasciare le parole galleggiare sopra di loro nel buio, per provare poi a guardarle meglio e a capire. Ma non ora, non con Vili così vicino. (p. 180)

Le pagine dedicate al conflitto balcanico rappresentano il cuore del libro, e la loro forza è data dalla scelta di raccontare la guerra con uno sguardo obliquo: non quello dei protagonisti, carnefici o vittime che siano, ma di chi, come Alma, sembra starne fuori, subendone però la devastante onda d’urto. Quella guerra, infatti, segnerà per sempre la famiglia di Alma. E il suo rapporto con Vili. La descrizione della tenace capacità di quelle onde d’urto di propagarsi, e segnare per sempre vite apparentemente lontanissime, è uno dei reali punti di forza di questa storia.

Le nostre difficili eredità

Alma per tutta la vita si è portata dietro i fantasmi del padre e di Vili: il loro mistero ha nutrito la sua fame di vita così come le sue incertezze e le sue fragilità. Impossibilitata a capire fino in fondo i due uomini della sua vita, ha vissuto tutte le altre relazioni senza mai riuscire ad abbandonarsi totalmente ad esse:

quando si addormentava nel letto di qualcuno, là nella capitale, Vili tornava: rievocato come un fantasma che la rincuorava dall’estraneità e dalla solitudine di quei letti dove pure l’amavano, ma lei sapeva che più importante dell’amore era la comprensione, e i segreti anche. (pp. 146-47)

Ora, questa donna irrisolta è incerta se fuggire dalle eredità (come la invita a fare, da bambina, proprio suo padre: «Bisogna fuggire dalle eredità, zlato. Darsela a gambe levate», p. 109), o se accettare finalmente l’ultimo segreto lasciatole in consegna dal passato. La decisione verrà presa in queste tre decisive giornate triestine. Sono i giorni che precedono la Pasqua ortodossa, che quindi si portano dentro una promessa di resurrezione; ma, al di là dell’esito, quel che conta è che Alma possa finalmente immaginare sé stessa come una creatura capace di affrontare lo spazio ambiguo e mobile del mare di Trieste, finalmente senza paura, secondo un insegnamento sepolto in qualche angolo del suo complicato cuore. È questa la vera eredità che la città le ha lasciato:  

Dovrebbe scendere al mare, andare a fare un tuffo al vicino Bagno Ausonia, così fuori dal tempo con le terrazze di legno e i trampolini che vanno in malora, la sua natura meticcia, per metà stabilimento austroungarico e per metà bagno popolare fascista. Saltare dalla piattaforma nel mare recintato e nuotare sott’acqua come fanno i pesci, le mani più grandi del normale e la miriade di bollicine, la corrente che entra nel golfo e ripulisce i pensieri dagli scarichi delle navi turche, o così dicono. […] Andarsene a fare un tuffo, il rimedio che la città le ha insegnato per ogni dolore o paura. (pp. 223-24)

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