Tempo nella scuola, tempo della scuola
Alla base di questo articolo ci sono due questioni culturali che assumono un grande valore quando in classe si affrontano argomenti che interessano la comprensione del presente: da una parte, il rapporto fra teoria e pratica; dall’altra la possibilità che il confronto fra i diversi punti di vista offerti dalle discipline metta in discussione luoghi comuni e stereotipi diffusi.
Le osserverò a partire da uno dei temi più importanti del percorso di studi: il tempo e le sue differenti concezioni nella storia del pensiero.
L’immagine del tempo infatti accompagna e precede lo studio nelle varie discipline che hanno fatto riferimento a molteplici modelli teorici. Il tempo che scorre, ad esempio, è un’immagine naturale a cui ci riferiamo come a qualcosa che possiamo definire veritiero, non ingannevole; eppure nella storia del pensiero si sono affacciate altre visioni che possono far cambiare il punto di vista sugli oggetti della nostra conoscenza.
Breve panoramica su un problema aperto
L’abitudine fa sì che ci fidiamo di ciò che appare ai nostri sensi come esistente, a cui attribuiamo la qualità di essere vero. Le esperienze ripetute confermano o smentiscono l’iniziale credenza.
Tuttavia alcune filosofie, come quella di David Hume, ci mettono in guardia dal credere a ciò che sembra ovvio. Il “senso comune” infatti è già una elaborazione della mente, un “punto di vista”.
Siamo immersi in un contesto del prima e poi, in cui le immagini si susseguono nella mente. Nella vita quotidiana riteniamo veritiero comportarci di conseguenza e pensare al domani progettando e al passato come qualcosa di già avvenuto e perciò perso per sempre. L’accessibilità di ciò che è stato si attesta solo nel ricordo e nelle varie sfumature di rimpianto o soddisfazione. Di conseguenza la nostra mente ci porta ad assentire in modo implicito a una visione degli avvenimenti descritti in termini di causa e effetto.
La visione del tempo lineare fin qui esposta ci invita ad applicare in modo inconsapevole questo rapporto a ciò che accade. Ma se guardiamo alla storia della filosofia scopriamo che ci sono interpretazioni alternative a questo concetto di tempo.
Al di là di ciò che ci suggerisce il senso comune, il passaggio da un momento (A) ad un altro (B) implica l’esistenza del non essere (non è più A ma non ancora B); ma il non essere non può nemmeno venir pensato e il tempo non è altro che illusione e inganno: un concetto vuoto. Il tempo nel senso del prima e del poi non c’è, in quanto l’essere nel senso di ciò che solo esiste è eterno: Zenone di Elea nel V secolo a.C. ci invita a non cadere nel paradosso di credere che ciò che chiamiamo realtà esista davvero.
All’immagine del tempo divisibile in atomici e identici segmenti Bergson, nel primo Novecento, accosta una visione fluida e creativa che appartiene allo scorrere della vita. Un conto è il tempo usato come unità di misura, che distingue e separa uno scorcio temporale in atomi indivisibili come singoli fotogrammi, un altro la “durata reale” che corrisponde al modo di sentire e cambia a seconda dei momenti della vita. L’intelletto equipara il tempo allo spazio, l’intuizione alla vita vissuta.
Bergson interpreta il tempo delle scienze (quelle che oggi chiameremmo “dure”) come una serie di immagini che scorrono velocemente: sembrano muoversi ma si muovono solo nella nostra mente. La vita vera, vissuta (che Dilthey definirebbe erlebniss) invece non si può ingabbiare in uno schema.
L’ipotesi che vede il tempo come qualcosa che esiste indipendentemente dagli eventi è espressa da Newton che lo indica come assoluto in quanto attributo di Dio. Anche nella metafisica di Leibniz il tempo è creato da Dio che ordina le monadi che costituiscono le cose esistenti, distribuendole nella sequenza in cui noi ce le rappresentiamo. L’idea di linearità permea le filosofie empiriste del Sei/ Settecento: come tutte le sensazioni interne ed esterne, il tempo per gli empiristi non ha consistenza sostanziale indipendentemente dalla mente che lo concepisce.
Pur nella distanza dei contesti storici e delle metafisiche, in queste concezioni prevale l’idea che ci sia stato un inizio del mondo, creato per volontà di un ente supremo, o grazie al Big Bang.
Dalla linea al cerchio
L’idea della circolarità, presente prima del Cristianesimo nella filosofia greca, viene ripresa con particolare forza da Nietzsche. Si delinea un futuro che ripete il passato, il senso si sposta dall’esterno all’interno. Non si può sperare nel riscatto dalla caduta da realizzarsi con la storia, viene meno il senso cercato nel futuro perché l’evento stesso ha in sé la sua ragione o la sua mancanza di senso: la virtù è premio a sé stessa.
Quest’interpretazione implica una diversa concezione gnoseologica ed etica. Un conto è ritenere che il valore di un gesto, di un’azione, risieda nel progresso verso uno scopo, costituito dal fine ultimo del bene; un conto invece adeguarsi alla necessità della natura e con essa della storia, che scorre inesorabile fino a fermarsi per poi riprendere nello stesso modo. È questo il pensiero più profondo a cui Nietzsche attinge con determinazione:
Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!“
GAIA SCIENZA, aforisma 341
L’eterno ritorno dell’uguale mette in crisi ogni proposta che possa dare senso al concetto di progresso: ogni attimo, pensiero e azione saranno ripetuti in modo identico, senza speranza di cambiamento né di poter imparare dai propri errori, perpetrati ogni volta allo stesso modo.
Viene meno anche l’idea che la virtù abbia diritto in qualche modo ad un risarcimento. Il valore di un comportamento risiede in sé e non nel costituire un tassello verso un orizzonte di riscatto.
Il senso va cercato nell’accettare il caso, l’arbitrio, con una scelta che non può non rivestire carattere di tragicità. Nella concezione lineare, invece, la successione degli attimi dà senso alla storia, la cui spiegazione si delinea come ricerca delle cause che hanno determinato un fenomeno.
La scuola: un ponte fra scienza e etica?
A partire da Kant, tra i pensatori sembra affermarsi la differenza fra la linearità che caratterizza la visione del tempo propria della scienza e quegli aspetti della filosofia che hanno a che fare con l’uomo e le “scienze dello spirito”.
Attraverso la categoria di causa-effetto Kant pone infatti le basi per dimostrare il diritto, oltre il fatto appurato, di esistere della scienza; nella sezione della “Critica della Ragion pura” intitolata “Deduzione trascendentale delle categorie” egli dimostra che il nostro modo di conoscere corrisponde al modo d’essere degli oggetti. Ma il mondo non si esaurisce nella logica della causalità meccanica. La legge che governa l’ambito etico è la libertà. Kant ribadisce il primato della Ragion pratica sulla Ragion pura. L’uomo ha in sé qualcosa di più, che non si addice alla meccanicità della natura.
Accettare la legge del progresso come l’unica valida nel mondo della vita sembra convalidare una riduzione volontaria del pensiero critico. Edmund Husserl denunciava nel 1954 la “Crisi delle scienze europee” avvenuta con la decadenza della ragione a puro oggettivismo. Se la scienza perde il legame con la vita, l’essere umano smette di cercare un senso all’esistenza. Anche Heidegger nel suo saggio sul nichilismo europeo (1940) avverte che l’uso acritico della tecnica ci priva del significato delle azioni. La comodità del disporre al momento (al consumo, come certi piatti) delle informazioni desiderate elimina la differenza tra ciò che vogliamo approfondire e la semplice curiosità.
Se la scienza è prudente a indicare il progresso come il naturale cammino dell’uomo, sembra esserlo molto meno il senso comune che agisce nelle politiche scolastiche e accetta la tecnologia come se il suo uso fosse naturale e necessario.
Tuttavia, gli strumenti tecnologici promossi nella scuola hanno conseguenze che vanno valutate.
Tra queste l’abbandono della lettura di libri veri. Non dei manuali scolastici ma per esempio dei libri di letteratura e storia: si cerca su internet, magari con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, la trama, l’analisi e la definizione e il gioco è fatto. So già tutto: cos’altro c’è da sapere?
Già Heidegger mette in guardia dall’uso “naturale” della tecnica, perché ciò che sembra dare in termini di comodità e semplificazione toglie in senso. Da parte sua, Husserl afferma che la crisi “dell’esistenza europea” sia dovuta ad una crisi del razionalismo. Le varie coniugazioni dell’idea di “Ragione” che la cultura dell’Occidente ha elaborato entrano in crisi con il decadere del concetto di ragione a oggettivismo.
Quella “crisi delle scienze europee” (…) diventa comprensibile e trasparente sullo sfondo di quella teleologia della storia europea che la filosofia è in grado di illuminare (…) Per penetrare il groviglio della crisi attuale, era indispensabile elaborare il concetto Europa in quanto teleologia storica di fini razionali infiniti; era indispensabile mostrare come il mondo europeo sia nato da idee razionali, cioè dallo spirito della filosofia. La crisi poté così rivelarsi come un apparente fallimento del razionalismo. Ma la causa del fallimento di una cultura razionale sta non nell’essenza del razionalismo stesso ma soltanto nella sua manifestazione esteriore, nel suo decadere a naturalismo e a obiettivismo.
La crisi dell’umanità europea e la filosofia, conferenza tenuta a Vienna il 7 maggio 1935
Il rapporto tra scienza e tecnica non ha soluzione univoca, ma semplificando si può dire che l’applicazione a fini pratici della conoscenza ha bisogno sempre di una mente che l’accompagni, valutandone di volta in volta origine e conseguenze. Altrimenti la razionalità che ha originato la tecnica viene meno e quest’ultima è lasciata a governare sola, senza intelligenza, come un’automobile senza controllo umano.
La semplificazione tecnologica che esercita il suo fascino anche nel mondo della scuola rischia di indebolire il pensiero critico limitandolo all’esecuzione di compiti; inoltre la ricerca di risposte veloci si sostituisce alla complessità delle domande che spesso non possono esaurirsi in modo sintetico e veloce. Senza la fatica della ricerca gli studenti diventano utenti di un mezzo commerciale.
Il fascino dell’eterna giovinezza tecnologica
La dimensione temporale delle avanzate piattaforme informatiche porta all’impressione di vivere in una perpetua giovinezza.
Il modo automatico in cui siamo spinti a adeguarci alla “novità” che esse rappresentano sottrae senso alla nostra esperienza delle cose nuove, che si dissolvono presto nell’oblio.
Dalla considerazione dei significati assunti nella storia del pensiero dal concetto di tempo si può riportare il rapporto causa-effetto ad un modo di interpretare che lascia spazio ad altre visioni.
Nelle discipline umanistiche, ad esempio, il passato non passa: le “Operette Morali” di Leopardi non superano i “Pensieri” di Pascal, né la filosofia di Spinoza viene annullata da quella di Leibniz. Il concetto di superamento non esaurisce il rapporto tra teorie ed autori della storia. La complessità dei problemi affrontati non permette riduttive spiegazioni. Il passato appare come uno sfondo su cui edificare il presente. Mentre nelle “scienze esatte” il passato si dissolve nel presente che lo perfeziona in un costante processo di miglioramento, nelle scienze della vita passato e presente dialogano per sciogliere nodi concettuali etici e metafisici in cui il presente si estingue.
Al di là del valore utilitaristico della conoscenza, l’analisi del concetto di tempo ci porta quindi ad assumere uno sguardo aperto.
Nelle discipline umanistiche il tempo non avviene solo nella progressione di istanti: nell’etica, nella filosofia, nella letteratura, al tempo progressivo si sostituisce una simultaneità in cui epoche distanti secoli si possono avvicinare, e nell’analisi dell’una si può comprendere l’altra.
Questo presente autentico tiene insieme le premesse e le conseguenze, ed in esso è messo al centro il tempo della vita a cui le discipline umanistiche fanno capo. Una simile considerazione può essere la premessa per produrre un insegnamento in cui l’essere umano abbia come caratteristica principale la presenza vigile della coscienza, mossa alla ricerca di senso nella vasta complessità del conoscibile.
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