Inchiesta sulla letteratura Working class / 9 – Simona Baldanzi
Dopo avere dato spazio alla poesia e al mondo variegato dell’illustrazione, continuiamo l’inchiesta sulla letteratura working class passando alla narrativa. Inauguriamo questa sezione con Simona Baldanzi, toscana, autrice di vari libri tra cui Figlia di una vestaglia blu (2006; 2019), Corpo Appennino (2021), Se tornano le rane (2022). Ha scritto racconti per quotidiani, riviste e antologie; fa parte della redazione di Jacobin Italia. È co-autrice del soggetto del film “Dafne” (2019).
Da qualche anno si è affermata anche in Italia l’espressione letteratura working class per designare i testi che mettono al centro la autorappresentazione di lavoratori a basso reddito, di figli di operai nonché di esponenti della classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione, della logistica, della cura alle persone anziane. Non è un pranzo di gala di Alberto Prunetti (Minimum Fax, 2022) è il saggio che ha contribuito in modo decisivo ad aprire un dibattito in questo senso; dal 2018 Prunetti cura inoltre la collana “Working Class” per “Alegre”.
La categoria in questione riabilita le nozioni di classe e di conflitto, da lungo tempo rimosse, e si distingue dal generalizzato interesse che l’editoria e l’accademia hanno rivolto alle tematiche del lavoro. Con questa inchiesta vogliamo dunque aprire uno spazio di riflessione per autrici e autori che, a vario titolo, rientrano nel campo della letteratura working class.
D. Da scrittore working class svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece il lavoro della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
R. Non la vivo come una duplice identità, sono sempre la solita che deve lavorare per vivere e con questo sostegno fare spazio a tutto il resto. Anche per fare attivismo, per partecipare alla vita politica e sociale e collettiva che è volontariato, c’è bisogno di lavorare per quelle come me. Purtroppo la scrittura non riesce a farmi campare e anche questo è un cortocircuito in cui siamo immersi. È una continua lotta ad incastro, di difesa e cura del tempo, ma anche di rivendicazioni. Molti di questi ostacoli possono essere frustrazione come benzina sul fuoco, non è mai lineare. E credo lo si senta anche nella mia scrittura condizionata pure dalla vita che faccio.
D. Se essere uno scrittore working class significa significa mettere a tema il lavoro e una condizione di classe, con quali scelte formali hai deciso di farlo? In particolare quali generi, strumenti espressivi e forme ritieni che siano necessari per rappresentare tale condizione? Memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel?
R. Non credo di essere in grado di fare delle scelte di forma ragionate o costruite prima. Sicuramente non l’ho fatto all’inizio per cui ero molto acerba di strutture, ma anche adesso procedo per come mi sento più a mio agio, un po’ come indossare dei vestiti. A volte vuoi essere solo comoda, altre portando vessilli o sfidando lo specchio, altre in abiti speciali da occasione particolari. Credo che ognuno senta e sperimenti ciò che più lo corrisponda, io mi muovo per tentativi. Non credo ci sia un’unica forma adatta per esprimere lavoro e classe, ma credo che se c’è artificio o inganno (il che non vuol dire non inventare, ma inventare in purezza e non per raggiungere uno scopo autocelebrativo) diventa più evidente proprio in chi scrive working class. Come le lotte smascherano chi non le sostiene veramente, la letteratura working class o trova la sua voce potente e che vuole essere custodita nel taschino di molti, oppure è etichetta di un vuoto direi addirittura controproducente.
D. Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la formazione dei tuoi strumenti espressivi e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
R. È una formazione continua. Da ragazzina ci sono state molte scoperte folgoranti e di sedimentazione. Cassandra di Christa Woolf, La donna abitata di Gioconda Belli, La battaglia di Steinbeck, Il sentiero dei nidi di Ragno di Italo Calvino, Metello di Vasco Pratolini sono solo alcuni che ho tipo santini e ho regalato col prendete e godetene tutti. Dalle autrici sudamericane ho imparato a calarmi nella terra, nelle storie familiari, nel realismo magico, a non temere di scrivere da donna. Dal realismo italiano ho custodito la potenza della realtà e la pulitura dagli orpelli nella lingua, dagli americani l’avventura e la maestosità dell’orgoglio in una lingua secca, dai francesi e dal noir le strade della giustizia sociale come stile e voce, dalla fantascienza anglosassone il famigerato punto di vista e l’impugnare come un amuleto l’immaginario. Poi sono arrivati altri autori e autrici da altri paesi ancora come ad esempio Agota Kristof e Stig Dagerman di cui ho voluto leggere tutto. Non c’è niente di più stimolante per chi scrive, di pensare, vorrei averlo scritto io. Nella lettura cerco ancora lo stupore e non ho classifiche fra italiani e stranieri. Benedico ogni lettura che mi turbi o che mi soddisfi.
D. L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melinconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza e quale influenza esercita sulla tua scrittura?
R. Studiando sociologia ho sempre ragionato intorno al concetto di ascensore sociale e all’università, ogni libro o dispensa su cui studiavo, ci scrivevo sopra “Anche l’operaio vuole il figlio dottore”. Era il mio rito per insistere, anche perché la frase della canzone prosegue dicendo “e pensi che ambiente ne può venir fuori, non c’è più morale Contessa”. Ecco, io mi sono sempre immaginata di ottenere strumenti conoscitivi per stare meglio insieme (quindi un welfare e una scuola pubblica prima di tutto) e poi uno sparigliare le carte in certi ambienti. Solo dopo leggendo letteratura, soprattutto francese e come la appellano, mi sono imbattuta nei transfughi di classe. Non mi piace queste nenia della fuga dalla classe, mi pare annienti tutta la complessità del conflitto. Io non fuggo dalla mia classe, ci sono ancora dentro fino al collo e però voglio insistere affinché stiamo meglio. Meglio non vuol dire accedere ad una classe che ti è preclusa, essere accettati, diventare borghesi sofferenti perché il marchio di origine non se ne va o inadatti perché il difetto di fabbrica rimane evidente. Meglio vuole dire avere delle condizioni materiali e mentali che liberino spazio e tempo. Meglio vuol dire che tante caratteristiche della nostra classe non siano denigrate, ma rispettate.
D. Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a un paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
R. Leggendo queste domande in fila mi è suonata in testa Valium Tavor Serenase dei CCCP, quando urlano dov’è la vostra pena? qual’è il vostro problema? perché vi batte il cuore? per chi vi batte il cuore? Per la scrittura sono domande che si ripetono e suona uguale, una catena di domande che ti strattonano. Come l’amore, non lo sai sempre, lo provi e lo dichiari con commozione e timore. E ti crea ancora più domande invece che darti risposte. Però può essere interessante sapere come sono arrivata a scrivere, direi più a pubblicare e così rispondo anche alla questione paradigma vittimario. Frequentavo un tecnico commerciale ed ero rappresentate di classe. Per una borsa di studio alla Bocconi la circolare non era passata in tempo e il preside fece spallucce perché secondo lui in quella scuola non c’era nessuno in grado di studiare a quella università. Così rimase di sasso quando invece mi ritrovai in finale al Campiello Giovani col racconto Finestrella Viola proprio grazie ad una circolare passata in tempo.
Invece che considerarci vittime, poverini incapaci, dovrebbero allargare lo spettro delle possibilità e dell’accessibilità. Difendere la scuola pubblica e frenare il classismo a scuola, difendere gli spazi pubblici di conoscenza come biblioteche e università e luoghi di aggregazione gratuiti è l’unica vera possibilità per far vivere dentro l’editoria e dentro la letteratura anche le nostre genti.
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