Skip to main content
Logo - La letteratura e noi

laletteraturaenoi.it

diretto da Romano Luperini

L’America di Renée Nicole Good: paura, coraggio e resistenza al nuovo fascismo

«Non ho paura della parola tensione».

Mentre scrivo è il Martin Luther King Jr. Day, festa nazionale in tutti gli Stati Uniti. Mi accorgo ogni anno che tra le grandi personalità degli anni ‘60 King è ancora il più riconosciuto dagli studenti, anche più di Mohammed Ali e John Lennon, di certo più di Mao, Castro, Nixon o Kennedy. Lui che parla al microfono davanti a un oceano di persone, lui che saluta con la mano, o forse benedice: lo trovi facilmente, il reverendo King, nelle illustrazioni dei manuali di storia, sociologia, letteratura. È una immagine che ricordo io stessa nei miei libri di scuola delle medie; il titolo del paragrafo accanto conteneva quasi sempre la parola “non-violenza”. Se è dilagata così universalmente l’icona di Martin Luther King, spesso il suo messaggio si è diluito in un atteggiamento molto più moderato e apolitico. La sua richiesta di democrazia radicale e di ricostruzione dei fondamenti della società statunitense, contro la violenza di stato e contro il razzismo sistemico, è stata ‘opportunamente’ trasformata in una generica domanda di pace e rispetto. Oggi potrebbe suonare persino retrò o, nel linguaggio del cinismo politico, buonista. Bisognerebbe rileggerlo bene King, ovvero leggerlo senza il filtro con cui il suo pensiero è stato, in parte, neutralizzato. Si capirebbe meglio, per esempio, perché a King come attivista non disturbasse affatto essere giudicato un estremista; “non ho paura della parola ‘tensione’”, scrive, la tensione serve a smettere di negare la realtà, a comprenderla e superarla. A rileggerlo si capirebbe la complessità delle sue idee sulla disobbedienza civile: essa serviva non al volemose bene,ma a far esplodere le contraddizioni, a rendere visibile ciò che è invisibile o naturalizzato, ovvero l’oppressione razziale. Si tratta di portare in scena la questione, King parla proprio di “dramatize”[1]: mostrare l’ingiustizia in azione, perché non sia più possibile negare che esiste, e che va combattuta.

Non serve essere tanto esperti di Martin Luther King Jr. per vedere certe contraddizioni attuali: oggi è il giorno in suo onore e nei giorni scorsi il tasso di violenza di stato si è impennato fino al parossismo. Laddove King invocava il voto, l’accesso alla giustizia, e diritti civili concreti, dagli Stati Uniti odierni arrivano immagini brutali e parole di odio. Le forze di polizia addette alla deportazione in assetto da guerra, spesso formate da ex veterani addestrati per la guerra sul campo, estraggono persone dalle auto e le trascinano via; hanno frangivetro, taser, granate stordenti, lacrimogeni, spray urticanti che spruzzano in faccia a chi protesta, e ovviamente armi da fuoco. L’equipaggiamento pesante è consentito e incoraggiato: i vari corpi di polizia negli Stati Uniti possono infatti acquistare attrezzatura messa in dismissione dall’esercito e fornirsi di dotazioni già usate, in Iraq, Israele, Ucraina, chissà. Le voci dei repubblicani al governo non sono meno paurose: la ministra della sicurezza Kristi Noem appare su un podio che porta la minacciosa scritta “One of Ours, All of Yours”, Trump invoca esplicitamente la resa dei conti e il castigo, il suo vice rivendica la difesa della legge e dell’ordine[2]. Ma, scrive ancora King, una legge ingiusta non si applica, è contro la natura della legge. Come ne riconosci l’ingiustizia? Se degrada l’umano, risponde King, quella legge non è legge, a quella legge non si può obbedire[3].

Non mi meraviglierei se l’amministrazione Trump usasse persino le parole di King per approvare le sue mosse anti-costituzionali o aggirare il diritto internazionale, come già sta facendo. Succede quando le parole sono svuotate, messe fuori contesto e rimescolate come carte in un gioco truccato, o come ordini dati con le pistole in pugno. King parlava nel quadro di una oppressione vischiosa che manipolava le leggi statali per confermare il suprematismo bianco, mentre il movimento per i diritti civili chiedeva uguaglianza sostanziale, piena cittadinanza, dignità della persona e delle sue comunità. Questa richiesta anche oggi, ancora una volta, sarebbe presa per estremismo, azione sovversiva, o terrorismo domestico. Che sono poi le etichette affibbiate a Renée Nicole Good nell’immediata risposta al suo assassinio, lo scorso 7 gennaio[4].

Guardare meglio.

Nelle prime notizie che escono sul New York Times leggo che Renée Nicole Good era una “legal observer”. È questa una espressione usata per descrivere una persona formata per documentare cosa accade a una manifestazione di protesta o, più in generale, durante qualsiasi forma di interazione tra civili e forze dell’ordine. I “legal observers” non sono per forza manifestanti, sono più simili a volontari/e che osservano l’andamento di certi eventi per evitare soprusi e abusi, costruendo una memoria verificabile, e impedendo che passino solo le versioni ufficiali. Leggo che le prime forme istituzionali di questo ruolo si devono al Black Power Movement, che organizzava azioni di sorveglianza e supporto per mettere un argine alla violenza razziale della polizia, che agiva impunita e spesso fomentata da amministrazioni razziste. È a questa forma di auto-difesa delle comunità nere che il National Lawyers Guild si ispirò per creare un progetto simile di monitoraggio e registrazione degli eventi, in risposta agli arbitrari arresti di massa degli studenti della Columbia che nel ‘68 si mobilitavano contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili[5]. Non so se Renée Nicole Good fosse effettivamente una “legal observer” ufficiale, pare certo che avesse partecipato ad assemblee scolastiche, nell’istituto del figlio, in cui si era parlato di come far fronte ai raid delle forze di deportazione[6]. Di sicuro tantissime persone in strada e sulla neve quella mattina a Minneapolis avevano i cellulari in mano e i fischietti in bocca, per segnalare l’arrivo dell’ICE.

Renée Nicole Good era anche un’insegnante[7]. Sappiamo che aveva una laurea in lettere, scriveva poesie, e su Instagram diceva di sé: “scrittrice e moglie e mamma e pessima strimpellatrice di chitarra”[8]. Nelle foto, quelle vere che finalmente girano dopo qualche immagine generata dall’AI nella foga di darle un volto, quando è cominciata a circolare la notizia della sua uccisione, nelle vere foto di Renée Nicole Good vediamo finalmente il suo viso: giovane, limpido, divertito, neanche l’ombra di un po’ di trucco in quelle più recenti, ma tanta ironia. In una riconosciamo alle sue spalle i disegni colorati degli alunni, e il suo sguardo scherzoso mentre manda ai suoi la notizia di una supplenza[9]. Anche nell’unica poesia di Renée Nicole Good che sono riuscita a rintracciare[10] c’è un’aula di scuola, e tante delle domande che un tempo hanno attraversato le nostre menti di studenti o aspiranti-insegnanti, ovvero, come: come tenere vivo l’incanto? Ci torno più avanti.

Per essere sincera sulle prime credevo che fosse artificiale anche il video degli ultimi istanti di vita di Good, la ripresa fatta con il cellulare di Jonathan Ross, l’agente dell’ICE che le ha sparato[11]. Cerco di stare attenta, come tutti, al proliferare di video e immagini da cui siamo inondati, ma non sempre riesco a distinguere quelle reali da quelle artificiali, e in effetti a volte anche le immagini ‘false’ rivelano bene ‘la verità’ delle nostre ansie, delle nostre speranze e proiezioni. Bisogna davvero attrezzarsi per navigare questa marea di impressioni che tanto spesso ci espongono alla propaganda. Il problema non è solo distinguere il ‘vero’ da quello che è fake, generato artificialmente, manipolato con intenzione. Il problema è che “ogni immagine”, anche la più candida, “è polisemica”; proprio come il linguaggio, è implicata in “una ‘catena fluttuante’ di significati’”[12], contesti e conoscenze più ampie, e senza di esse non può davvero parlare. 

Il contesto, dunque. Nel filmato fatto dal punto di vista dello sparatore tutto appare genuino, direi quasi scialbo, e sulle prime mi stupisco che tanti commentatori non abbiamo esitato un secondo a usarlo come evidenza per invocare la legittima difesa da una “domestic terrorist”. Lui in silenzio va a filmare il numero di targa, lei placida gli dice “tranquillo, amico, non ce l’ho con te”: com’è possibile andare da quel tipo di scambio a tre colpi di arma da fuoco sparati in pieno corpo? Va detto che di recente l’amministrazione Trump ha espanso il concetto di terrorismo, che oggi, tra le altre cose, include: i disordini, l’anticapitalismo, l’ostruzionismo, le idee politiche che mettono in discussione la moralità, la religione e la famiglia, l’opposizione alle leggi sull’immigrazione, e così via[13]. Certo, quella di Renée Nicole Good era una famiglia arcobaleno, e, certo, con l’auto lì ferma su di una carreggiata intralciava il traffico. Perché i trumpiani sono corsi a diffondere un video in cui si vede bene la distanza siderale tra la persona inerme, con una voce dolce, nell’auto immobile, e la detonazione di tre revolverate addosso? Si vede quel che si vuol vedere, si è detto. E c’è stato poi un tempo, non lontanissimo, in cui i suprematisti diffondevano le immagini dei linciaggi come fossero figurine da baseball. Qualcuno si faceva anche la foto sorridente davanti a quegli esseri umani bruciati vivi e appesi agli alberi[14]. Erano immagini inequivocabili, che servivano a far paura a chi osava trasgredire i confini dell’apartheid chiedendo spazio e possibilità, e a cementare l’appartenenza ai forti, a esaltarne la supremazia. Una storia molto diversa, ma un comparabile uso dell’immagine come segnale di dominio. A cosa serve diffondere il video di una punizione esemplare? Nei tanti gruppi social di destra in cui il video dell’assassinio di Renée Nicole Good è stato pubblicato è servito a fomentare lo spirito trumpiano: l’idea che la legge sia fondata sulla forza di chi dà gli ordini, e che la vita sia un privilegio accordato dai forti.

Guardo meglio, sposto indietro il cursore. Due donne parlano alla persona che le sta filmando. Renée Good è seduta al volante dell’auto che blocca parzialmente il passaggio, ha il finestrino abbassato, e parla con mitezza. Becca Good, sua moglie, è fuori dall’auto, sta a sua volta filmando l’agente. Ha un fischietto rosso intorno al collo. Gli dice “filma, filma, non la cambiamo mica la targa”, gli chiede di identificarsi e scoprire la faccia, lo sfotte un po’, chiamandolo “big boy”. In effetti lui è bello grosso, e mezzi mascherati o col passamontagna ce ne sono almeno una dozzina lì intorno. Leggo che Ross fa parte dell’ICE da una decina di anni, dopo aver combattuto in Iraq appena ventenne, e dopo dieci anni trascorsi nella polizia di frontiera in Texas[15]. Un militare che ha passato la vita nei posti più pericolosi del pianeta perde la testa quando una donna lo chiama “big boy”? Hanno detto che Good stava usando la sua auto come un’arma, ma da questo video, come dagli altri, si vede che l’auto era ferma, non lanciata in un attacco suicida. Come tanti hanno fatto notare, ci sono i giocattoli del figlio piccolo, il cane sul sedile posteriore. Becca Good lo punzecchia ancora – “ma va, va a fare pranzo, veterano del c**o”. L’agente sarà pure stato addestrato ad affrontare un esercito nemico, ma c’è una dismisura scioccante tra questo e lo scherno di una signora col fischietto. La differenza tra le due situazioni gli sfugge, come anche la proporzionalità nell’uso della forza: lo si sente esclamare “f**cking b*tch!”, come uno che si è preso la rivincita da un dispetto. Forse questo non è che un crimine d’odio, contro due donne che hanno sfidato l’autorità costituita. Come ha detto Kate Manne, filosofa politica, è “un caso di misoginia e fascismo in azione”. Forse, come spiega Francesca Coin, è un femminicidio: “In questo quadro, la misoginia non va intesa banalmente come ostilità nei confronti delle donne. È la punizione che spetta a chi disconosce l’ordine patriarcale. […] Good non tradiva sottomissione, né paura, né soggezione, ed è proprio questa indifferenza a costituire un affronto intollerabile”[16].

Cosa ci fa l’ICE.

In tanti si sono affrettati a dire che Ross era ancora sotto choc per un incidente dell’estate scorsa, quando fu trascinato via dall’auto di un immigrato in fuga, e temeva per la sua vita[17]. Mi chiedo come mai un agente traumatizzato sia al lavoro dopo sei mesi dal trauma, ma anche queste sono leggi americane, suppongo. Da quando Trump ha firmato la Big Beautiful Bill, le risorse per l’ICE e le assunzioni sono aumentate vertiginosamente. Sembra che per mostrare in fretta i risultati – catture spettacolari, aerei zeppi di clandestini spediti via, ‘pulizia’ dagli irregolari – i tempi di addestramento degli agenti siano stati ridotti, specialmente di quegli individui con un curriculum da militari[18]. L’agenzia ICE, Immigration and Custom Enforcement, è stata fondata nel 2003, sulla scia dell’11 settembre, quando anche gli statunitensi si resero conto di essere vulnerabili agli attacchi dei nemici esterni. Col tempo le attività dell’ICE sono andate oltre la prevenzione del terrorismo internazionale, per concentrarsi, a partire dagli anni di Obama, sugli immigrati senza documenti. Sono trentadue le persone decedute nei centri di detenzione dell’ICE nel 2025[19].

Immigrati senza documenti: quante volte li abbiamo sentiti chiamare “illegal aliens”? Quella di “alieni illegali” è una dicitura che scatena già una certa ansia, un’aria di gang criminale o infiltrazione nemica o invasione dallo spazio profondo. Ma “illegal aliens” sono anche i minorenni, i bambini e le bambine, di cinque, sette, dodici, sedici anni, di cui parla Valeria Luiselli: “bambini perduti”, sui treni merci o attraverso il deserto del Sonora, alla ricerca di asilo, sperando di potersi riunire a un genitore, in fuga dalle crisi emisferiche provocate dalla mortale mescolanza di affari privati, governance globale e sfruttamento di forza-lavoro a basso costo[20]. “Illegal aliens” sono pure milioni di residenti negli Stati Uniti che lì stabilmente lavorano. Hanno anche buoni lavori, intendiamoci, e casa, figli a scuola, amici, vite irreprensibili, ma persino per decenni possono essere lasciati in sospeso con la cittadinanza e i permessi di soggiorno, che sono rilasciati o negati in accordo all’umore politico e al consenso del momento. “Illegal aliens” possono essere, infine, anche quei lavoratori stagionali o temporanei che non hanno intenzione di stabilirsi negli USA in modo permanente. La rappresentazione di questi gruppi di persone così diversi come dei pericolosi criminali da ammanettare e spedire altrove inquina qualsiasi discorso sui diritti e i doveri degli stati e dei loro residenti.

I miei due amici V. e J., per esempio, vivono e lavorano da dodici anni a S., Stati Uniti, col loro bambino, e aspettano ormai da un paio d’anni il nuovo permesso di soggiorno. Sono preoccupati per il loro progetto di vita, ne parliamo spesso al telefono. Io non lo dico ma ho negli occhi le immagini di genitori portati via dall’ICE davanti ai loro figli. E ho letto i reportage sui centri di detenzione ICE, quello di Eloy in Arizona, per esempio, dove circa 300 donne sono state detenute nel 2018, allontanate dai loro bambini trattenuti in altri centri[21]. L’Eloy Detention Center è una prigione privata a cui l’ICE ha esternalizzato il servizio di detenzione; pare che sia il sito con la più alta percentuale di morti tra le persone detenute, per lo più centroamericane[22]. Nel video di presentazione dell’ICE nella sua homepage[23] si fanno risalire le radici ideali dell’agenzia nientemeno che ad Alexander Hamilton; una ascendenza un po’ beffarda considerato che Hamilton era nato nelle Piccole Antille, in America centrale.

Dunque, cosa ci fa una truppa di forze speciali addette alla deportazione, con il volto coperto, in assetto da guerra, armi da fuoco in pugno e in tasca, nella città di Minneapolis, grande poco più di Bologna, in una mattina lavorativa qualunque di gennaio? Perché cercare gli “alieni illegali”, proprio in Minnesota, che è ai confini col Canada, e non, diciamo, giù in Oklahoma, dove la presenza di persone di origine ispanica è il doppio?[24] Forse perché il Minnesota è uno Stato democratico? E governato da un vecchio nemico dell’attuale amministrazione americana, Tim Walz, che ha corso alle scorse presidenziali nel ticket con Kamala Harris, già frontalmente aggredito dai repubblicani dopo che sono emerse irregolarità nei finanziamenti alle famiglie a basso reddito. E poi quella è Minneapolis, la città stessa altra vecchia nemica di Trump, dai tempi del movimento Black Lives Matter, dell’assassinio di George Floyd e delle proteste contro l’uso omicida della forza da parte della polizia, una opposizione che ha imbarazzato Trump tanto da fargli invocare la gambizzazione dei manifestanti[25]. Anche il presidente sarebbe in vena di rivalsa, dunque. L’invio di queste squadre improprie, senza autocontrollo, a malapena capaci di mediare con i civili loro connazionali, maschera a fatica la volontà di escalation, il desiderio di provocare il conflitto per esercitare, in tutta la sua forza, una assoluta supremazia, ancora più vile e arbitraria perché scatenata contro i più indifesi. Perché l’ICE è proprio lì su Portland Avenue, dove si ferma Renée Nicole Good, tra la 33esima e la 34esima strada? Vedo su Google Maps che a pochi metri c’è una scuola primaria bilingue, dove ai bambini si insegna in spagnolo e in inglese[26]. Forse l’ICE è in appostamento. Forse Renée e Becca stanno cercando di dire alle vicine di casa, alle madri dei compagni di scuola del figlio: attente, stanno arrivando.

La voce, e una poesia.

“That’s fine, dude, I’m not mad at you”: potrebbe essere tradotto anche con “OK, bro, non mi sono offesa”, oppure “Tutto bene, capo, non sono arrabbiata”. Le riascolto diverse volte queste parole, sono proprio vere.  Ma non so decidere se la calma con cui Good le pronuncia sia una maschera per nascondere la paura, oppure un modo per smorzare la tensione, oppure una sottile forma di resistenza civile. Una sorta di affermazione di forza, non-violenta ma implacabile, difficilissima da esercitare, che rende evidente la cinica sproporzione di un gruppo para-militare mandato a fare rastrellamenti in tranquilli quartieri urbani. Forse tutte e tre queste cose insieme.

Guardiamo questi video sui nostri cellulari, sono a disposizione del globo, nel giro di qualche ora milioni di visualizzazioni, vediamo tutto eccetera. Ma quand’è che tanto vedere diventa davvero sapere? E quand’è che sapere smetterà di riguardare il succedersi frammentato della cronaca e diventerà presa di coscienza, piena comprensione?

È subito circolata anche in Italia la poesia di Renée Nicole Good che nel 2020 ha vinto l’Academy of American Poets Prize dell’Old Dominion University, ed è apparsa in più versioni anche con registri molto diversi tra loro[27]. In effetti “On Learning To Dissect Fetal Pigs” è un testo ricco, fatto di allusioni non immediate e frasi sospese, lunghissimi versi liberi ed elenchi, digressioni, parentesi, incisi, attraverso cui il soggetto rappresenta la fatica a liberarsi dei riduzionismi, tornare a una esperienza più integrale delle cose, oltre la logica del “dissezionare”. La punteggiatura e la micro-sintassi (il soggetto “i” minuscolo, la & commerciale, i trattini, i rientri indentati) si collocano in un repertorio riconoscibile della poesia nordamericana contemporanea dove l’effetto cercato è una voce in presa diretta, anti-declamatoria, che registra il pensiero mentre si muove invece di chiuderlo in versi metrici o proposizioni nette. Così assistiamo all’andirivieni di una meditazione non controllata, durante una pratica da laboratorio di biologia. È la pedagogia anglosassone del ‘learning by doing’, qui portata all’estremo ‘compito di realtà’ della dissezione.

Nelle “sedie a dondolo” del primo verso riconosciamo non solo il topos dell’innocenza americana perduta, ma anche il rimando al poeta nazionale, quel Whitman che prese il timbro sapienziale della Bibbia per mescolarlo al proprio sensuale “individualismo”. E il testo infatti guarda con nostalgia a un’adesione poetica all’esistenza, con i ritmi della natura isomorfi a quelli del verso (“terzine di cicale”, “pentametri di zampe”). Quella whitmaniana aderenza non sembra più possibile, e nelle strofe successive va in scena una crisi di coscienza. O meglio, una doppia crisi. Prima, la dismissione di una religione fatta di autocompiacimenti e strumentalizzazioni (finiscono nei sacchi dell’immondizia le bibbie “semplificate” dei “fanatici”); poi, la nausea per lo studio scientifico come puro dominio tecnico, per una concezione della vita ridotta a procedura. Anche questa, a suo modo, si presenta come una modalità ‘rassicurante’, giacché elimina l’incompreso e l’eccedenza, tutto ciò che trascende il dato. Il soggetto poetico ripete la lezione (“ribosoma / endoplasmatico / acido lattico / stame”) mentre sta da qualche parte in un fast-food d’America. Come il supermarket di Ginsberg, è un luogo che ben compendia la solitudine americana. Su Maps a quell’indirizzo, “tra powers e stetson hills”, si riconosce l’IHOP di Colorado Springs, la città dove Renée Nicole Good nacque. Chissà se lavorava lì da ragazza, mentre studiava. Facendo i turni di notte, ripassando scienze.

Quel sapere mandato a memoria trova il modo di incarnarsi dentro sé, ma rischia anche di ridurre l’essere a un “rivolo insulso”. Per quanto insignificante, “my soul” rimane misura del tutto, un “ruscelletto”, eppure impaziente sia con la scienza che con la fede. “Can I let them both be?” si chiede con un interrogativo ambivalente, non semplice da sciogliere in italiano, perché tiene insieme sia l’accettazione, il far posto a entrambe nella loro parzialità, sia la resa, il non potersi accontentare di nessuna delle due. La poesia sta nel punto in cui ciascuna semplificazione crolla. L’io poetico non crede più: né al senso “alto” garantito dall’autorità religiosa, con i suoi libri sacri equivalenti e un po’ puerili, né al senso “scientifico” garantito dall’anatomia, che riassume la vita in nozioni. Come si fa a restare integre, non pure, né perfette, ma integre, non spezzate in compartimenti, quando il mondo ti propone solo regressione o cinismo? L’istanza del testo è spirituale senza essere reazionaria, esistenziale senza essere sentimentale: invita, come la mano della madre che le sistemava i capelli dietro l’orecchio – e come la religione non sa più fare – a cercare un posto per “la meraviglia”.  Non vi è una risposta, e la poesia si chiude là dove la scienza pensa si chiuda la vita, con la fine biologica. Resta aperta l’interrogazione dell’ordine del mondo ricevuto. Resta un conoscersi radicato nel corpo e nel contatto, senza eccezionalismo, e la ricerca di un’altra strada americana, che non sia quella di un pragmatismo spietato o l’illusione della cieca fede. Magra consolazione, temo, oggi che l’autrice è stata uccisa mentre (e forse proprio perché) cercava concreta mediazione. Mi colpisce questo testo come un controcampo al video che mostra tutto. La sua voce mite e indivisa.

[Ho chiuso questo pezzo il 19 gennaio 2026, dodici giorni dopo l’uccisione di Renée Nicole Good. Nell’ultima settimana, un susseguirsi di eventi che segnala una torsione repressiva sempre più evidente: bambini detenuti, cittadini malmenati e portati via perché sospetti immigrati, giornalisti minacciati; e, in risposta, uno sciopero generale che ha messo insieme comunità locali, attivisti, sindacalisti, persone comuni e numerosi rappresentanti religiosi. Sabato 24, ancora l’uccisione di un osservatore, Alex J. Pretti, che stava filmando con il cellulare. Un’altra morte che qualcuno vuole chiamare “autodifesa”, “incidente”, “tragedia”, e che nei fatti appare funzionale alla sospensione delle garanzie legali e dei diritti costituzionali negli Stati Uniti. RM]


[1] Martin Luther King Jr., “Letter from a Birmingham Jail” (April 16, 1963), https://www.africa.upenn.edu/Articles_Gen/Letter_Birmingham.html; una versione italiana è disponibile qui: https://share.google/GuclsWlCOYsyplmxO

[2] Nicholas Riccardi, “Trump administration social posts amid Minnesota immigration tensions seen as appealing to far right”, January 17, 2026, https://apnews.com/article/trump-dhs-white-nationalists-slogans-immigration-c3c90df2c18091201dc6236464684010

[3] Vedi nota 1

[4] Tra le varie: “‘domestic terrorist’”, “‘professional agitator’”. Lauren Gambino,  “Trump says Renee Good probably a ‘wonderful person – but her actions were pretty tough’”, January 14, 2026, https://www.theguardian.com/us-news/2026/jan/13/trump-renee-good-cbs. Vedi anche Luke Broadwater, Katie Rogers, “Trump Has Another Justification for the Shooting of Renee Good: Disrespect” https://www.nytimes.com/2026/01/12/us/politics/trump-shooting-renee-good-ice.html

[5] “Legal Observer Program”, https://www.nlg.org/massdefenseprogram/los/

[6] Casey Tolan, Rob Kuznia, Isabelle Chapman, “New documents shed light on Renee Good’s ties to ICE monitoring efforts in Minneapolis”, January 14, 2026, https://edition.cnn.com/2026/01/13/us/renee-good-minneapolis-ice-monitoring-school-invs

[7] Mitch Smith, “Renee Good Was Concerned About ICE, a Lawyer Says, but Wasn’t Following Agents”, January 16, 2026, https://www.nytimes.com/2026/01/16/us/renee-good-minneapolis-ice-lawyerinterview.html?smid=nytcore-android-share

[8] https://www.instagram.com/renee.n.good/?hl=en

[9] Deena Zaru, Sabina Grebremedhin, “ ‘A Beautiful Light’: Renee Good’s Family Mourns Her death”, January 15, 2026, https://abcnews.go.com/US/beautiful-light-renee-goods-family-mourns-death-amid/story?id=129218073

[10] Renée Nicole Macklin, “On Learning to Dissect Fetal Pigs” https://poets.org/2020-on-learning-to-dissect-fetal-pigs

[11] Zoe Sottile, Alisha Ebrahimji, Karina Tsui, “911 transcripts, incident reports and videos…” https://edition.cnn.com/2026/01/17/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good

[12] Roland Barthes, “Retorica dell’immagine”, in L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III (Einaudi 1985), p. 28.

[13] Adam Goldstein, “Trump’s ‘domestic terrorism’ memo chillingly targets people by ideology”, October 1, 2025, https://www.thefire.org/news/trumps-domestic-terrorism-memo-chillingly-targets-people-ideology

[14] James Allen, Without Sanctuary: Lynching Photography in America (Twin Palms 1999)

[15] Rhian Lubin, “From Iraq Veteran to ICE Officer”, January 16, 2026, https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/jonathan-ross-ice-officer-renee-good-b2902204.html

[16] Francesca Coin, “L’oltraggio di Renee Good è la sfida al potere maschile”, 13 gennaio 2026, https://ilmanifesto.it/loltraggio-di-renee-good-e-la-sfida-al-potere-maschile; le parole di Manne sono citate dalla stessa Coin.

[17] Rhianna Schmunk, “Courts records detail prior incident involving ICE officer…”, January 8, 2026, https://www.cbc.ca/news/world/ice-officer-minneapolis-shooting-9.7039118

[18] Dario de Leonardis, “L’ICE di Trump: una milizia privata spacciata per polizia”, n.d., https://deephinterland.it/ice-trump-milizia-privata-reclutamento-violenza-domestica/

[19] Maanvi Singh, Coral Murphy, Charlotte Simmonds, “2025 was ICE’s deadliest year”, January 4, 2026, https://www.theguardian.com/us-news/ng-interactive/2026/jan/04/ice-2025-deaths-timeline

[20] Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, trad. di Tommaso Pincio (La nuova frontiera 2019); Dimmi come va a finire. Un libro in quaranta domande, trad. Di Monica Pareschi (La nuova frontiera 2017).

[21] Dianna M. Náñez, “Reunited or deported? Mother in ICE detention faces the inevitable”, July 12, 2017, https://eu.azcentral.com/story/news/politics/immigration/2018/07/12/separated-children-inside-eloy-detention-mothers-wait-ice-reunited/777922002/

[22] Daniel González, “Another death at Eloy Migrant-Detention Center”, November 28, 2016, https://eu.azcentral.com/story/news/politics/border-issues/2016/11/28/another-death-eloy-migrant-detention-center/94574478/; Rory Carroll, “One prison, two realities”, June 6, 2017, https://www.theguardian.com/us-news/2017/jun/06/eloy-prison-arizona-detention-deportation-trump

[23] “History of ICE”, https://www.ice.gov/history

[24] “Percentage of the Hispanic population in the United States in 2023, by state”, https://www.statista.com/statistics/259865/percentage-of-hispanic-population-in-the-us-by-state/

[25] “Percentage of the Hispanic population in the United States in 2023, by state”, https://www.statista.com/statistics/259865/percentage-of-hispanic-population-in-the-us-by-state/  Philip Bump, Donald Trump’s dangerous view of state violence, May 2, 2022,  https://www.washingtonpost.com/politics/2022/05/02/donald-trumps-dangerous-view-state-violence/

[26] Richard R. Green Elementary School, https://share.google/1FCt0Y7LPHitUM0uo

[27] Nel testo cito alternativamente dalle seguenti tre versioni della poesia di Renée Nicole Good: “Imparando a sezionare feti di maiale”, traduzione di Maria Luisa Vezzali, https://www.facebook.com/marialuisa.vezzali/posts/pfbid0EepanMMSFqb94GNUWWnigi3fSBZn4KFAbDeugmENftQ5M6m1YYFMYjX47bcz1tbCl ; “Sull’imparare la dissezione dei feti di maiale”, traduzione di Stefano Bottero, https://www.leparoleelecose.it/sullimparare-la-dissezione-dei-feti-di-maiale-di-renee-nicole-good/; “Sull’apprendere a dissezionare il feto suino”, traduzione di Rebecca Garbin, Mikel Marini, e Luigi Riccio, https://poesiainverso.com/2026/01/09/per-renee-nicole-good/

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti recenti

Colophon

Direttore

Romano Luperini

Redazione

Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Giulia Falistocco, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato

Caporedattore

Roberto Contu

Editore

G.B. Palumbo Editore