Mentre il pianeta è in fiamme per una nuova guerra del petrolio e fa un passo ulteriore verso un possibile conflitto mondiale, mentre Giorgia Meloni compie un atto di servile vassallaggio all’aggressione gangsteristica di Trump in Venezuela, tocca occuparsi anche di un’infima querelle interna alla destra neofascista. La polemica è di basso profilo, ma merita di essere discussa perché attiene a una questione politica dai risvolti culturali e teorici più volte sollevata su questo blog, riguardante l’egemonia come cemento che può consolidare il blocco sociale del governo Meloni. La polemica riguarda un botta e risposta feroce tra il più noto intellettuale della destra estrema, Marcello Veneziani, e il ministro della cultura, Alessandro Giuli.
Le mire egemoniche del governo Meloni
Senza dubbio Giorgia Meloni ha un disegno egemonico autoritario già affrontato in questo blog che intreccia tre direttrici. Prima: il disegno di stravolgimento per linee interne della Costituzione democratica e antifascista del 1948 lungo la linea che va dalla legge sulla spaccatura della giurisdizione (falsamente detta della “separazione delle carriere”) alla modifica in senso ipermaggioritario della legge elettorale e al premierato forte (riforma che ha un unico precedente a Israele dove fu abbandonato dopo un biennio di applicazione fallimentare). Seconda: la riscrittura della storia, che rivendica la continuità dell’eredità fascista (si veda il discorso sotto l’albero di Natale di Ignazio Larussa, che il 26 dicembre ha apologizzato l’anniversario della fondazione del Movimento Sociale Italiano per mano di un pugno di criminali latitanti sfuggiti alla giustizia partigiana e repubblicana, che poi risulteranno coinvolti nelle trame dello stragismo nero degli anni Settanta e Ottanta). Terza: la “difesa del ceto medio”, utilizzando la leva fiscale contro la progressione delle tasse prevista dalla Costituzione, strombazzata in maniera spudorata nelle leggi di bilancio a discapito dei lavoratori dipendenti, gli unici chiamati a sostenere le spese statali attraverso il prelievo diretto in busta paga. Il tutto ammantato dalla retorica sdrucita dello slogan mussoliniano “Dio, patria e famiglia”, apertamente disatteso dai comportamenti pubblici e privati di Meloni e del suo entourage familistico.
I termini dello scontro
Veneziani è opinionista e scrittore, la firma giornalistica più nota dell’intellettualità di destra. Seguace del “filosofo” fascista Julius Evola, attaccò la svolta del Congresso di Fiuggi per aver abiurato il corporativismo e il fascismo. Allora Gianfranco Fini portò allo scioglimento del MSI e alla fondazione di Alleanza Nazionale, dalla cui costola è poi nato il partito di Giorgia Meloni. Ma in tutti i passaggi è stata mantenuta la fiamma tricolore, il simbolo della repubblica di Salò, a siglare la natura trasformistica di queste operazioni. Nella stessa svolta venne assunto nel pantheon della destra Antonio Gramsci, proprio sul tema dell’egemonia, di cui si discute oggi e che è uno dei contributi più attuali del pensatore comunista. Veneziani ha criticato il governo neo-fascista in carica salvando, secondo un topos stantio, solo la capacità di Giorgia Meloni rispetto alla pochezza del suo ceto politico. Ha scritto il 22 dicembre su La Verità, quotidiano di destra filogovernativo, che l’azione del governo è il «trionfo della mediocritas», «fuffa» che non ha lasciato alcun segno: «Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream». Insomma la compagine governativa non ha cambiato la narrazione culturale e non è riuscita a mettere in crisi l’egemonia della sinistra in tale ambito, mentre nella seconda parte della citazione si intravede la protesta di chi è rimasto ai margini contrariamente alle proprie aspettative. La critica di Veneziani è fatta a malincuore: «Senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo più volentieri taciuto, occupandoci d’altro» (si noti la prosopopea del pluralis maiestatis). Gli ha risposto in maniera piccata e irrituale Giuli, che per quanto ammalato ha delegato la sua capa di gabinetto a leggere un messaggio nella sede istituzionale della Camera: «Ha deciso di arruolarsi nel fronte del nemichettismo pur di negare la forza dei fatti e dei numeri… Una dose di vaccino anti nemichettista la inoculiamo volentieri nella pelle esausta del vecchio amico Marcello Veneziani: egli, dopo aver confidato a suo tempo che aveva rifiutato l’onore di diventare il ministro della Cultura del governo Meloni, oggi sversa su di noi la bile nera di cui trabocca evidentemente il suo animo ricolmo di cieco rimpianto». Il tono sprezzante sembra essere legato a una poco velata concorrenza per lo stesso posto nella compagine governativa. Giuli non si confronta sul tema sollevato da Veneziani.
Un becchettio da pollaio
Giuli è noto per i toni aulici con cui crede di abbellire la vacuità dell’argomentazione. L’unica salienza semantica del messaggio è un curioso neologismo, il nemichettismo, derivato dall’opposto amichettismo. La retorica amico/ nemico è mussoliniana (“Molti nemici, molto onore”). “Amichettismo” è un neologismo coniato nel 2021 da Fulvio Abbate, scrittore allievo di Armando Plebe e come lui comunista pentito. Il termine, usato da Abbate come titolo del suo breve libro uscito nel 2023 — Amichettismo appunto — è stato successivamente accolto dal Dizionario Treccani per indicare ironicamente «il comportamento di chi generalmente da una posizione di potere e di prestigio favorisce i propri seguaci», inteso come sinonimo di nepotismo. Quindi nemichettismo può significare «escludere l’avversario dai propri giri di potere» (Sandra Petrignani). Nel contesto usato da Giuli non è chiaro se sottenda una velata minaccia o la concorrenza rispetto ai posti di potere occupati, o ancora l’ascrizione dell’avversario al fronte della sinistra o della «presunta destra» come scrive poco oltre nel messaggio. Siamo ai due galli nel pollaio. Si profila una lettura di ciò che la destra estrema intende per egemonia, cioè l’occupazione militare delle “case matte” del potere (si veda l’invasione dei media), un uso becero dei concetti gramsciani mal digeriti. Siamo ben lontani dall’idea di egemonia come direzione culturale dell’intera società di una classe dominante, basata sull’organizzazione del consenso attraverso gli intellettuali ad essa “organici” e non solo sulla dominazione coercitiva, fondata sul monopolio della forza.
Sull’altro fronte è interessante l’atteggiamento balbettante delle forze di opposizione che si sono limitate a trarre dalla polemica Veneziani-Giuli conferma delle proprie critiche al governo Meloni (le divisioni interne alla destra, l’immobilismo dell’esecutivo, le promesse mancate). Forse solo Andrea Scanzi (in un post uscito il 24 gennaio) ha colto la scollatura tra gli intellettuali di destra e il governo.
Il “pensiero povero” e l’egemonia ideologica del neo-liberismo
Siamo di fronte a una povertà del pensiero della destra al governo, che rispetto al consenso opziona l’uso della coercizione sotto l’ossessione della sicurezza, ammantata soprattutto dall’ideologia razzista contro i migranti, che comunque attecchisce anche tra i lavoratori e i ceti sociali più bassi. Per capire dobbiamo ricorrere a un’altra categoria di Gramsci (derivata da Marx) connessa a quella dell’egemonia: la falsa coscienza, per cuile classi subalterne non sono consapevoli della propria condizione di sfruttamento e delle contraddizioni sociali connesse, per cui accettano acriticamente l’ideologia dominante che maschera la realtà e mantiene lo status quo. Il “pensiero povero” della destra mi pare abbia grosse difficoltà a mantenere il consenso. A tutti gli effetti è dominante l’ideologia neo-liberista, a cui i grandi think tank borghesi lavorano fin dagli anni Cinquanta (in primo luogo la scuola economica di Chicago). Tutte le sere i telegiornali e i talk show ci ammaniscono, praticamente a reti unificate, la centralità dei soldi, degli affari e della ricchezza, che sarebbe prodotta dalle aziende e dalle famiglie, espellendo dal lessico il lavoro, sancito invece dalla prima affermazione dell’articolo 1 della Carta Costituzionale. Le classi sociali subalterne abboccano all’amo della “teoria del gocciolamento”: se le cose vanno bene per l’economia, quindi per i ricchi, qualcosa toccherà anche a loro, gocciolerà fino agli strati inferiori della piramide sociale. Il disarmo ideologico della sinistra socialdemocratica ha avuto un ruolo decisivo per raggiungere tale infausto risultato.
Visione dinamica del processo e necessità di bloccare il governo neo-fascista Siamo di fronte a un processo in divenire. Anche per questa via si conferma quanto ipotizzato nell’articolo La zeppa delle elezioni regionali: il blocco sociale di sostegno al governo della destra non si è ancora saldato. Inoltre il suo “pensiero povero” è insufficiente a favorire il percorso. Ancora una volta molto sta nelle mani delle opposizioni e soprattutto delle cittadine e dei cittadini, che vogliono ostacolare attivamente questa saldatura e bloccare il processo di consolidamento di un regime autoritario nel nostro paese. Anche da questo punto di vista è decisiva l’affermazione del NO al prossimo referendum contro la legge Meloni-Nordio, che punta a spaccare e quindi indebolire la capacità di controllo del potere giudiziario sull’esecutivo. La crescita esponenziale delle firme online per il referendum (325.000 firme in 15 giorni, il 64% dell’obiettivo) ha travolto l’attendismo dei vertici delle grandi organizzazioni di opposizione e ha infranto il progetto del governo Meloni di anticipare il voto per arginare la crescita del NO. È una prima dimostrazione che la possibilità concreta esiste. Il paradosso è che un pugno di giuristi, soprattutto di Magistratura Democratica, depositando il quesito per la raccolta delle firme online, ha messo una zeppa decisiva nell’ingranaggio elettorale.
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Editore
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I politologi borghesi, cercando di spiegare la lunga durata del governo Meloni, sono ricorsi al tipico luogo comune, secondo cui tale governo ha inaugurato un “ritorno alla politica” nella gestione capitalistica del nostro paese. Sennonché bisognerebbe chiedere ai detentori di tanta scienza che ci indichino esempi di governi “non politici” o di Stati che non siano tali. Tuttavia, i fatti, come è noto, sono testardi e inducono a domandare come mai il governo più a destra degli ultimi 70 anni abbia goduto finora di una pace sociale quasi totale. E la risposta è quella che segue: una condizione fondamentale perché ci sia pace sociale è la divisione della classe operaia e il suo rinserrarsi nel ‘corral’ dell’astensione. Certo, le ragioni dell’attuale pace sociale, perfettamente rispecchiate dai tassi crescenti dell’astensione elettorale, affondano in almeno quattro decenni di offensiva capitalistica a tutto campo e di trasformazioni radicali nella divisione del lavoro, nel mercato del lavoro, nell’organizzazione del lavoro, nel contenuto del lavoro, nell’ideologia dei lavoratori. Né vanno tralasciati, nel drammatico passivo di un simile periodo, la sconfitta e il dissolvimento dei paesi socialisti, sconfitta e dissolvimento che hanno fiaccato ulteriormente la volontà di lotta di non pochi settori della classe operaia, i quali riponevano le loro speranze nella capacità di quei regimi di rappresentare un contrappeso alla potenza devastante dell’imperialismo. Tornando all’analisi della natura del governo Meloni, esso nell’articolo viene definito in modo sbrigativo come semplicemente neofascista. Occorre allora precisare che esso, pur essendo infarcito da “post-fascisti”, la cui legittimazione è da tempo un fatto compiuto nel sistema politico italiano, non è un governo fascista. Sennonché questa relativa ambiguità non deve, comunque, impedire di utilizzare l’arma dell’antifascismo nella lotta contro tale governo, poiché non può sfuggire il fatto che siamo in una fase di fascistizzazione del potere statale, caratterizzata dall’applicazione di misure reazionarie della borghesia, dalla soppressione delle libertà dei lavoratori a partire dalla libertà di sciopero, e da un anticomunismo furioso che, stante l’assenza di un movimento di classe organizzato definibile come comunista, ha chiaramente un carattere di controrivoluzione preventiva. In realtà, siamo di fronte a un governo di estrema destra, che s’identifica pienamente con gli interessi dei gruppi dominanti del capitalismo, ovvero del capitale finanziario. Con la stessa ottica unilaterale e deformante, viene esagerata la portata della legittimazione politico-elettorale dell’esecutivo. È allora opportuno sottolineare che il consenso effettivo del governo in carica non è del 40%, come si legge nella stampa cartacea e digitale, ma di circa il 28%. Il numero di voti raccolti dalla coalizione delle destre nelle elezioni del settembre 2022 è stato infatti di circa 12,3 milioni. Dopodiché, è vero che il governo Meloni ha un’ampia maggioranza parlamentare, ma è altrettanto vero che è minoranza nel paese reale, non poggia su un’estesa base di massa e non ha solide basi nelle organizzazioni tradizionali della classe operaia: insomma, non possiede le leve per controllare le masse nel momento in cui la lotta di classe s’inasprisce a causa del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Questo è il suo tallone d’Achille, nonostante il tentativo della borghesia di garantirsi maggiore stabilità e forza coercitiva. In altri termini, la legittimazione del governo Meloni non proviene dalla maggioranza delle masse, ma dal grande capitale, dagli Stati Uniti e dal Vaticano. La politica e la direzione di marcia del governo Meloni sono segnate da queste forze, non dai settori di piccola borghesia che l’hanno votato. In particolare, la natura socio-economica di tale governo deriva dai suoi stretti legami con il grande capitale, in particolare con i monopoli dei settori energetico, bellico e cantieristico: grande capitale che lotta per prorogare il suo dominio economico e politico a spese, oltre che del proletariato e delle masse lavoratrici in generale, anche del piccolo capitale e dei piccoli produttori. In conclusione, lo spostamento a destra dell’asse politico italiano è un’espressione delle difficoltà e del declino del capitale monopolistico finanziario italiano, che ha la necessità di immobilizzare e disorganizzare la classe operaia sfruttando il desiderio della piccola borghesia di uscire dalla crisi in cui è piombata. Ciò è reso possibile dal fatto che nel duplice contesto della sconfitta temporanea del socialismo e dell’indebolimento della lotta di classe internazionale, la classe operaia non è in condizione di dirigere gli strati intermedi oppressi e sfruttati, non avendo ricostruito la sua guida rivoluzionaria, la sola in grado di strappare questi strati all’egemonia borghese. Occorre dunque lottare contro il fascismo che si sviluppa all’interno dello “Stato democratico”, con la socialdemocrazia che si accoda a questa tendenza, prendendo chiaramente posizione contro i liberal-riformisti che nascondono alle masse il carattere del fascismo e non le chiamano a lottare contro le misure repressive sempre più gravi della borghesia e contro i loro peggiori nemici di sempre, i fascisti. In effetti, finché ci sarà il sistema capitalista-imperialista ci sarà sempre il pericolo del fascismo, il che significa che per estendere l’influenza del movimento di classe fra le masse non bisogna privarsi delle parole d’ordine di contenuto democratico, ma che bisogna utilizzarle collegandole con quelle più generali, di carattere rivoluzionario, in quanto armi per la formazione di un blocco operaio e popolare che lotti nella prospettiva della rivoluzione proletaria (non per una semplice mutazione democratico-borghese del dominio di classe della borghesia capitalistica). Ecco perché è indispensabile sottolineare che, dal punto di vista comunista, la lotta per le libertà delle masse lavoratrici, la lotta antifascista, si identifica con la lotta per l’abbattimento del capitalismo e che i comunisti hanno combattuto il fascismo anche quando era un regime “legittimato” da un ampio consenso di massa. Riguardo alle condizioni per la costruzione della opposizione politica e di classe allo stato di cose esistente, un elemento fondamentale è l’irruzione del protagonismo della classe operaia sui terreni della lotta anti-imperialista e della lotta politica contro il governo Meloni, oscillante, a causa della posizione intermedia, né particolarmente forte né particolarmente debole, occupata dall’Italia nella gerarchia dei paesi capitalistici, tra una postura assertiva orientata verso l’intervento imperialistico in direzione del Vicino Oriente e dell’Africa, e una postura di ripiegamento all’ombra dell’imperialismo statunitense egemone. Comunque sia, solo la classe operaia, la classe più rivoluzionaria della società, può condurre a fondo la lotta contro il governo di estrema destra e batterlo nei luoghi di lavoro, nelle diverse realtà territoriali, nelle piazze, fuori dal parlamento e senza accodarsi a nessuna opposizione borghese.