Su “L’anno nuovo che non arriva”, di Bogdan Mureșanu
Il Natale del 1989
Trentasette anni fa, il giorno di Natale del 1989, il dittatore rumeno Nicolae Ceauşescu morì in modo rapido e brutale. Appena poche settimane prima era stato rieletto leader del Partito Comunista Rumeno, e il suo discorso al congresso di partito, con un’azione ben orchestrata, era stato interrotto da 67 standing ovation. Il 22 dicembre, però, una rivolta popolare nella capitale Bucarest lo costrinse a fuggire in elicottero. Arrestato nelle campagne fuori dalla capitale, dopo un processo durato appena un’ora, fu fucilato insieme a sua moglie Elena Petrescu, Vice Primo Ministro della Romania. Finirono così i 30 anni di governo di un dittatore megalomane sul paese più povero e arretrato del blocco sovietico.
Racconto di finzione e “grande Storia”
Il film L’anno nuovo che non arriva ambienta, esattamente nel periodo che precede la fine della dittatura, sei vicende private di personaggi che vivono a Bucarest, in Romania.
Siamo nel Dicembre 1989, il 20 dicembre, la trama segue i sei personaggi, le cui storie si intrecciano in una sola giornata, mentre il paese è sull’orlo della rivolta contro il regime, con manifestazioni di piazza e tensioni crescenti che preludono alla fine del governo di Ceaușescu. L’anno nuovo che non arriva, del titolo, allude proprio all’anno che non arriverà mai per il vecchio regime.
Come in una riedizione dell’Ulisse di Joyce a più voci, la narrazione procede in un flusso continuo e, passando dall’uno all’altro dei personaggi, costruisce un mosaico di storie tragiche, a volte ironiche, mostrando come persone “comuni” vivano in un clima di paura, attesa, conflitto interiore e desiderio di libertà, mentre la Storia epocale sta per esplodere dietro le quinte.
C’è chi tenta di fuggire dal Paese; chi deve salvare lo spettacolo di Capodanno perché la protagonista ha tradito il regime con una fuga; chi vive nella paura della Securitate (la temuta e brutale polizia segreta della Romania comunista, attiva dal 1948), per una letterina a Babbo Natale che lo individua e lo smaschera come oppositore; chi cerca semplicemente di difendere la propria casa e la propria identità dalle demolizioni e ristrutturazioni urbane programmate del regime.
Su tutto campeggiano alcune immagini di un vecchietto attonito ed incredulo rispetto agli eventi, il dittatore rumeno e l’altrettanto anziana moglie.
Il regista risparmia l’esito finale del processo e dell’esecuzione che pure furono filmati e diffusi dai media.
Il dittatore e sua moglie furono condannati a morte e alla confisca dei beni dal Comitato di sicurezza nazionale «per gravi crimini contro il popolo romeno, per fatti incompatibili con la dignità umana e la giustizia sociale, nel nome del popolo romeno vittima innocente di questi due tiranni, per i reati di genocidio, destabilizzazione dello stato, sabotaggio dell’economia». Donne, uomini e bambini erano rimasti senza medicine, luce, riscaldamento. Durante le manifestazioni – di cui la più violenta a Timisoara, citata anche nel film – che precedono la sua deposizione, il dittatore aveva fatto sparare sulla folla, procurando migliaglia di vittime.
Il flusso del racconto tra realismo e humor nero
Non è un film semplice, di immediata presa emotiva sullo spettatore, quello diretto da Bogdan Mureșanu. L’inizio sconcerta, le storie hanno uno sviluppo autonomo, ma si intersecano con passaggi veloci e veloci movimenti di macchina che transitano dall’uno all’altro dei personaggi, inquadrano gli ambienti, registrano parti di dialogo, creando disorientamento e una certa frammentazione. Tuttavia l’effetto ottenuto è quello di moltiplicare l’attenzione dello spettatore e alla fine si familiarizza con le storie e si sorride anche dell’aspetto grottesco che talvolta emerge nella drammaticità.
Il genitore disperato che vorrebbe malmenare il figlio autore della lettera a Babbo Natale in cui si dice che il papà desidera la morte di “zio Nicola” ed eccolo pronto a scassinare la cassetta delle lettere. L’attrice sostituta della fuggitiva nello spettacolo di Capodanno che cerca di rovinarsi il viso a mazzate e perdere la voce ballando e cantando a squarciagola davanti ad una finestra aperta nella nottata gelida, per non eseguire il coretto elogiativo del dittatore, mentre i vicini protestano per il chiasso.
L’anziana, madre di un responsabile della Securitate, sfrattata dalla sua casa in demolizione che vi ritorna per suicidarsi con il gas proprio nello stesso istante in cui l’erogazione viene sospesa.
Queste ed altre sono le situazioni venate di uno humor nero che non tradisce, però, la rappresentazione realistica e sconfortante delle condizioni estreme in cui si trovava la popolazione rumena.
Una delle ambientazioni più ricorrenti è l’appartamento popolare, tipico della Bucarest tardo-socialista alla fine degli anni Ottanta. Gli spazi sono stretti, bassi, saturi di oggetti di scarso valore: mobili pesanti, pareti spoglie o con carta da parati sbiadita, luce artificiale giallastra. Gli abitanti sono vestiti a più strati per il freddo, con grossi calzettoni di lana che stridono con il resto dell’abbigliamento; temono i vicini e parlano a bassa voce anche quando sono da soli. Le televisioni e le radio sono sempre accese con le notizie di regime. L’ambiente non fa da sfondo, ma diviene narrazione silenziosa.
Il regista segue passo, passo i suoi personaggi. Ogni vita, ogni vicenda, mentre arriva a compimento, si ferma nell’attimo in cui alla finzione narrativa si sostituiscono le immagini di repertorio, capaci di lasciare senza fiato e commuovere, come accade ogni volta che ci si trova al cospetto della Storia.
Su di esse emergono, ad uno ad uno, i volti della scena: ogni singola fisionomia è colta nello sbigottimento provocato da qualcosa di troppo grande ed inaspettato, componendo una chiusa antiretorica e antienfatica, preludio alla non facile transizione che verrà.
Film d’esordio per Bogdan Mureșanu, dopo il corto The Christmas Gift, è stato presentato all’ 81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto il Premio Orizzonti come miglior film. È presente nelle sale cinematografiche italiane dal mese di dicembre.
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Il film qui segnalato non merita la benché minima attenzione, poiché è un riflesso distorto e grossolano, ad onta delle sue pretese formali, della campagna anticomunista in corso da tempo.
Merita invece la massima attenzione quanto segue. Quasi 36 anni dopo gli eventi controrivoluzionari in Romania e l’esecuzione di Nicolae Ceausescu e di sua moglie, l’esperienza vissuta della barbarie capitalista ha diffuso tra la maggior parte dei romeni una forte nostalgia degli anni precedenti al 1989. Un recente sondaggio dell’agenzia INSCOP ha rivelato che il 66% dei romeni considera Ceaușescu un buon leader, mentre solo il 24% lo vede negativamente. Lo studio, intitolato “Public Perception of Communism: Markers of nostalgia”, è stato condotto nel luglio 2025 con un campione di 1.500 intervistati. L’indagine in parola dà risalto al grave malcontento popolare sulle politiche economiche di restaurazione del capitalismo e sulla manipolazione della politica interna da parte dell’Unione Europea con il rovesciamento dei risultati elettorali non graditi, portando così ad una significativa rinascita della nostalgia per il periodo pre-1989, quando i diritti sociali di base erano garantiti. Più in particolare, secondo il sondaggio:
— Vita prima del 1989: il 48,4% degli intervistati ritiene che la vita fosse migliore prima della rivoluzione del 1989, rispetto al 34,7% che non è d’accordo.
— Corruzione: il 65,1% afferma che la corruzione era inferiore sotto il regime di Ceaușescu.
— Sicurezza pubblica: il 75,1% considera la sicurezza pubblica migliore durante il periodo comunista.
— Efficienza dello Stato: il 58,7% ritiene che le istituzioni statali funzionassero meglio sotto Ceaușescu.
— Produzione economica: oltre il 68% pensa che la Romania abbia prodotto più beni e servizi prima del 1989.
— Identità culturale: il 71,3% ritiene che la Romania abbia perso la sua identità culturale negli ultimi anni.
— Istruzione e sanità: il 49,9% afferma che l’istruzione era più accessibile e il 48,6% ritiene che l’assistenza sanitaria fosse migliore sotto il comunismo.
Oggi, a distanza di tre decenni e mezzo dal sanguinoso colpo di Stato che lo ha mandato di fronte al plotone di esecuzione, Ceausescu sembra vendicarsi pienamente dei controrivoluzionari che hanno rovesciato il socialismo (e dei loro servi in campo culturale e cinematografico).