Per una didattica dell’utopia
Fantascienza, Jameson, Bloch, i miei studenti e le mie studentesse
Negli ultimi anni ho incrociato – prima casualmente, poi sempre più andandolo a cercare – il tema dell’utopia. Una neonata passione per la fantascienza mi ha messo a contatto con un genere letterario che contiene spesso implicitamente e qualche volta pure in modo esplicito un desiderio di futuro, di un nuovo cielo e una nuova terra, che ho capito un po’ alla volta chiamarsi pensiero utopico. I romanzi di S. Lem, con la loro fiducia mai acritica nella possibilità della scienza, i racconti tra il fantastico e il fantascientifico di U. Le Guin (l’esperimento anarco-libertario de I reietti di un altro pianeta in particolare), i romanzi filosofici di O. Stapledon, mi hanno fatto scoprire una narrazione che trovava nell’utopico una delle sue forze più vitali.
Un’ulteriore casualità autobiografica: pochi giorni prima della morte di F. Jameson ho comprato in una bancarella Il desiderio chiamato utopia, libro che Jameson scrive negli anni zero e del quale non conoscevo l’esistenza. Jameson era un ricordo dell’Università, da anni il suo nome era uscito dai miei radar. Avuta la notizia della morte, letti gli articoli che lo commemoravano, mi è sembrato il caso– mi è sembrato che il caso mi dicesse – di mettere Il desiderio chiamato Utopia in cima alla pila dei libri in lettura. Dentro ho trovato citati gli autori nominati più sopra.
Quindi, dopo qualche anno che il tema dell’utopico entrava e usciva da quello che mi trovavo a leggere, mi sono deciso a prendere seriamente la questione, rivolgendomi al pensatore che nel Novecento più ha centrato la sua riflessione filosofica sull’utopia: Ernst Bloch. Sapevo della sua esistenza come nome centrale del marxismo critico novecentesco, ma mai mi ero approcciato alle sue opere.
Dalla prima pagina de Il principio Speranza, 1954:
Una volta si facevano viaggi verso mete lontane per imparare la paura. […] Ma ora, messi da parte gli artefici di paura, è tempo di un sentimento più degno.
L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera avere successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’avere paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare allarga gli uomini invece che restringerli […][1].
Mentre svolgevo questa mia disordinata e asistematica ricognizione nel tema dell’utopia, e forse proprio a causa di questa, mi sono accorto dell’assenza totale dell’utopico nelle riflessioni dei miei studenti e delle mie studentesse. In più di un’occasione mi sono trovato a rintracciare nei buoni temi una discreta capacità di analisi e critica dell’essente ma una totale mancanza di proposta alternativa. Spesso i temi migliori avevano il vizio di risultare cinici o negativi. Per concludere, il mondo è brutto, falso, diseguale; fine del tema. Assente qualsiasi spinta verso qualcosa di diverso e migliore:il mondo è fatto così, nemmeno la fantasia di un adolescente riesce a scalfirlo.
È possibile stimolare il pensiero utopico? Mi sono chiesto.
Dal paradiso terrestre all’utopia
Insegno in un Istituto Tecnico a indirizzo CAT (Costruzione, Ambiente e Territorio, ex Geometri) della provincia di Brescia. Quest’anno, come ogni anno in ritardo, provavo a mostrare la contraddizione tra desiderio e dovere che dilania la mente di Torquato Tasso e la sua opera. Per farlo provavo a leggere un estratto dal capitolo XVI della Gerusalemme Liberata, le ottave nelle quali Carlo e Ubaldo, arrivati alle isole fortunate, vengono tentati dalle delizie che il Giardino di Armida offre: cibo a volontà, vino, primavera perenne, niente lavoro, pace, donne nude. Cosa si può volere di più? Di fronte a una classe di diciassettenni quasi esclusivamente maschile mi sembrava una proposta allettante. Ragionando del giardino di Armida ho introdotto il topos del Paradiso Terrestre e dell’Età dell’Oro come rappresentazioni del desiderio di un’umanità realizzata. Tasso, il Giardino lo costruisce solo a patto di negarlo, mosso da un dovere controriformista, ma noi? Cosa ce ne facciamo di queste fantasie che nella storia dell’uomo continuano regolarmente a riemergere?
Uscendo da una lezione che più del solito mi era sembrata funzionare ho pensato fosse il momento buono per introdurre la questione dell’utopia. D’altronde il XVI e il XVII sono i secoli in cui il genere utopico prende la sua forma moderna e nasce il concetto stesso di utopia: Moro, Bacone, Campanella. I secoli in cui la laicizzazione del pensiero, il progresso tecnico e l’ascesa della borghesia cominciano a rendere pensabile un paradiso terrestre costruito dall’uomo e non regalato da dio.
Ho quindi preparato una lezione sul racconto utopico: ho spiegato cosa fosse l’utopia, ho cercato di mostrare le caratteristiche artificiali e progressive dell’utopia moderna quando la mettiamo a confronto dei paradisi terrestri che invece risultano naturali e persi nel passato o in distanze geografiche irraggiungibili quanto il passato stesso; ho descritto i modelli dell’isola di Utopia, della Nuova Atlantide e della Città del Sole.
Alla fine di queste due ore di lezione ho dato ai ragazzi la consegna per un lavoro di gruppo: provate a immaginare il vostro mondo utopico. Mi sembrava importante (in realtà non è un’idea mia ma di un collega con il quale spesso mi confronto, e che mi aveva anche passato delle slide sul genere utopico) che il lavoro fosse di gruppo perché l’utopia doveva essere contrattata tra gli studenti e le studentesse, un compromesso tra diverse individualità. Ragionate sul sistema politico, sul lavoro, sul tempo libero e su qualsiasi aspetto della vita che ritenete significativo in un mondo che ai vostri occhi deve risolvere i problemi della nostra realtà. Un mondo in cui vorreste vivere. Ho aggiunto che l’utopia è un prodotto della fantasia ma deve avere una certa coerenza e un certo realismo: non il giardino delle fate ma un progetto razionale. In un secondo momento avrebbero presentato e difeso il loro mondo utopico di fronte ai compagni, ci sarebbe stato un voto in Educazione Civica. I ragazzi si sono messi a lavorare; a occhio, molto più concentrati e convinti del solito.
Shorlandia, Uipota e altre utopie
Il momento veramente sorprendente è stato quello della restituzione, per due ragioni: da un lato l’entusiasmo nel proporre, criticare e difendere le utopie di fronte alla classe – in sintesi di discuterne; dall’altro le utopie stesse che mostravano, in un modo che non avevo mai sperimentato, il desiderio politico dei miei studenti e delle mie studentesse. Probabilmente nemmeno loro si erano mai prima d’ora trovati così chiaramente di fronte al loro desiderio politico.
Rispetto all’entusiasmo ci sarebbe da riflettere in modo approfondito; mi viene da leggerlo come il piacere – sornione e agonistico – di difendere una propria creatura e di attaccare quelle altrui mostrandone le contraddizioni Qualcosa che ha a che fare con il costruire e distruggere castelli di sabbia. È stato oggettivamente molto divertente, anche per me. Un aneddoto per tutti: di fronte ad un modello estremamente illiberale e con degli elementi di redistribuzione della ricchezza e di proprietà collettiva uno studente dalla platea urla: «Comunisti!» Io intervengo: «Direi stalinisti.» Il difensore: «Esatto, noi non siamo comunisti. »
Le utopie si concentravano su alcuni elementi ricorrenti: la democrazia diretta, l’assegnazione del giusto lavoro ad ogni persona, la giustizia e la criminalità, il ruolo centrale dell’istruzione. Presenti anche le questioni dell’ambiente e dell’energia e dell’ansia sociale. Due modelli ne sono usciti: quello che potremmo chiamare della socialdemocrazia, nel quale la diretta partecipazione allo stato dei cittadini si fonde con un’economia di mercato limitata nei suoi eccessi dallo stato stesso che garantisce lavoro, salute e servizi; e quello di tecnocrazie dove una non meglio precisata scienza fa andare le cose nel modo adeguato, distribuendo giuste leggi, giusti incarichi e giuste retribuzioni. Interessante Shorlandia, un sistema planetario nel quale un’intelligenza artificiale raccoglie le volontà dei cittadini e produce le leggi adeguate: un compromesso tra democrazia diretta e stato autoritario che – come giustamente criticavano dalla platea – nasconde l’autoritarismo sotto la falsa neutralità dell’AI (loro non l’hanno detta così, ma il succo era questo).
Estremamente interessante il tema del rapporto tra disabilità e diritto: tutti hanno diritto di voto a Uipota. Anche le persone affette da disabilità mentali gravi? Chiede qualcuno. No, rispondono. E come si decide chi sì e chi no? È la stessa domanda che si pone Amerigo Ormea nelle stanze più profonde del Cottolengo di Torino nella Giornata dello scrutatore di Calvino. Come Amerigo, i miei studenti e le mie studentesse non sono stati in grado di risolvere il problema.
Stimolare il pensiero utopico.
Al netto dell’attività didattica appena raccontata, del suo essere più o meno significativa e riproducibile in contesti diversi, quello che mi sembra importante sono le riflessioni che può stimolare.
In primo luogo, l’elemento storico letterario – il genere del racconto utopico che tra il XVI e il XVII secolo nasce e produce alcuni dei suoi capolavori – ha avuto una funzione di stimolo. Il cuore dell’attività è stato il pensiero utopico, ovvero quella specifica capacità di immaginare lo sviluppo delle possibilità positive del presente nel futuro che nel genere utopico trova aperta espressione. Il pensiero utopico mischia quindi fantasia e razionalità per produrre un oggetto di pensiero che delinei un orizzonte verso cui tendere. Inoltre il pensiero utopico mostra – specchiandosi con la realtà – le deformità di quest’ultima nella sua estrema irrazionalità: le ingiustizie, le disuguaglianze e le ipocrisie del mondo balzano agli occhi illuminate dal confronto con il mondo (im)possibile ma razionale che la fantasia ha prodotto. Si può parlare di utopia non solo parlando dell’Utopia di T. Moore quindi, ma ogni qualvolta l’oggetto delle nostre lezioni mostri la presenza di una speranza ragionevole per un futuro migliore (docta spes, direbbe Bloch). Insegnando Storia e Letteratura queste occasioni non sono rare, ma immagino nemmeno insegnando materie scientifiche e tecniche. Se dovessimo tradurre questo discorso per renderlo digeribile dalla macchina istituzionale potremmo parlare di competenza utopica da affiancare a una mai veramente compresa (da me quanto meno) competenza critica, ma farebbe ridere.
In secondo luogo l’Utopia mi ha permesso di approfondire il tema del desiderio – tema a cui tendo rimandare una parte del lavoro di Letteratura – oltre il suo aspetto individuale verso una sua dimensione collettiva. Grazie all’utopia ho potuto mostrare (senza dire, perché certe cose se le dici non si capiscono) che il desiderio individuale separato dal desiderio collettivo è una chimera e che la dimensione della gioia, della felicità e del senso si attuano solo e sempre all’incontro tra l’Io e gli altri. Abbiamo allora potuto parlare di desiderio politico, slegati da una riduzione partitica – posizionale della politica. Di fronte alla domanda sul perché l’attività li avesse coinvolti in modo così significativo, uno studente mi ha risposto che per una volta avevano potuto parlare di politica senza doversi schierare a destra o a sinistra. Affermazione ingenua, ma che sottende qualcosa di importante.
Questa esperienza mi ha convinto – più di quanto già non lo fossi – che è possibile per gli studenti e le studentesse pensare al futuro collettivo come uno spazio aperto di possibilità; se non lo fanno è perché semplicemente sono disabituati a farlo. È compito mio allora, di docente, stimolare il muscolo atrofizzato del pensiero utopico cercando di dargli forza e vigore. Possiamo fare minuziose analisi storico-antropologico-psicologiche sul perché è molto più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, non possiamo però esimerci dal pensare ed essere una scuola che prenda questa troppo facile citazione come un punto di partenza problematico e non come una conclusione definitiva.
[1]Ernst Bloch da Il Principio Speranza Vol.1. Mimesis Edizioni, Milano 2019. Pag. 5
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Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

Ringrazio Isacco per la condivisione del suo percorso e, a mia volta, condivido il frutto di un lungo percorso didattico svolto con una classe quarta della mia scuola: lo scorso anno abbiamo lavorato su “Utopia” di Thomas More e aprendo il link è possibile vedere la sintesi del percorso di lettura, studio e progettazione grafico-pittorica della 4^B a.s. 24-25.
https://laletteraturaenoi.it/wp-content/uploads/2026/01/Glossario-collettivo-Utopia_compressed_compressed.pdf
Auguri per il 2026 alla Redazione di LN e ai lettori del blog, Martina
Questo pezzo è davvero molto bello, voglio ringraziare di cuore il collega che l’ha scritto.