
La mutazione del corpo e la scissione dell’io: leggere a scuola “La notte ha la mia voce” di Alessandra Sarchi
Presto ho scoperto di essere morta.
Siccome però mi toccava continuare a vivere, ho tirato avanti. Credo che capiti a molti, se non a tutti, e i più fanno come me: tirano avanti, senza cedere alla tentazione di voltarsi indietro. Tentazione che prima o poi arriva.
Di recente mi è capitato di vedere in tivú un’intervista di John McEnroe in occasione dell’uscita della sua autobiografia. Campione di stile e tecnica nel tennis tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, il numero uno delle classifiche mondiali è diventato un brizzolato e atletico dispensatore di battute in tipico stile dry humour. A un certo punto, mentre proiettano sul fondo dello studio televisivo sequenze dell’incontro più importante della sua carriera, quello disputato con Björn Borg a Wimbledon nel 1980, McEnroe si alza dalla sedia e fa una cosa che mi appare incredibile: s’inchina col capo e col busto a se stesso, cioè all’immagine vittoriosa e giovanissima di sé che scorre nel filmato.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime e non faccio nessuno sforzo per trattenermi. Mi abbandono a un pianto disperato e voluttuoso, cercando invano un fazzoletto.
McEnroe stava salutando un se stesso passato, morto. Era come se dicesse: sei esistito, sei stato quel campione ammirato da tutti. Ora che non sono più te, ora che sono diventato un altro, ti ammiro anche io, ti riconosco per quel che eri. Ti rimpiango.
(A. Sarchi, La notte ha la mia voce, Torino, Einaudi, 2017, pp. 5-6)
La perenne lotta tra corpo e identità ha innegabilmente un grande valore per la costruzione del sé, vale a dire per capire chi siamo. Si tratta di un tema decisivo, da affrontare anche nelle scuole, popolate da adolescenti che attraversano trasformazioni identitarie e corporali mentre siedono tra i banchi: nelle classi di oggi, frequentate in alcuni casi da giovanissimi con l’ossessione della propria immagine corporea, appare sempre più determinante una riflessione sui modi e sulle forme in cui le varie forme d’arte, con le specificità di ciascun linguaggio, si siano espresse riguardo il tema della trasformazione soggettiva.
Dalla letteratura alle arti visive, in tutti i campi si trovano esempi autorevoli di profonde meditazioni sul sé, sul suo frangersi e ricomporsi, sul suo disfarsi e ricrearsi. Sicuramente la storia dell’arte può offrire moltissimo a riguardo, ma sappiamo che si tratta di una disciplina scarsamente rappresentata nei vari indirizzi della secondaria di secondo grado; se ci rivolgiamo, allora, al canone degli autori solitamente letti in aula, ci accorgiamo di come non sempre lo spazio garantito alla rappresentazione della corporeità risulti sufficiente ad affrontare seriamente il tema del corpo in trasformazione.
Ecco, allora, che sensibilità e interpretazioni come quelle di Alessandra Sarchi possono fare al caso nostro, offrendoci spunti di riflessione sulla relazione tra identità soggettiva e identità fisica, da presentare in classe per stimolare adolescenti e giovani adulti ad accettare le sfide presentate dalla vita.
Scrivere per sfidare la dolorosa indicibilità di un’esperienza corporale
In particolare La notte ha la mia voce (2017) – di cui questo blog si è occupato qui– può essere messo in relazione ad alcuni romanzi del secondo Novecento, oltre che ad alcune proposte critiche, per offrire agli studenti un’unità che abbia per tema proprio la rappresentazione del corpo. Ad esempio il fulmineo incipit, che abbiamo letto, sembra fare eco a certe righe di Aracoeli, in cui si legge:
Il nostro corpo […] è straniero a noi stessi quanto gli ammassi stellari o i fondi vulcanici. Nessun dialogo è possibile. Nessun alfabeto comune. Non possiamo calarci nella sua fabbrica tenebrosa. E, in certe fasi cruciali, esso ci lega a sé nello stesso rapporto che lega un forzato alla ruota del suo supplizio (E. Morante, Aracoeli, Torino, Einaudi, 1982, p. 249)
Con parole così taglienti, Elsa Morante lasciava pochi dubbi sull’impossibilità di coniugare pacificamente soggettività e corporeità nel percorso individuale di formazione del sé cui ciascuno di noi è chiamato. Eppure, per quanto negative, le righe appena citate chiamavano ad una reazione, piuttosto che ad una resa: leggendo La notte ha la mia voce, ci si accorge di come man mano la pratica scrittoria abbia acquisito per Alessandra Sarchi proprio il valore di strumento per attraversare tale sfida.
Siamo di fronte, in breve, ad un perfetto esempio di quella che con Bachtin possiamo definire extralocalità, riferendoci alla consuetudine modernista dello squadernare anche nella scrittura di tipo romanzesco incertezze, contraddizioni, emozioni attinte da un serbatoio strettamente personale e soggettivo. In altre parole, non sono solo le autobiografie a parlarci degli scrittori, perché essi intrattengono un rapporto di tipo ‘ombelicale’ con alcuni dei personaggi da essi inventati e messi in scena nei loro romanzi. Ciò fa sì che scrivere possa diventare una pratica di particolare valore nella costruzione del sé: è il caso delle opere dell’autrice emiliana, che in esse attraversa, metabolizza ed extralocalizza la necessità di confrontarsi con la disabilità acquisita in età adulta, dedicando ampio spazio nelle proprie pagine alla tematizzazione della soggettivazione del sé e soprattutto della meditazione sul corpo.
Nel fare ciò, l’autrice si avvale spesso dell’uso della componente saggistica, anche perché la formazione come storica dell’arte l’ha abituata a mettere la propria scrittura al servizio di vite altrui: La notte ha la mia voce può essere definito a tutti gli effetti come un romanzo-saggio, in cui la scrittura viene vissuta come ribellione all’indicibilità di un’esperienza sensibile (non è un caso la presenza nel titolo del sostantivo “voce”). La volontà di rifarsi alla sfera della sensibilità, poi, si traduce, dal punto di vista stilistico, nell’adozione di un intero campo semantico che desume dalle scienze naturali le parole adatte a descrizioni pienamente fisiche.
Scrivere per emergere da confini mentali, stereotipi e pregiudizi
Alcune pagine, nello specifico, rievocano quelle di uno scrittore italiano che di mestiere era un chimico: Primo Levi. Evidenti sono gli echi al Levi de Il sistema periodico e La chiave a stella, ma va notato anche come l’autore di Se questo è un uomo si fosse espresso sulle fragilità dei corpi dei deportati e sulla difficoltà di raccontarsi di quei corpi: elementi che, combinati, comportano l’emergere di un sentimento come la vergogna.
Nel romanzo di Sarchi, un fattore di disturbo non indifferente è costituito dalla difficoltà di evadere dal confine-ghetto in cui la psicologia collettiva costringe, tramite uno stereotipo, il corpo manchevole di qualcosa che lo contraddistingua come normale o in salute; d’altra parte, anche quando i media – fuori dalla fiction – trasmettono messaggi vincenti legati alla disabilità, non si riesce a slegarli dall’idea di superamento di una manchevolezza (si pensi ai casi di sportivi paralimpici come Bebe Vio o, meno recentemente, Alex Zanardi). L’impegno della scrittrice diventa, quindi, anche quello di dare voce alla necessità di emergere da un orizzonte che si rivela più mentale che fisico. In tal senso,è interessante che nel romanzo, per una rivendicazione piena della sensibilità, si faccia leva sulla capacità tutta astratta dell’immaginazione: Giovanna, soprannominata Donnagatto nonostante la disabilità che la accomuna all’autrice, per lavoro stimola la fantasia altrui, prestando la voce a una linea telefonica notturna di chat erotiche.
Si riesce così a trovare, proprio a partire dalla mutilazione sensoriale, una vera e propria spinta archimedica che conduce verso una riscoperta quasi ancestrale e universale, cosmica, della corporeità. Ciò si riflette nella divisione del testo in tre parti, ognuna intitolata ad un elemento primario come la terra, l’aria e l’acqua: la mancanza del fuoco, vale a dire quello che per l’alchimia è l’unico elemento con la capacità di trasformare le cose, è solo apparente, perché tutto nel testo è soggetto a processi trasversali di cambiamento, a partire dal corpo della protagonista, fino alla memoria – che del corpo è la principale depositaria – e alla scrittura in sé, interpretabile come un atto pienamente trasformativo.
Scrivere (e leggere) per acquisire consapevolezza delle proprie frammentazioni identitarie
Il tema principale di La notte ha la mia voce resta quindi quello del rapporto dell’uomo con la sua specie, in quanto essere terrestre, corporale, parte di un’umanità più fisica che mentale; in questo orizzonte, tuttavia, le due protagoniste trovano un modo di costruire se stesse nell’immedesimazione in qualcosa che è altro da sé. Tra le varie forme in cui quest’attività è praticata nel testo, va citata la battaglia contro l’irrealizzabile volontà di danzare, vale a dire di compiere l’atto di maggiore vicinanza alla smaterializzazione della propria corporeità. La danza, seppur impossibile, riveste il ruolo di trait d’union tra i due personaggi principali,fino a permettere il rispecchiamento dell’una nell’altra: colei che dice io nel testo la praticava in passato, l’altra ne diventa ossessionata dopo il trauma dell’incidente, al punto da tappezzare le pareti di casa con i corpi perfetti dei ballerini.
In definitiva, nel romanzo la costruzione del sé avviene tramite uno scambio continuo e, per questa via, acquistano un valore anche le frammentazioni identitarie in cui l’io si scinde, ponendosi di volta in volta in confronto con le immagini che appaiono all’improvviso, come eidola, dei vari McEnroe, Kate Moss e Nureyev, evocati come proiezioni mitiche della corporeità nella sua massima espressione.
In questo senso, se pensiamo a come i nostri studenti siano ormai assuefatti ad un contesto mediatico che offre immagini di perfezione corporale inarrivabile, un romanzo come La notte ha la mia voce può offrirci spunti preziosi per aiutare gli adolescenti ad essere consapevoli delle proprie frammentazioni identitarie: tramite la pratica scrittoria di Alessandra Sarchi, è possibile fare esperienza del come l’arte riesca a farsi carico anche delle più evidenti fragilità individuali, offrendosi come strumento di rielaborazione delle stesse e ponendo le basi per un superamento delle difficoltà che comportano. Nel caso dell’autrice, come in molti altri casi, ciò avviene tramite la presa di coscienza dell’importanza del rendersi disponibili all’ascolto degli altri: nessuno, per capire chi è, può prescindere da un continuo dialogo, in cui il rispecchiamento – che non deve essere solo adeguamento, ma anche confronto – reciproco dell’io e del tu si pone come atto supremo di formazione del sé.
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