La classe degli altri
La classe degli altri di Michela Fregona, liberamente ispirato alla sua lunga esperienza di insegnante, è un romanzo che accompagna «ai confini estremi del mondo scolastico» in un anno di scuola, serale e carceraria e con una estate in mezzo, da marzo a dicembre e due sessioni di esame. Racconta di uomini e donne che approdano con i loro carichi di pena e di desiderio nelle classi del Centro Territoriale Permanente (CTP). Racconta di approdi, abbandoni e ritorni. Storie di studenti che arrivano per caso, per necessità, talvolta obbligati e di insegnanti motivati e tenaci, ma anche di insegnanti «faina» perennemente assenti, di presidi e direttori di carcere, di accademici che dissertano senza conoscere la realtà di una scuola dove si entra quando il buio è già sceso e la stanchezza è quella di una giornata di lavoro.
Siamo nella provincia bellunese delle fabbriche di occhiali, delle valli da cui in tanti, in passato, sono emigrati, dei passi di montagna e dei boschi da attraversare per arrivare a paesi di quattro case, dove la corriera e i pullman non salgono: i luoghi del Vajont, di un territorio ricco che non sempre sa farsi comunità. È in uno di questi paesi che vive Niko, 14 anni, una brutta sospensione a scuola, l’abbandono scolastico, sono questi i boschi che attraversa ogni sera con la sua «biciclettina» per arrivare tignoso e puntuale al CTP; la madre ce lo ha portato perché «la terza media, almeno a quella ci deve arrivare».
C’è anche Aisha al CTP, anche lei inadeguata, «un italiano inammissibile» ha sentenziato Adamaria Cammarata, sua insegnante di Italiano nella «scuola del mattino», per la quale anche il corso di sostegno al CTP è uno sbaglio: per lei Aisha deve andare a lavorare. C’è Gherghina che è riuscita a fare arrivare la figlia Irina dalla Moldavia dove l’aveva lasciata bambina, per venire in Italia a lavorare e ora studiano insieme, alla scuola serale. Determinata Gherghina, come Diana anche lei moldava, ma con un marito bellunese. E ancora tante storie, voci, lingue che si mescolano le une alle altre, all’italiano e al bellunese perché l’urgenza è comunicare, nella classe del CTP e fuori: l’urgenza è imparare la lingua italiana, per potersi finalmente comprare un gelato o per entrare in fabbrica, anche quando sei una programmatrice informatica come Miscèl, ma la tua laurea non vale nulla in questo nuovo posto in cui ti trovi. L’urgenza è cercare un riscatto possibile, sapere di potercela fare, essere capace di essere altro e andare avanti.
La classe degli altri è un’opera di autofinzione dove l’autrice non si confina a voce narrante, ma diviene osservatrice partecipante e con minuziosità etnografica consegna a chi legge personaggi che sembrano prendere vita tra le pagine, di cui possiamo intuire il timbro di voce, immaginare le movenze, le occhiate e sentirceli accanto che cercano e muovono con le loro storie la nostra capacità (residua?) di empatia. Innumerevoli dettagli linguistici ci schiudono mondi in un gioco continuo di rimandi, confronti, ricerca tra le diverse lingue di cui sono portatori tutti i protagonisti. La narrazione si fa spesso descrizione densa, ma è anche un susseguirsi di riflessioni sull’insegnamento, sulle istituzioni preposte alla formazione, sulla lingua. Il plurilinguismo che caratterizza il contesto narrato e il plurilinguismo che emerge continuamente, come scelta, nella scrittura di Michela Fregona richiamano gli insegnamenti e le riflessioni di De Mauro sull’educazione linguistica democratica che è tale quando ha come obiettivo l’allargamento della base sociale alla partecipazione alla vita civile, quando diventa strumento per la conquista del diritto alla formazione per chi si trova in una situazione di subalternità. Dimensioni che si concretizzano senza dubbio nell’attività dei CTP di cui proprio De Mauro volle il rafforzamento, nel periodo in cui fu Ministro dell’Istruzione.
La classe degli altri non è soltanto un libro che racconta di scuola dunque, esso può ben dirsi un romanzo della contemporaneità poiché ci consegna l’ésprit du temps che pervade, oggi, il nostro Paese. Nel raccontare le storie di chi arriva in Italia, Michela Fregona racconta l’Italia stessa. Lo fa attraverso la microstoria, quella del territorio bellunese, e quella del sud dell’Italia spesso richiamata per raccontare un Paese che da terra di emigrazione diviene terra di immigrazione senza, tuttavia, governare la trasformazione. La scuola che diviene luogo di resistenza civile eppure vede questa dimensione confinata a una istituzione che lo stesso sistema scolastico tende a vedere come una figlia di un dio minore quando si tratta dell’educazione degli adulti e dell’accoglienza e integrazione degli stranieri, per non parlare dell’invisibilità della scuola carceraria.
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