“Ultimo schiaffo”. La dark comedy della marginalità
Ultimo schiaffo, del goriziano Matteo Oleotto, è una commedia dark, capace di lasciare con il fiato sospeso e nell’incertezza su chi o cosa fare il tifo fino alla fine dei 110 minuti.
Un film nel quale la vicenda si sviluppa a Natale, ma senza provvidenza e buoni sentimenti, senza cene e feste, con un retrogusto grottesco, anche tragicomico, che ne mostra il rovescio, quello meno visibile e reale, soprattutto nelle aree marginali del paese. Non è un caso “…come resistere alla tentazione di portare in scena un cortocircuito così ghiotto, cioè quello tra il calduccio rassicurante delle feste e la tristezza siberiana dei personaggi? Come resistere alla tentazione di trasformare una ballata di provincia, la mia seconda ballata di provincia dopo Zoran, in una vera e propria dark comedy?” [1]
Siamo nel nord-est, ex villaggio minerario di Cave di Predill, frazione del comune di Tarvisio, nel pieno dell’inverno friulano coperto di gelo e neve. Sono i giorni che precedono il Natale.
Due giovani fratelli, Petra e Jure, per una ventina di euro consegnano un pacco ingombrante sull’alpeggio, dove arrivano trascinandolo su una slitta. Petra sente che sono pochi soldi e che è ingiusto, è visibilmente irritata e prorompe in tutta la sua sgradevole indole caratteriale, una modalità oppositiva-provocatoria che non abbandonerà nel corso di tutta la vicenda.
Petra, la straordinaria giovane attrice emergente Adalgisa Manfrida e Jure, Massimiliano Motta, il fratello più giovane, grande e grosso, mite e conciliante, sono i protagonisti della storia. Sono loser, come li definisce il regista: cercano di rimanere a galla, vivono alla giornata facendo lavoretti, abitano in una roulotte, spesso non hanno da mangiare e con tutta probabilità non hanno alcuna prospettiva per il futuro.
Quali e quante occasioni potrà riservare loro un destino cinico?
In questo ambiente gelido si accumulano situazioni diverse, ingredienti narrativi che confluiscono in una trama thriller. La parrocchia in cui un prete fisicamente buono, ma emotivamente cattivo e scorretto sta allestendo decorazioni da premio e cene di Natale. Una parrocchiana arida di cuore e avara di riconoscenza con un nipote stolto, appassionato di gialli e improvvisato detective. Una bisca clandestina, occultata tra le gallerie della miniera dove si scommette in combattimenti a suon di schiaffi. Un ritrovo scalcinato dove metallari locali vendono marijuana. E poi un albergo di lusso e un ricovero per anziani, dove la madre dei due ragazzi, affetta da un grave declino cognitivo, è affidata alle cure di Nevio, viscido e opportunista giocatore d’azzardo.
Petra, sempre su di giri, si muove in modo goffo e inappropriato, istintivo, inanellando decisioni sbagliate. Eppure non è cattiva o anaffettiva, porta malamente su di sé il peso della responsabilità e di un disperato, ma anche consapevole bisogno di riconoscimento.
Non c’è nulla dell’ambiente familiare e confidente tipico di un villaggio tra i boschi, nonostante i paesaggi da favola e la natura maestosa. Il villaggio è un microcosmo chiuso dove tutti si conoscono e nessuno si aiuta davvero. Dimensione immobile e periferica rafforzata dalla fotografia e da una colonna sonora molto discreta, quasi assente: le riprese privilegiano una luce fredda, grigia o lattiginosa dai colori smorzati (il bianco della neve, il grigio del cemento, il verde scuro dei boschi), mentre i dialoghi dai toni dimessi e l’uso del silenzio contribuiscono a restituire il senso di isolamento.
La forza del film nasce da diverse componenti. La prima rimanda ai romanzi veristi e alle opere del Neorealismo: conoscere la materia, abitare il territorio: l’essere di Gorizia e l’aver assorbito la comicità malinconica del mondo slavo. I personaggi assomigliano ai tanti incontrati dal regista sulle montagne friulane: persone ruvide, arrabbiate, che fanno precedere l’istinto a ogni tipo di pensiero.
Allo stesso tempo emerge il debito nei confronti dello sguardo ironico e solidale di Aki Kaurismäki verso i suoi outsider.
Affiora anche il richiamo a Fargo dei fratelli Coen, nel legame indissolubile tra i protagonisti e l’ambiente: da una parte la montagna americana del Minnesota e del Dakota, con la contea di Cass, dall’altra parte la montagna friulana … Neve, ghiaccio, piccoli e grandi crimini, la natura come antagonista: tutto quello che serve per trasportare gli spettatori altrove. Fuori dalle rotte consuete.
Infine si aggiunge tutto il cinema amato da Oleotto: Garrone, Soldini, Mazzacurati, Visconti, Petri.
Proprio pensando a Petri, ci si chiede se esista un risvolto sociale o politico nella rappresentazione di questa marginalità. La domanda trova spazio nell’unica scena “luminosa” del film: Petra, malvestita e indietro di qualche doccia, irrompe in un hotel di lusso: arraffa, mangia e devasta ciò che può, tra “i ricchi di merda”[2]. E’ l’unica sequenza sotto il sole, in contrasto con le oscurità minacciose della montagna, dal valore simbolico e provocatorio: i ricchi possono avere il sole, i poveri l’ombra.
Resta una riflessione sociale e uno sguardo solidale sull’inadeguatezza a vivere delle nuove generazioni. Oleotto non la considera una colpa generazionale: quando i giovani non funzionano, la colpa è delle generazioni precedenti che hanno apparecchiato una tavola con le briciole e il cibo già iniziato.
La sceneggiatura nasce da un lungo lavoro di scrittura, durato un anno. È sostenuta dall’esperienza di Oleotto come filmmaker e dalla consuetudine con la narrazione televisiva di qualità, tra cui l’originale serie Volevo fare la rockstar, con Giuseppe Battiston e Valentina Bellè[3].
Da qui prende forma una regia solida, capace di affrontare un film a basso budget. A questo contribuisce la scelta di girare sulla neve reale, senza espedienti tecnici, sostenuta da un attento studio delle condizioni meteorologiche e da una preparazione pensata per il lavoro all’aperto. Con un procedimento inverso al cover set, la messa in scena si affida all’impiego della luce naturale: quella della mattina presto e quella della sera al tramonto.
Questo metodo richiede una messa in scena flessibile, che lascia spazio agli attori e permette al film di muoversi con naturalezza tra commedia, dramma e satira. Il cast funziona bene, soprattutto la coppia protagonista, credibile e affiatata. Solo Nicola (Giovanni Ludeno) risulta leggermente sopra le righe. La prova misurata di Giuseppe Battiston, nelle vesti del prete, rinnova la sintonia con Oleotto, già consolidata in Zoran, il mio nipote scemo e da successive collaborazioni televisive.
Nel complesso, Ultimo schiaffo trova proprio in questo equilibrio tra rigore produttivo, libertà attoriale e controllo registico la sua tenuta più convincente.Ultimo schiaffo, presentato alla Festa del Cinema di Roma, distribuito dalla casa indipendente Tucker film, è in programmazione nelle sale italiane. Consultare il sito https://tuckerfilm.com/ per il prossimo inserimento in piattaforma.
[1] Le parti in corsivo provengono dalle Note di regia e dalle interviste rilasciate dal regista Iin “Hot Corn”, Spazio Lazio Film Commission della Festa del Cinema di Roma e nella trasmissione radiofonica “Dalla A allo Zemeckis”
[2] “ricchi di merda” è una battuta del film
[3] Consigliata la visione su RaiPlay – https://www.raiplay.it/programmi/volevofarelarockstar
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