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Stefano Dal Bianco, Una nuova edizione di Ritorno a Planaval

ritorno_planaval.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, uscito nel 2001 per Mondadori, è stato ripubblicato da poco per i tipi di Lieto Colle-Pordenonelegge, con una postfazione di Raffaella Scarpa e due interventi dell’autore e di Fernando Marchiori.

Pubblichiamo cinque testi e l’intervento dell’autore Il suono della lingua e il suono delle cose, ringraziando Stefano Dal Bianco e l’editore per la disponibilità.

***

È successo che avevamo rinunciato a sognare, e a riconoscere il profilo e il colore delle cose. Attraverso di noi cresceva la stagione peggiore. Un principio di immobilità aveva assunto i connotati della concentrazione. Pensavamo che rimanere all’erta fosse necessario per non farci trascinare dall’onda della vita altrui. E restavamo fermi, e se qualcuno ci chiedeva: Tu cosa pensi?, noi pensavamo che non volevamo pensare niente.

***

La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto

come se fosse la mia libertà ad accogliermi,

ma se tu chiami

da dentro una presenza di lenzuola, ecco

io sono pronto

a stringermi nel sonno, a prendere atto

di quanto sia rimasto, in questo letto,

e quanto sia, di te, rimasto fuori.

Del principe e delle lettere. Recensione ad Alzare lo sguardo di Susanna Tamaro

susanna tamaro Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.  

Gentile professoressa,

grazie per la sua lunga lettera, così ricca di intelligenza e profondità. Il primo sentimento che ho avuto, leggendola, è stato quello di una sottile invidia per i suoi allievi. Ricordando la mia penosa – e per lo più catastrofica – carriera scolastica, non ho potuto fare a meno di pensare come avrebbe potuto essere diversa se avessi incontrato sul mio cammino una persona come lei. Nel corso di una vita, avere avuto un professore piuttosto che un altro può fare una grande differenza. E la può fare soprattutto per i fragili, per i deboli, per quelli che non hanno alle spalle qualcuno in grado di sostenerli.

Che cos’è l’insegnamento infatti, se non un improvviso «vedersi» tra esseri umani? Il più grande vede il più piccolo e intuisce quale sia la strada da indicargli per permettergli di sviluppare la parte migliore di sé.

Un insegnante che ama il suo lavoro ha un compito molto importante: quello di trasmettere la sua passione. Può decidere di esporre il suo programma pedissequamente o può, percorrendo vie insolite, riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi. 

Un libro nella giungla

L’incipit dichiara l’appartenenza di questo libretto (122 pagine) al genere lettera ad una professoressa e nell’evocare don Milani suggerisce al lettore che si tratterà di una critica ai modelli educativi dominanti e alla pratica dell’insegnamento così come viene sviluppata oggi. La supposizione iniziale, il pregiudizio di chi ha iniziato la lettura, diventa man mano una certezza, dal momento che la Tamaro non intende minimamente nascondersi, anzi entra in dialogo esplicito con don Milani per contestarne la posizione: se il sacerdote di Barbiana lamentava le bocciature per alcuni, la scrittrice di Porano denuncia le promozioni per tutti.

Se si risvegliasse don Milani, che cosa direbbe della scuola di oggi? I «Gianni» che all’epoca venivano ripetutamente bocciati ora non incorrono più in quell’onta. In quello stigma sociale. Tutti promossi, ma con una promozione che ha l’effetto di un boomerang. […] La parte importante del suo metodo – il lavorare insieme creando un sapere che nasce dalle domande, dunque maieutico – è stata rapidamente archiviata. Travisato e manipolato, è rimasto soltanto il diktat: non bocciare i Gianni! Senza che nessuno abbia mai alzato la mano per dire che in questo sistema le vittime sono proprio loro, i Gianni, costretti a rimanere tali per sempre, mentre gli odiati «Pierini», i ricchi, i privilegiati, continuano imperterriti per la loro strada. Una strada fatta di sezioni migliori, di possibilità di ripetizioni, di scuola private, di soggiorni all’estero, di famiglie capaci di stimolarli, sottraendoli al giogo omogeneizzante imposto dai media.  (pagg. 18-19)

Elogio del tema

vorderansichtstapel der buecher mit exemplarplatz 23 2148255858 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Pubblichiamo, parzialmente rielaborato, l’intervento, della nostra redattrice Luisa Mirone alla Fiera Didacta Italia (Firenze, 9 ottobre 2019; panel ADI SD «La prima prova nel contesto del nuovo esame di Stato MIUR»)

Il tema alla prova

Ho la fortuna di insegnare in verticale: assumo la guida di una classe in prima e la accompagno sino alla quinta. Questo mi consente di seguire il percorso di acquisizione degli strumenti di ricognizione, indagine, interpretazione, formalizzazione del reale; il possesso e la consapevolezza di questi strumenti ritengo che sia l’unica reale competenza che la scuola debba e possa promuovere interdisciplinarmente e in vista del conseguimento della più alta competenza di cittadinanza, perché mi sembra che solo nella comprensione profonda della fisionomia e della destinazione degli strumenti di indagine e rappresentazione della realtà si apra autenticamente ai nostri allievi la possibilità di intervenire nel dibattito democratico.

Se volessimo tradurre questo percorso di progressiva acquisizione degli strumenti nelle linee programmatiche del ministero, diremmo che obiettivo dei nostri allievi è conseguire la padronanza linguistica, come emerge chiaramente dal Quadro comune europeo: insegnamento, apprendimento, valutazione (Consiglio d’Europa, 2001; poi D.M.N.139 2007, Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione): Interazione verbale (scambio comunicativo in contesti vari); Lettura (comprensione e interpretazione di testi scritti di vario tipo); Scrittura (produzione di testi differenti in relazione a differenti scopi).

Questo al primo biennio si traduce nel conseguimento di una competenza di lettura, secondo la chiara definizione che ne ha dato OCSE PISA (Quadro di riferimento del 2007):

La strana estate della scuola

08a5acd5 8f44 4a74 bf1a 335c24ca6ee3 Chiariamo subito una cosa: il problema non sono le sedie. Il problema è che si parli solo di sedie, come se potessero risolvere tutti i problemi, uovo di colombo per questioni complesse. Siamo alle solite, pare basti uno strumento per cambiare la scuola e risolvere problemi antichi: come quando ci inondarono di LIM e formazione tecnica, pensando che bastasse quella a esplorare le potenzialità dello strumento e a innovare (magica parola passepartout). Si sa che le cose vanno poi diversamente, qualsiasi strumento ha bisogno di riflessione, di esperienza e di analisi: se non mi domando come lo posso usare, quali cambiamenti potrebbe determinare, quali obiettivi mi prefiggo, come debba cambiare il mio messaggio cambiando il mezzo, al più userò lo strumento adattandolo a quello che facevo prima. Con buona pace dell’innovazione.
La situazione che si prospetta a settembre non ha nulla di ordinario, le incognite sono così tante che appena pensi di risolverne una ti si aprono in mano almeno cinque scenari diversi: è luglio e dirigenti e docenti sono in prima linea per cercare di mettere ordine e di tenere sotto controllo l’ansia, impresa improba e impossibile nonostante i messaggi incoraggianti che arrivano dall’alto.
La scuola è per sua natura una potenziale bomba epidemica, lo vediamo a ogni inverno e questo che si apre davanti sarà il peggiore di tutti: la soluzione, che ha qualcosa di magico, pare debbano essere le sedie. E giacché la magia non esiste ed è roba da allocchi, non vorrei ritrovarmi a fare la fine dell’imperatore che gironzolò nudo per la città convinto di indossare abiti meravigliosi. Useremo per il distanziamento uno strumento che nasce per il lavoro collaborativo, per la didattica progettuale (con il piccolo distinguo che non li puoi usare per disegnare, costruire plastici, fare cartelloni): insomma, sedie pensate per avvicinare gli studenti fra loro, non per tenerli lontani. Certo, non c’è alcun obbligo di acquisto, le sedie semoventi verranno richieste solo dalle scuole che ne hanno bisogno: ma non si può non rilevare il paradosso. Questo è ciò che mi preoccupa: la soluzione semplice a problemi complessi e la sua spettacolarizzazione. È cronaca che poche sere fa la Ministra abbia provato le sedie in tv: comodità di seduta, spazi e possibilità di consultare il “Rocci”, vocabolario di greco, perché il riferimento quando si parla di scuola pare sempre e solo debba essere il liceo, magari classico. E che importa se su quei banchi si dovrebbe fare anche disegno tecnico, arte, scienze, italiano.
Ma, soprattutto, può la questione della riapertura incentrarsi sulle sedute e sui banchi, ignorando il resto?

Magrelli e il commissario

978880624029HIG.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

 

Nel 2018 Valerio Magrelli ha raccolto in volume tutte le sue poesie (Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi) e, contemporaneamente, ha ricominciato con un nuovo libro di versi: Il commissario Magrelli (Einaudi), opera a cui è stato assegnato il Premio Pagliarani 2019. 

Ne pubblichiamo alcuni testi, proponendoli insieme a una presentazione del libro scritta per il nostro blog dallo stesso Valerio Magrelli, che ringraziamo vivamente per la generosità.

***

I.

Dieci poesie da Il commissario Magrelli

1

Visto che tutti libri

hanno ormai un commissario,

mi faccio commissario

della poesia

e parto sulle tracce dei misfatti

che restano impuniti a questo mondo.

2

Povero vecchio, scherza il commissario:

la sciatica ti assolve, Pinochet…

Quante vittime vale un giradito?

E una colica? Un bel diabete, poi,

avrebbe tratto in salvo pure Goebbels.

Ah! I colpevoli anziani...

Tana libera tutti.

Raggiunti gli ottant’anni, vinci l’impunità.

Coi reumatismi, sistemi un genocidio:

vorrai mica infierire sui vegliardi!

È la “carta d’argento” del crimine,

il bonus del longevo.

Se invecchi in tempo,

non sei più responsabile di nulla.

Effetto Cile.

Sono i desparecidos del reato.

Joker, la violenza irredenta di una civiltà impotente (contiene spoiler)

joker Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Uno due tre. Quanti joker hai lasciato cadere? Quattro cinque sei. A quanti hai negato lo sguardo? Sette otto nove. Quanti ancora ne ignorerai domani...? Se c'è una potenza nel Joker di Todd Phillips sta forse nel fatto che attraverso la reinterpretazione di questo personaggio il regista ha colto l'opportunità di rappresentare, in termini del tutto visionari, la forza distruttiva di ciascun essere umano e dei conflitti di cui è portatore come essere sociale. Quella distruttività che rischia di essere sollecitata da ogni processo di rimozione, da ogni irresponsabile dimenticanza, tutte le volte che ostinatamente non si vuole guardare ciò che ha bisogno di essere guardato. Visto. Riconosciuto. Dunque, un film sulla nostra epoca, una critica alla società contemporanea occidentale come è stato detto e scritto, a patto però di riconoscere in noi stessi, nella tendenza delle nostre attitudini quotidiane, i primi destinatari di questa critica. A ben guardare infatti ogni lettura che muova dalla ricerca di simmetrie troppo stringenti tra la società Gotham City e l'Occidente appare forzata e in fondo insufficiente a chiarire non solo i presupposti di quella che è tra l'altro anche una gigantesca e riuscitissima operazione commerciale (che si fonda sulla riedizione di un fumetto, circostanza che ha il suo peso), ma anche a mettere a fuoco le implicazioni potenzialmente più produttive del film. È vero, Todd Phillips ci presenta una realtà metropolitana degenerata, nella quale si ammassano moltitudini di diseredati, poveri apertamente colpevolizzati dai ricchi detentori del potere per il fatto di essere poveri. Certo, si tratta di tendenze che albergano nel nostro mondo, sono dati di fatto. La retorica dei meritevoli che spesso imperversa ne è solo un esempio ben riconoscibile, il passo immediatamente precedente alla messa in croce del povero. Le infelici battute sugli analfabeti funzionali e sull'opportunità di limitare il diritto di voto ne sono un'altra deprecabile manifestazione. Del resto ormai si vive in un mondo sostanzialmente percepito attraverso le forme semplificate delle narrazioni pubbliche — sempre manchevoli di parti fondamentali — dalle quali germinano prese di posizione più o meno calcolate a seconda dei casi, le più disparate, talvolta becere, talvolta esasperate fino al limite del ricatto nel proporsi come politically correct, ma pur sempre anch'esse parziali e semplificate. Il dibattito pubblico colpevolmente occulta la complessità del mondo, fornisce chiavi di lettura che non rappresentano alcuna autentica mediazione con la realtà. Smesso di mediare, i media si sono o asserviti o inconsapevolmente piegati a un'operazione di ri-costruzione al ribasso del mondo, finché questo mondo depauperato di significati non finisce anch'esso per diventare reale e calarsi dentro una complessità che però non ha cessato di esistere per il solo fatto di non essere esplicitata. La Gotham City di Phillips parrebbe riflettere questo mondo. Parrebbe, dal momento che dietro questa constatazione sembra difficile scorgere un intento consapevole. Non si intravede infatti nel film alcun punto di frattura dal quale si intuiscano la consistenza e la dimensione dei problemi sociali di Gotham City, a fare da contrappunto alle forme di una realtà cupa che in definitiva il regista rende attraverso la bidimensionalità del fumetto. O meglio, il punto di frattura c'è, ma si colloca su un altro piano, sta nella preminenza che Phillips accorda con un rilievo indiscutibile al personaggio Arthur/ Joker, anche attraverso la giustamente celebrata interpretazione che ne ha reso Joaquin Phoenix. A fronte di questo Gotham City è alquanto sfumata sullo sfondo, la scelta del regista è radicale. Qualunque linea interpretativa si segua, quindi, non si può non tenere conto di questa macroscopica constatazione. E cioè della vicinanza che Phillips vuole creare con Joker e del fatto che questo punto di osservazione interno, intimo, relazionale implica lo spettatore in modo diretto. Di qui discendono anche le eventuali conseguenze che se ne possono trarre sul piano sociale.

Natura e civiltà: Leopardi e il corona virus

Ischia 02 iStock 000062194080 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

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L’errore di Marx, secondo Sebastiano Timpanaro, consisterebbe nel considerare solo due livelli: la struttura economica e sociale e la sovrastruttura ideologica (culturale, politica ecc.). Fra loro ci sarebbe un rapporto dialettico continuo ma in ultima istanza il primo condizionerebbe sempre il secondo. Per Timpanaro, marxista ma anche rivendicatore dell’importanza del pensiero filosofico di Leopardi, i livelli sarebbero tre: bisognerebbe aggiungere il condizionamento esercitato dalla natura, che influirebbe sia sulla struttura economica e sociale (per esempio, attraverso il clima), sia sulla produzione ideologica e artistica (per esempio, attraverso le sensazioni materiali e corporali prodotte dalle emozioni, dalle malattie, dalla paura della morte, dalla spinta all’eros ecc.). Vedo già alzarsi i sopraccigli arcigni dei pensatori postmoderni e ipermoderni, negatori della dialettica e sostenitori del pensiero rizomatico, di fronte a questa immagine di livelli diversi, di un condizionamento materiale e naturale, e già sento risuonare nell’aria l’accusa di veteropositivismo, veteromarxismo eccetera.

E allora, in questo tempo di Covid 19, torniamo a La ginestra di Leopardi. Come tutti sanno, si tratta di un testo che rivendica il valore del “pensiero” (testuale) come fondatore della civiltà. Va da sé che per lui il pensiero non è affatto l’anima dei cristiani o lo spirito degli idealisti, ma il prodotto materiale di un organo materiale, il cervello (e su questo punto alcuni filosofi contemporanei potrebbero addirittura esser d’accordo). E per questo Leopardi si schiera decisamente dalla parte di quello razionalistico, rinascimentale e illuministico, contro quello spiritualistico, romantico e cattolico.

Consigli di lettura per l’estate 2020 della redazione di La letteratura e noi /2

Luigi Pirandello 1932 1 La letteratura e noi va in vacanza fino a fine agosto. Lunedì abbiamo pubblicato la prima parte [link] dei nostri consigli per l'estate. Oggi pubblichiamo la seconda e ultima parte.

Considerando però la situazione eccezionale del 2020 e il difficile rientro di settembre, ci riserviamo la possibilità di intervenire ancora con pezzi inediti della sezione scuola.
Come già in passato, ripubblicheremo articoli già usciti nel corso del 2019-2020.
Auguriamo una serena estate ai nostri lettori. Ci rivediamo a settembre.
 
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Alberto Bertino

L’estate  può essere il tempo adatto alle riletture oltre all’incontro con gli amici. Il che per alcuni, e per me in particolare, è spesso la stessa cosa. Tra i libri- amici che mi fa piacere incontrare, con lo stupore sottile di ritrovarli uguali ma sorprendentemente diversi rispetto all’ultima volta che ho parlato con loro, un posto speciale merita Il Maestro e Margherita (BUR o Feltrinelli) di Michail Bulgakov. Si tratta di un romanzo magico, che può essere letto in molti modi, a secondo delle preferenze del lettore, ma che per salti e trapassi  –  attraverso i due romanzi che contiene (il romanzo di Pilato e il romanzo del diavolo a Mosca) – fa parlare il Maestro della poesia e della scrittura, e Margherita dell’amore. Leggerezza e amarezza, male e amore, storia e immaginazione: sono solo alcuni aspetti presenti in un testo, capace di far ridere e di addolorare, che ogni volta lascia il dispiacere di concludersi.

Siccome, come scrive Bulgakov, «i manoscritti non bruciano» in questa estate 2020 incontriamo fresco di stampa Riccardino (Sellerio) di Andrea Camilleri. Ultimo, in quanto voluto come postumo, della serie di Montalbano. Come in ogni storia che si rispetti è la fine che dà un senso all’inizio, dunque non solo per i cultori del genere, ma anche per chi ha apprezzato la presenza di Camilleri nell’attualità politica e culturale del nostro paese, sarà utile ripercorrere la storia del personaggio e della lingua dello scrittore dalla Forma dell’acqua ad oggi. Interessante la costruzione pirandelliana dell’evento culturale post mortem e l’imbastitura del racconto tra letteratura, realtà, televisione e biografia. Ma la lingua è stata usata da Camilleri in vari modi, anche per costruire romanzi-romanzi e non solo polizieschi monopolizzati da un invadente ed esigente protagonista. Anche per questo aspetto, da rileggere, secondo me, è Il re di Girgenti (Sellerio), in cui il re contadino Zosimo ci conduce nel tempo che è storia e sospensione della storia. Raccontata in una lingua arcaica impastata di fantasia, la vicenda si dipana attraverso una folla di personaggi tutti dotati di caratteristiche indimenticabili, in modo che il nome sia legato ad un fatto e che il cunto possa proseguire.

Storia e sogno sembrano convivere in alcuni capolavori (forse non proprio in tutti) che sono costruiti come romanzi storici. E se da Girgenti ci si sposta in altro secolo e in un altro continente, in Brasile si può risentire la storia raccontata da Mario Vargas Llosa: La guerra della fine del mondo (Einaudi). Si tratta di un evento reale in cui il misticismo e la discussione dell’esistenza del male ritornano come costante della storia umana, fatta di violenza, di tradimento, di speranze e di imprevedibile altruismo. Ma sempre c’è l’aspirazione ad una vita migliore, a qualcosa che consenta anche ai più sventurati di essere contenti di essere nati. Come in ogni capolavoro ci sono pagine straordinariamente intense, ma in questo libro è impossibile isolarle dall’architettura generale del racconto.

Franco Fortini, Un discorso di Nenni

8672804 3402767 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

 

La casa editrice Quodlibet ha ripubblicato Dieci inverni di Franco Fortini. Ne offriamo ai nostri lettori un estratto, accompagnato da una nota del curatore Sabatino Peluso, scritta per il nostro blog. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.

«Non esistono che diari pubblici». Così annotava Franco Fortini, nel 1954, inaugurando le sue Cronache della vita breve su «Nuovi Argomenti», spazio dove vide la luce per la prima volta e nello stesso anno Un discorso di Nenni. Pagine, queste, in cui le domande che si agitavano al fondo della biografia politica e intellettuale di Fortini si confrontano direttamente con la generale condizione di impotenza degli intellettuali di fronte alla guerra fredda, e ne immaginano una via d’uscita in nuove forme di partecipazione. Ed è proprio la consapevolezza del doppio volto di scritti come questo, e dunque della loro importantissima funzione di testimonianza privata e insieme di documento pubblico, a rendere Dieci inverni – prima raccolta di saggi di Fortini – una delle rappresentazioni più fedeli ed essenziali del contributo dato da un poeta e critico marxista al socialismo italiano negli anni ’47-’57.

Pubblicato per la prima volta nel 1957 da Feltrinelli, poi ristampato da De Donato nel 1973 e oggi riproposto da Quodlibet dopo anni di circolazione quasi clandestina, Dieci inverni torna a mostrare, attraverso l’esemplarità del suo metodo critico, le possibili forme di un discorso per l’avvenire. Tra fulminanti e pionieristiche analisi sull’industria culturale e sulla funzione della critica, accanto a pagine di rigoroso e affilato smontaggio degli errori politici compiuti in Italia dalla cultura ufficiale in nome dello stalinismo o degli ideali progressisti, in Dieci inverni Fortini convoglia tutto il suo «odio del presente» e lo traduce – lezione valida ancora per oggi – nella strada per immaginare la speranza.

Sabatino Peluso

Consigli di lettura per l’estate 2020 della redazione di La letteratura e noi /1

e9d120b57772e1cec5720cb50182e7be La letteratura e noi va in vacanza fino a fine agosto. Oggi e venerdì pubblicheremo dei consigli di lettura per l'estate dei nostri redattori. Nella prima parte, stamattina, prendono la parola i redattori "giovani", nel senso di coloro che sono entrati in redazione più di recente. Venerdì toccherà ai "vecchi".

Considerando però la situazione eccezionale del 2020 e il difficile rientro di settembre, ci riserviamo la possibilità di intervenire ancora con pezzi inediti della sezione scuola.
Come già in passato, ripubblicheremo articoli già usciti nel corso del 2019-2020.
Auguriamo una serena estate ai nostri lettori. Ci rivediamo a settembre.
 
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Antonella Amato

Le letture che ho scelto, seppure molto diverse tra loro, hanno in comune il fatto di riuscire a toccare di continuo qualcosa di nascosto e di invisibile, e a produrre un momento di vita, con i personaggi e tutta l’esistenza che si muove dentro di loro, ma anche con i misteriosi riverberi dell’imprevedibilità e dell’inatteso che emergono dall’esterno.

Piccoli equivoci senza importanza di Antonio Tabucchi, del 1985, è una raccolta di undici racconti postmoderni in cui viene negata qualsiasi possibilità di verità assoluta e di una conoscenza oggettiva del mondo. L’esistenza non è altro che «un rebus che non ha soluzione», un «equivoco senza importanza»,  un «appuntamento» incerto  («solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come, il dove»), perché la «ragion non riesce a riempire i vuoti fra le cose, e stabilire la completezza […] preferisce la complicazione». Ai personaggi, spaesati, non restano che rimpianti, ricordi forse ingannevoli (semmai sogni?), la sensazione costante di essere sempre fuori posto e la possibilità di «regolare sulla simmetria delle pietre l’infantile decifrazione del mondo senza scansione e senza misura».

Al di là del ponte e altri racconti, di Mavis Gallant, pubblicato in Italia da BUR nel 2005, è una raccolta di quattro racconti, tutti giocati su un movimento dialettico tra materia e astrazione, che restituiscono, al lettore, un mondo al tempo stesso realistico e visionario. Ogni racconto prende avvio da una situazione semplice, una realtà apparentemente banale, familiare, da cui, però, affiorano scintille, possibilità di sviluppo inaspettate che inducono i personaggi, inconsapevoli e smarriti, a misurarsi con un momento di svolta nel proprio destino, un cambiamento, un passaggio, un attraversamento, come fa intuire il titolo dell’opera. A risaltare è, dunque, un’atmosfera, rarefatta, di lucido e sottile straniamento che la Gallant definisce, sapientemente, con una scrittura elegante, asciutta ed essenziale.

Sul Colibrì di Veronesi

cover colibri ok copia 1 Pubblichiamo due note, una del nostro direttore Romano Luperini e una seconda del nostro redattore Emanuele Zinato, sul vincitore del Premio Strega 2020, Il colibrì di Sandro Veronesi edito per La nave di Teseo.

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Romano Luperini

La rivelazione dell’eterno ritorno dell’identico ha segnato la letteratura modernista del primo Novecento. Il nichilismo tragico di Kafka, l’amaro umorismo di Pirandello, lo smarrimento dinanzi all’insensata e ripetitiva rapina del tempo di Proust nascono da questo clima culturale. A un secolo di distanza questo tema è diventato banalità da conversazione mondana e oggetto di facile consumo estetico che lo riduce  all’immagine ossimorica del “caos calmo” o del volo del colibrì, che muove freneticamente le ali per restare fermo nello stesso posto. Una rivelazione tragica è diventata consumo, merce letteraria, strizzatina d’occhio per dare una qualche dignità a una materia ormai diventata frusto ciarpame. Qui non esiste nemmeno più la letteratura, ma solo il suo utilizzo destinato a fornire una verniciatura estetica a un prodotto destinato al mercato dei premi letterari.

Veronesi ci ripete una storia di immobilità e di ripetizioni, dove ritornano gli stessi temi psicoanalitici, le stesse ossessioni superstiziose, le stesse vicende che dovrebbero essere tragiche (lutti e malattie a non finire) e che si ripetono invece in modo piatto e incolore in una ininterrotta cronaca di una vita ridotta a squallida iterazione delle stesse situazioni. Nessuna emozione. Nessun dramma. Nessuna vera felicità e nessuna vera infelicità. Nemmeno una increspatura. Il non-senso, un tempo tragico, è diventato ormai normale. Non scandalizza più. Lo stesso sperimentalismo organizzativo, che porta ad alternare date diverse avanti e indietro rispetto al normale svolgersi del tempo e che dovrebbe stare a significare l’identità immobile e scolorita di qualsiasi momento dell’esistenza, non fa che rendere ancor più faticoso un testo già di per sé noioso e stancante. La lingua è quella che si può sentire ogni giorno in ogni bar della capitale. Come non esiste alcuna possibilità di dramma, così il linguaggio che esprime tale situazione è privo di slanci e di sorprese, e ignora qualsiasi apertura al pathos e alla tensione. Come una ciliegina sulla torta non manca, alla fine, la nascita di un bambino (ma, visti i tempi, sarà una bambina) che, novello Messia, salverà il mondo. Come si vede, anche questa trovata affonda le sue radici nella mezza cultura dell’immaginario corrente quale è diffuso da romanzi fantascientifici delle serie televisive.