Il palazzinaro a scuola (La letteratura è Educazione Civica)

Scritto da Roberto Contu - - Categoria: La scuola e noi

speculazione-edilizia.jpgDopo la falsa partenza dell’anno passato, l'insegnamento obbligatorio di Educazione Civica quest’anno è andato a regime. Già nel passaggio del quadrimestre, come docenti ci siamo trovati a proporre e valutare attività più o meno efficaci, improvvisate o organizzate. Con questo contributo proverò quindi a indicare un possibile percorso per gli insegnanti di lettere, basato sulla lettura del racconto/romanzo breve La speculazione edilizia di Italo Calvino, anticipando fin d’ora l’assunto che anima questa ipotesi didattica: la letteratura è Educazione Civica, sta a noi semplicemente scegliere i testi giusti e metterli alla prova con le domande giuste insieme alle nostre classi.

Cronaca dagli anni Cinquanta

Partiamo dal testo, con alcune notazioni di servizio per chi non l’avesse letto. Uscito come racconto lungo su «Botteghe oscure» nel 1957 e poi ripubblicato come romanzo breve nel 1963 (con il recupero delle parti eliminate dalla prima versione), La speculazione edilizia è ambientato tra il 1954 e il 1955 e racconta le vicende di Quinto Anfossi, giovane intellettuale già disilluso, che decide di iniziare a costruire sul terreno di famiglia nella riviera di Ponente. Il protagonista si ritrova così ad avere a che fare con Pietro Caisotti, palazzinaro gretto e truffaldino, idealtipo di quell’umanità cinica e arrembante che agli albori del boom economico avrebbe segnato le sorti e malesorti edilizie del nostro paese. Si tratta dunque di un’opera semplice nell’impianto narrativo, quanto densa poiché referto di una crisi personale e decisiva del Calvino di quegli anni. La speculazione edilizia, insieme a saggi come Il mare dell’oggettività (1959) e, ovviamente, a La giornata d’uno scrutatore (1963), testimonia la presa di coscienza di Calvino dell’impossibilità di una militanza intellettuale e letteraria che potesse incidere positivamente sulla realtà, o, come ebbe a dire lo stesso, l’evidenza che da «una cultura basata sul rapporto e contrasto tra due termini, da una parte la coscienza la volontà il giudizio individuali e dall’altra il mondo oggettivo, stiamo passando o siamo passati a una cultura in cui quel primo termine è sommerso dal mare dell’oggettività, dal flusso ininterrotto di ciò che esiste».

Un primo aggancio

La scelta didattica de La speculazione edilizia si giustifica a mio parere per molti aspetti. Già il tema della crisi di Calvino a inizio Sessanta appena accennata, si configura tutt’altro come un noioso campo d’indagine per italianisti, quanto un terreno prezioso e privilegiato per riflettere su una delle parole chiave del Novecento: «intellettuale». Portare in classe la lettera di dimissione di Calvino dal Pci, i fatti di Ungheria, raccontare il travaglio politico di quella generazione, è già un inizio ricco di spunti per la classe. Ma poi, mettere gli studenti al cospetto di Quinto Anfossi che, mentre si arrovella stancamente con l’amico filosofo Bensi e il poeta Cerveteri alla fondazione di una nuova rivista, si accorge di un’altra umanità al tavolo vicino, operosa come formiche, significa calarsi nelle contraddizioni di quegli anni nel modo più diretto:

Parlavano di fondare una rivista intitolata Il Nuovo Hegel. La cameriera aspettava l'ordinazione della pietanza; era già la terza volta che veniva ma i tre erano infervorati nei loro discorsi per darle retta. Bensi guardò la carta, lesse l'elenco delle pietanze ma nessuna dovette colpirgli l'immaginazione, perché disse: – E perché non «La Sinistra Hegeliana»? - Il Giovane Marx» allora, è più polemico. - Vogliono ordinare? – insisteva la cameriera. […] Quinto fu preso da un'acuta invidia per tutto ciò che sentiva muovere tra le persone di quel tavolo: senso degli interessi, attaccamento alle cose, passioni concrete e non volgari, desiderio d'un meglio non solo materiale, e insieme un peso placido e un po' greve di natura (VII).

Va da sé che verrebbe la tentazione di continuare con Amerigo Ormea e La giornata di uno scrutatore, portare in classe il quadro del padre campagnolo, le sue mandorle schiacciate difronte all’occhio animale del figlio disabile, ma non è lì che dobbiamo arrivare. Ci interessa di certo Quinto Anfossi, ci interessa Amerigo Ormea, ci interessano le mille rifrazioni di un intellettuale come Calvino disseminate nei suoi personaggi, ma il nostro obbiettivo è un altro: se Quinto alla fine delle sue meste speculazioni engagée con Bensi e Cerveteri sulla reificazione simbolica della farfalla dichiara solennemente a se stesso «devo mettermi con Caisotti, fare una speculazione con lui» (VII), è lì che anche noi dobbiamo portare la nostra classe: dobbiamo arrivare anche noi a Pietro Caisotti.

L'uomo nuovo Caisotti

Conoscere Caisotti, significa conoscere un personaggio ben più familiare dell’intellettuale in crisi Quinto Anfossi. Dico di più, probabilmente noi tutti, nelle nostre città, meglio ancora nei nostri paesi, tra i nostri conoscenti financo nelle nostre famiglie abbiamo avuto a che fare con un Caisotti: perché anche la nostra casa, il nostro palazzo è forse stato tirato su o costruita da un Caisotti. Ecco, questo è un tesoro didatticamente prezioso, è una di quelle occasioni in cui le storie, i personaggi, hanno un volto noto per noi adulti, ma facile da fare riconoscere anche ai nostri studenti. Ma c’è di più. Caisotti non è solo la presenza o il ricordo di qualche volto ingrugnito in maniche di camicia arrotolate o di un cappello fatto con i fogli di giornale. Caisotti è di più: è la firma sul paesaggio urbano di un Italia che a un certo punto ha iniziato a mutare vertiginosamente. Dice il narratore de La speculazione: «la squallida invasione del cemento aveva il volto camuso e informe dell'uomo nuovo Caisotti». Ecco, quel volto è il correlativo oggettivo della metamorfosi dell’Italia a partire dagli anni Cinquanta e per cui gli italiani che l’avrebbero abitata non sarebbero più stati «gente di campagna, piccoli proprietari», ma si sarebbero ritrovati simbolicamente, magari un giorno di ferragosto, «lì sulla stretta Aurelia stipata di macchine scappottate e roulottes, e loro in mezzo tutto il tempo, finti turisti, o congenitamente sgarbati dipendenti dell'industria alberghiera» (IV). Scegliere Caisotti, portarlo in classe significa dunque avere l’occasione didattica per mostrare come a un certo punto l’Italia e gli italiani siano cambiati, farci dire dalla letteratura perché le nostre città, i nostri quartieri, i nostri paesi, da belle e belli che erano, a un certo punto siano diventati anche brutti quartieri e brutti paesi, anche brutte città.

Materiali a cielo aperto

Le connessioni didattiche verticali a questo punto potrebbero essere innumerevoli. Cito la prima che mi viene in mente, spingendo a fondo il dato negativo: arrivare in classe con Gomorra e l’intero capitolo Cemento armato («Il potere dei clan rimaneva il potere del cemento. Era sui cantieri che sentivo fisicamente, nelle budella, tutta la loro potenza»), per portare tra i banchi la storia criminale delle speculazioni edilizie ma anche il momento seminale della nascita di una coscienza o meglio di una rabbia civile come nel caso del giovane Saviano (è quello il capitolo dell’apparentamento con il modello di Pier Paolo Pasolini). Oppure senza arrivare al caso eclatante, indagare, conoscere, guardare fisicamente le innumerevoli speculazioni edilizie visibili nelle nostre città e nei nostri paesi, la storia opaca dell’Italia che passa per le colate di cemento, quel cemento che è ancora sotto gli occhi di tutti, in primis quello dei nostri studenti. Eh sì, perché un percorso di questo tipo porta in dote come materiale didattico non tanto i PowerPoint, non l’ennesimo video Youtube, ma i cantieri, i tubi innocenti e i travertini degli obbrobri edilizi che ogni città mostra ancora a cielo aperto, con grande probabilità anche nel quartiere stesso dell’edificio scolastico in cui ci troviamo, quando non fosse in certi casi lo stesso edificio scolastico un esempio deteriore lampante: penso ad esempio alla mia ridente Umbria, al mio quartiere a due passi da Assisi ma anch’esso sfregiato da un complesso edilizio sotto sequestro da anni e al centro di indagini sul riciclaggio camorristico. Sotto l’ombra di Caisotti, dei suoi eredi si farebbe scuola dunque riflettendo sui propri luoghi, i luoghi dei nostri studenti, proprio loro che però mi spingono ad indicare un ulteriore risvolto particolare, a mio parere interessante.

Come Cavalcanti sui muretti

Un percorso di questo tipo potrebbe patire il punto di vista di noi insegnanti. Provo a spiegarmi. La percezione dominante di un tema come la speculazione edilizia, conscia o meno, per chi oggi ha una certa età, potrebbe essere facilmente riassunta nell’adagio «là dove c’era l’erba ora c’è / una città. / E quella casa in mezzo al verde ormai /dove sarà». La storia di noi adulti, la nostra coscienza ambientale, potrebbe essere di fatto segnata da una lunga e collettiva elaborazione di un lutto patito a partire dagli anni del boom economico. Ecco, a riguardo va detto che i ragazzi che sono a scuola oggi, percepiscono lo spazio urbano in modo assolutamente diverso, alieno da questo senso di perdita che spesso invece ci determina. I ragazzi, almeno dagli anni Novanta in poi, anche venissero dall’ultima via Gluck del paesino più remoto, hanno di fatto ri-estetizzato lo spazio urbano, lo hanno risignificato attraverso la street art, i graffiti, le loro esplorazioni nelle città dei videogiochi (si pensi all’epica di Grand Theft Auto) e le retoriche dell’hip hop. Se volessimo cercare un’allegoria per noi spiazzante, potremmo guardare a come i ragazzi si siano ripresi anche fisicamente la percezione delle città attraverso la pratica – pericolosa - del parkour. Per rimanere in tema, il giovane che salta funambolicamente da un muretto all’altro dei nostri peggiori spazi urbani, crea un cortocircuito da sorriso sul viso con il Cavalcanti della Leggerezza di Calvino che «si libera d’un salto “sì come leggerissimo era”», ma nel loro caso non tanto per evitare la jeunesse dorée fiorentina, quanto proprio noi adulti, il nostro giudizio, per dirci in faccia che le loro città e i loro quartieri per loro sono anche belle e belli. Se dunque resta fondamentale come docenti fare aprire gli occhi ai ragazzi sulle ferite, oggettive e profonde, che le nostre città e i nostri paesi hanno patito, la domanda se queste città siano davvero brutte per i nostri ragazzi è altrettanto importante e anche da questo punto di vista le suggestioni si moltiplicano e sì, si moltiplicano anche le possibili piste didattiche.

La materia prima

Già la didattica, ma dove sono le strategie didattiche? Cosa bisognerebbe fare poi concretamente? Quando lo facciamo fare il PowerPoint, il Prezi, lo Spark? Quando è che diventiamo innovatori in modo che le lezioni non siano «noiose e ripetitive»? Come le organizziamo queste lezioni di Educazione civica che per l’altro nemmeno l’abbiamo mai nominata? A chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui, potrei rispondere che non credo che la grande questione, per un insegnante con un minimo di esperienza, sia capire come tradurre in prassi didattiche, scansione dei tempi, cooperative learning ed elaborati finali o prodotti multimediali vari un tema ricco e importante come questo, se sostenuti da un testo decisivo e bello, sì bello, come La speculazione edilizia. Continuo a sostenere che la grande assenza a scuola non sia quella delle tecniche didattiche, quanto la progressiva rimozione della fiducia, in primis da parte dei docenti, nella capacità assoluta che solo la grande letteratura porta in dote per riconoscere, indagare, mettere a sistema nelle nostre classi e a disposizione dei ragazzi e delle ragazze le grandi questioni. Torneremo a dettagliare il come scandire i tempi della lezione, a come montare un prodotto multimediale certo, a come dividere in gruppi gli studenti, ma continuiamo a ribadire che, rimanendo nella metafora edilizia, per noi insegnanti di lettere i mattoni e la calce per fare scuola, e quindi anche Educazione Civica nella sua accezione più alta, siano ancora tutti lì: nella grande letteratura.

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