Dante&Me/ 7. Cinque domande a Natascia Tonelli

Scritto da Natascia Tonelli - - Categoria: La scuola e noi

Ezio_Anichini_-_Beatrice_and_Dante_Alighieri_(Vita_Nuova)_3.jpg Il 2021 vedrà moltissime iniziative nel nome di Dante Alighieri, nella ricorrenza dei settecento anni dalla sua morte. La redazione de Laletteraturaenoi ha voluto dedicargli uno spazio di riflessione che possa essere luogo di incontro fra università e scuola, proponendo a studiosi e studiose d’Italia di rispondere a cinque domande-chiave per entrare nell’universo dantesco. Questa è l’ultima ‘intervista’ della serie. Sono già state pubblicate quelle di Pietro CataldiGiulio FerroniLoredana ChinesNicolò MineoAlberto Casadei e Francesco Spera.

A cura di Luisa Mirone

D1. Cosa ha significato, cosa significa nel suo percorso di studiosa di letteratura l’incontro e la frequentazione con Dante Alighieri?

R1. Dante è stato il primo autore sul quale ho pubblicato un intervento critico, quando ancora ero studentessa universitaria. Fu una relazione del terzo anno che il mio maestro, Domenico De Robertis, promosse ad articolo. Vero è che il mio percorso di studi era stato un po’ troppo lungo, fra il lavoro e i figli che lo hanno accompagnato, ma si trattò pur sempre di un atto di incoscienza giovanile, appena attenuata, direi, dal fatto che l’intervento era su una delle cosiddette ‘opere minori’, la Vita nuova. Da un lato, dunque, è stato proprio Dante a regalarmi l’opportunità di entrare a far parte di questa categoria di ‘studiosi di letteratura’ intervistati, di essere riconosciuta capace di aggiungere con le mie parole qualcosa, una minima cosa che fosse però in grado di aiutare a meglio comprendere la ricchezza e profondità delle parole sue e poi delle opere letterarie. D’altro lato, incontro e frequentazione ‘professionale’ con Dante ha significato, e per molto tempo, osare di avvicinarmi dal punto di vista critico non già alla vertiginosa dimensione della Commedia, ma proprio a questo Dante ‘minore’: che poi, come diceva appunto De Robertis, è minore solo a sé stesso. La Commedia è rimasta così per me meravigliosamente e a lungo, per la sua siderale, inarrivabile altezza, un territorio in cui il piacere della lettura libera non era sottoposto a responsabilità di lavoro.

D2. Tra le opere dantesche assume un rilievo speciale la Commedia. C’è un canto o un personaggio o una situazione che ritiene particolarmente esemplare o con cui semplicemente abbia un rapporto privilegiato? Per quali ragioni?

R2. La poesia della Commedia reclama la voce, pretende l’adesione del corpo e della voce, e non teme d’esser letta, detta, cantata nell’unicità imprevedibile dell’esecuzione di chi si mette in rapporto con lei fisicamente, leggendola ad alta voce. Da bambine, io e mia sorella ci divertivamo a declamare un improbabile assortimento di testi, e uno dei nostri pezzi forte era Caron dimonio con gli occhi di bragia: lo avevo letto a scuola, lo avevamo imparato a memoria, recitavamo scambievolmente le battute di Caronte e di Virgilio. Per noi Dante era questo, arcano e imperscrutabile, suoni vigorosamente ritmati di un mondo di demoni da tacitare con formule magiche che sapevano evocare una potenza invisibile ma immanente.

Quanto ai personaggi, da non molto tempo pospongo il fascino maudit di Francesca: amo Beatrice. Non certo la maestra del Paradiso, ma la premurosa figura dell’Inferno che lascia la sua condizione di beata e si sprofonda nell’abisso, in lacrime, a chiedere l’aiuto di Virgilio per l’uomo che aveva scritto di lei; e quella del Purgatorio che rimpiange il tempo in cui Dante, in terra, l’aveva amata, e che, incontrandolo, lo aggredisce, improvvisamente preda della gelosia. Mi piace leggerla così, paradossale nella sua trasformazione: non più l’essere quasi incorporeo e indifferente della Vita Nuova, ma infine profondamente umana e in un certo senso viva solo dopo la morte e la beatificazione. Viva e innamorata: l’inizio del poema rivela quel che nel libro giovanile non era mai stato adombrato, e che è proprio solo della Commedia: Beatrice ricambia l’amore di Dante!  Mi sembra straordinario che Dante metta questa donna all’origine del suo viaggio: è lei che, in un certo senso, riscattando di prepotenza l’etereo apparire a cui l’aveva relegata la Vita Nuova, qui sceglie per Dante personaggio, lo spinge, lo costringe alla sua responsabilità di uomo e di poeta. E in modo assai seducente sa attivare una dinamica di desiderio.

D3. Non-solo-Commedia: fra le cosiddette opere minori di Dante quale si sentirebbe di rilanciare all’interno dei percorsi scolastici e perché?

R3. Appunto: senz’altro la Vita Nuova. Meno difficile, meno ardua delle bellissime canzoni, le ‘petrose’ su tutte, la cui reale comprensione, e la percezione della cui bellezza passa necessariamente attraverso competenze che possiede il solo lettore esperto e allenato. La dimensione narrativa del libello ne facilita l’accesso al patrimonio simbolico che contiene; tanti sono i livelli possibili della lettura di quel testo apparentemente esile, e invece così denso, così intenso: capirlo, appropriarsene significa avere la chiave della concezione moderna dell’amore occidentale, di tutta una lunga tradizione entro la quale si è svolta ed è giunta a noi nei secoli e nelle varie lingue la produzione letteraria: lirico-amorosa,  romanzesca e di storia di formazione e individuazione dell’io artistico e maturo.

Senza la quale, inoltre, non è possibile cogliere a pieno il senso profondo, il senso anche personale e primo del viaggio ultraterreno di Dante: la centralità dell’amore, sì, certo, quale motore del sole, del cielo, dell’universo, ma di quell’amore incarnato, l’energia poetica dell’eros.

D4. Nella lunga e nutrita tradizione di studi danteschi, quali ritiene ad oggi irrinunciabili? Quali indicherebbe a chi, ancora giovanissimo, si accosta all’opera di Dante?

R4. Le letture che di Dante hanno dato i poeti sono sempre straordinariamente nutritive, i poeti-critici sanno intuire verità e illuminare nuclei della sua poesia in modo affascinante, tanto da saper coinvolgere e sedurre, secondo me, anche i più giovani lettori. Se si pensa a studenti di scuola superiore, non li graverei di un impegno critico e tantomeno erudito ulteriore rispetto alle tantissime nozioni – linguistiche, storiche, ermeneutiche - necessarie alla comprensione, informazioni tutte che un buon commento (indispensabile) già sa elargire. Farei loro leggere pagine di Borges, di Mandel’stam, o del nostro Giudici, ad esempio, pagine bellissime e toccanti.

D5. All’interno della ricchissima eredità lasciata da Dante, quale aspetto in particolare proporrebbe alla generazione più giovane?

R5. L’eredità di Dante non sono le sole sue opere, ma tutte le opere, letterarie o realizzate in altre forme d’arte, che nei secoli hanno contratto debiti infiniti con la sua voce poetica, col suo ruolo storico e culturale, con la sua vicenda emblematica. Leggere la nostra o altre tradizioni letterarie, passate e presenti, significa quasi sempre continuare a godere della sua eredità, ritrovarne i frutti, riconoscerlo nelle forme, nella lingua, nei modi di dire, nei poemi, nei fumetti, nei romanzi, nei film. Detto questo, se invece s’intende quale sia l’insegnamento morale, o umano, che più mi pare auspicabile che trasmetta alla nostra più giovane contemporaneità la grandiosa narrazione del poema, la personalità del suo protagonista-autore, direi: curiosità per l’altro, anche quando si scontra col timore per sé; empatia, pur nella giustizia e nella necessaria condanna che ne deriva; ricerca del dialogo e del confronto sempre, anche acceso, brutale, ma franco; ascolto comunque; comprensione nella diversità. Da cui derivano disponibilità a cambiare, a sperimentare, a modificarsi: insomma, a crescere e conoscere facendo esperienza dell’altro.

 

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