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diretto da Romano Luperini

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Il Giorno della Memoria oggi

 

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Ricordare perché? Ricordare per chi?

Dopo oltre venti anni dalla istituzione del Giorno della Memoria in Italia, qual è il senso di questa ricorrenza?

La domanda può apparire banale o forse anche un po’ stupida, addirittura provocatoria. Invece è una domanda importante, da porsi  ogni anno prima di progettare le attività per la sua celebrazione. E non solo a fini didattici, per individuare quali siano gli obiettivi di apprendimento da perseguire. Ma perché ritengo che la scuola pubblica, in tali circostanze più che mai, svolge un ruolo di vera e propria agenzia culturale.

“Ricordare la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”: questa è la finalità individuata dalla legge n. 211 del 20 luglio 2000. Ma trovo che come risposta a una domanda tanto pressante sia sufficiente solo in parte, solo indicativamente. Più oltre infatti il testo della legge prosegue: “in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Simili eventi. E’ forse su questo punto che si innesta, a volte, quella “didattica delle buone intenzioni” (L. Fontana, 2019) che, con la pretesa di attualizzare un evento storico così unico, finisce per lasciare sullo sfondo proprio la Shoah e la sua particolarità, nonché la sua conoscenza approfondita. Ma il valore culturale del Giorno della Memoria risiede proprio in uno studio appropriato della Shoah, del genocidio programmatico di un popolo, del disegno politico su cui si eresse il Reich nazista, dell’idea di una razza pura e da purificare eliminando tutto ciò che poteva inquinarne la purezza, in un’escalation che va dalle vite senza valore (malati, disabili fisici e mentali) agli omosessuali, fino ai Sinti e agli Ebrei, passando per gli oppositori politici.

Ricordare la Shoah e i crimini nazisti, dunque, ha senso, oggi, per costruire un patrimonio etico e culturale - per l’individuo e per la società - che renda capaci di prevenire, o almeno di riconoscere, comportamenti razzisti, xenofobi, antisemiti e discriminatori verso tutto ciò che è avvertito come altro da sé.

 

Dalla negazione della Shoah alle sue radici

Cosa vuol dire allora attualizzare la Shoah per renderla ogni anno significativa?

Rendere significativo e utile affrontare a scuola la Shoah è come sempre prioritario nell’apprendimento. Per questo ogni anno cerco di partire da questioni di attualità nella scelta dei contenuti essenziali per costruire la narrazione da proporre e che possibilmente tocchino da vicino i ragazzi e le ragazze delle mie classi.

Il rapporto shock di Eurispes del 2020, da cui si apprende che dal 2004 a oggi gli italiani che negano la Shoah sono passati dal 2,7 al 15%, costituisce un buon punto di partenza per un percorso di apprendimento da proporre alle ragazze e ai ragazzi di oggi  e che sia anche un buon servizio nel fornire modelli di interpretazione di un problema e conoscenze di base per affrontare il tema del negazionismo, senza che debbano subire disarmati quello che mi figuro come un assalto alle loro coscienze.

1^ tappa: driving question & debate

Per introdurre il percorso sul negazionismo in una classe 3^, un tema che può apparire azzardato per giovani di 13 anni, ho posto a bruciapelo una domanda: “ma la Shoah è davvero esistita?” E i ragazzi e le ragazze, divisi in gruppi, dovevano elaborare, sulla base delle loro conoscenze e seguendo lo schema del testo orale argomentativo, o debate, precedentemente introdotto, una risposta da esporre agli altri compagni.

In effetti, con mio non piccolo stupore, è emerso che il negazionismo è un tema già presente nelle loro giovani vite e che conoscevano: un elemento che mi ha confermato la necessità di rendere le ragazze e i ragazzi protagonisti dell’analisi critica delle fonti e della ricerca storica. Un tentativo per immunizzarli dalla capillare propaganda negazionista condotta attraverso i social, ma anche la gadgettistica o i brand alla moda (G. Baldini, 2019).

L’“ossessione commemorativa” (cit. L. Fontana) può divenire complice nel perpetrare una sostanziale ignoranza riguardo al contesto in cui la Shoah si è potuta concretizzare e in particolare, ad esempio, sul ruolo svolto dal Fascismo nella persecuzione degli ebrei, per cui tanto spesso si sentono asserzioni che conferiscono la Shoah al Nazismo e al popolo tedesco.

Concentrare l’attenzione solo sull’atto finale della strage compiuta nei campi di concentramento, occulta la genesi dell’abominio, la parte più utile da fissare nella memoria. Ecco allora che è bene cominciare sempre dal principio, quale che sia la storia nella storia che si vuole mettere a fuoco. Non si può trascurare ad esempio che il nazismo, fin dall’inizio perseguì l’obiettivo di creare uno Stato “razzialmente puro”, basandosi su criteri biologici pseudo-scientifici, e che per la sua realizzazione programmò l’eliminazione di tutti gli individui non conformi a tale modello. Occorre ripercorrere le leggi - e non solo quelle di Norimberga o le razziali - di cui si dotarono gli Stati nazionali per raggiungere i loro fini e realizzare i totalitarismi.

2^ tappa: Il metodo come antidoto

Fino a che punto il metodo storiografico trae beneficio dal dubbio e quando, invece, questo diventa ostacolo al processo di conoscenza?

Per contrastare il negazionismo è necessario comprendere bene il metodo storiografico e la critica delle fonti. La verità è in continua oscillazione e si colloca tra l'interpretazione e la realtà. Solo il metodo scientifico può esserne il garante.

Dopo una mini lezione sul metodo storiografico e sui materiali sui quali lo storico esercita il suo ruolo di interpretazione, i ragazzi e le ragazze divisi in gruppi hanno lavorato direttamente sui documenti (R. Schnabel).  In particolare abbiamo selezionato quelli relativi alla “soluzione finale” e le testimonianze dirette dei gerarchi nazisti rese ai processi. Il compito da svolgere era quello di analizzare i documenti per utilizzarli ai fini della comprensione storica della Shoah.

Successivamente, sulla base degli studi di Valentina Pisanty, ho introdotto loro la logica del negazionismo applicata al Diario di Anne Frank, che avevano già letto: delegittimare l’avversario, isolando dal contesto singole informazioni senza far dialogare le testimonianze con altre fonti e documenti, come fa, invece, lo storico; innescare il dubbio, attraverso la ricerca ossessiva nei documenti o nelle testimonianze di tutte le minime contraddizioni o inesattezze, senza farsi scrupoli nell’inventare anomalie per saltare alla conclusione di falsità; affermare una nuova ipotesi come verità assoluta: la Shoah non è mai avvenuta, è tutta un'invenzione. Ma a questo punto, sulla base della precedente analisi dei documenti, i ragazzi e le ragazze erano in grado di confutare tale ipotesi, con autorevolezza scientifica.

3^ tappa: Dalla memoria alla rimembranza

In che misura combinare ragione e sentimenti in un percorso didattico a sfondo storico così complesso?

Quando si affrontano la Shoah e i crimini nazisti a scuola è inevitabile toccare corde emotive. E questo non è un male di per sé, se avviene dopo un attento e rigoroso percorso di conoscenza, che solo può aiutare a sostenere la durezza degli argomenti e giustificare il trattarli senza filtri. Perché non si possono prendere in esame certi temi in modo edulcorato. 

Con tutto il materiale raccolto, con le conoscenze acquisite, abbiamo cercato un modo per condividere il percorso di apprendimento con le famiglie e gli abitanti del quartiere, durante un evento appositamente organizzato ogni anno dalla scuola in collaborazione con il comitato dei genitori.

Attraverso la scrittura collettiva è stata redatta una breve drammaturgia per restituire l’intero percorso, all’interno della quale ciascun ragazzo o ragazza ha potuto trovare il proprio spazio ed esprimere la propria voce. La struttura narrativa ha ricalcato quella del percorso di apprendimento: far emergere le posizioni negazioniste attraverso la domanda iniziale; definire il metodo storico e il negazionismo come in un gioco di specchi; utilizzare le testimonianze dei gerarchi nazisti e  le altre fonti storiche per confutare le tesi negazioniste.

Uno dei punti su cui ci siamo interrogati a lungo è stato quello di come riportare la voce dei gerarchi nazisti, che nella ricerca storica avevano avuto un peso determinante nella ricostruzione della verità. Prestare la voce e il corpo a Reinhard Heydrich, a Kurt Eccarius o a Heinz Baumkötter, non trovava molti volontari. Allora è arrivata la trovata geniale: una delle ragazze che aveva seguito gli incontri di alfabetizzazione al teatro, ispirata dall’Opera da tre soldi di Bertold Brecht, ha avuto l’idea di utilizzare cartelli con la loro effigie, e le loro testimonianze al processo in prima persona sono state introdotte da una formula che le rendesse oggettive: il pubblico ministero chiede, il nazista risponde.

Questo lavoro di sintesi e rappresentazione ha concluso il percorso di apprendimento ed ha permesso alle ragazze e ai ragazzi di definire ancor meglio il loro ruolo da protagonisti nel produrre conoscenza per sé e per gli altri; una conoscenza che è passata dalle loro membra e dalle loro voci, con l’auspicio che si fissi meglio nella loro memoria.

Non era la prima volta che venivano a contatto con il metodo storiografico, ma ho notato maggiore consapevolezza e li ho visti prendere atto del valore di legittimità che tale strumento conferisce al mettersi dalla parte giusta e alla verità, mai conclusa, mai assoluta, sempre onesta.

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Giovanni Baldini, Galassia nera, La Ricerca, n. 17, Novembre  2019.

Laura Fontana, L’insegnamento della Shoah: le trappole delle buone intenzioni, La Ricerca, n. 17, Novembre  2019.

Reimund Schnabel, Il disonore dell’uomo, Res Gestae, 2015.

Nando Tagliacozzo, Dalle leggi razziali alla Shoà 1938-45: documenti della persecuzione degli ebrei italiani per conoscere, per capire, per insegnare, Roma, Sinnos, 2007.

Valentina Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Bompiani, Milano, 2014.

 

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