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diretto da Romano Luperini

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Raccontare Dante a chi non conosce Dante

incontro-beatrice-1.jpg Un giorno in classe

“Ma prof. Questa è una vera friendzone!”

Il cuore della vecchia studiosa ha un sobbalzo, sto per urlare, poi l’insegnante vince e l’abitudine a lavorare con quello che c’è, per trasformarlo in insegnamento, ha il sopravvento:

“Morgan, io non so cosa vuol dire friendzone: puoi provare a spiegare quello che intendi a una persona di un’altra generazione? Quando parli in questa classe, devi usare parole che tutti possano capire. In questo caso chi non conosce sono io”

“Dunque prof la friendzone c’è quando uno è innamorato e non è corrisposto, lui vorrebbe fidanzarsi ma lei vuole restare solo un’amica. Nel caso di Dante è anche peggio, perché lui sta malissimo, è innamorato perso: sviene, fa gli incubi, non riesce più a parlare, vive questo amore tutto nascosto. Insomma, un disastro e lei nemmeno gli è amica, al massimo lo saluta. E a un certo punto nemmeno quello.”

Sorrido, Morgan ha portato Dante nel suo mondo, ora il mio compito è guidare i miei studenti di seconda media nel suo.

La biografia di Dante

I preadolescenti hanno una vera passione per la biografia e per l’aneddoto: alla storia che si muove per macrofenomeni, cause e conseguenze, preferiscono quella minuta degli eventi e dei personaggi. Credo che ciò derivi dal gusto ancora bambino per la miniaturizzazione, per l’esplorare le vicende dalla A alla zeta, per l’evento inaspettato e facile da ricordare, per la narrazione concreta. Nel caso di Dante poi la sua opera è così intimamente legata alla sua vita che non posso evitare di raccontarla, senza dimenticare che esplorarne la biografia mi permette di marcare la distanza con lui e di spiegare come si vivesse a quel tempo.

So bene che il rischio dell’attualizzazione e di romanzare la vicenda è dietro l’angolo, ma sono ben convinta di correrlo perché a dodici anni la magia della narrazione può essere dirimente per lo studio: avranno tutta la vita per diventare filologi e spaccarsi la testa su ricostruire il testo vero, per ora mi accontento di esplorare con loro dati, immagini, testi e di trarre delle conclusioni. Il percorso che qui presento è durato da ottobre a dicembre per circa undici ore di lezione.

Primo percorso: Firenze doloroso ostello

I primi tre versi con cui ho presentato Dante sono stati:

I’ fui nato e cresciuto sovra’l bel fiume d’Arno a la gran villa (Inf. XXIII-94-95)

O gloriose stelle/ […] quand’io senti’ di prima l’aere tosco; (Pd XXII, 112-117)

I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando (Pg XXIV 52-54)

Per scelta li metto da subito al cospetto del fiorentino del Trecento: balza ai loro occhi che si tratta di una lingua diversa da quella che parliamo adesso, ma non così lontana da essere incomprensibile. Dante ci dice di essere nato a Firenze, città costruita sul fiume Arno: grazie a Google earth siamo andati a scoprire dove si trova questa città e come è fatta oggi. Abbiamo provato a ricostruire come fosse al tempo di Dante partendo da questa domanda: cosa vuol dire il poeta quando ci dice

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

ond’ ella toglie ancora e terza e nona,

si stava in pace, sobria e pudica.  (Par. XV, 97-99)?

Grazie alle mappe antiche abbiamo scoperto che Firenze aveva avuto diverse cerchie di mura, segno che negli anni si era ingrandita fino ad arrivare a 40000 abitanti, che i quartieri erano suddivisi fra arti e mestieri (come a Istanbul, mi dice Enes), che le strade e i vicoli erano stretti, che c’erano case e torri ma che popolani e nobili abitavano negli stessi quartieri. Ho mostrato loro una mappa odierna di Firenze e cancellato gli edifici che non c’erano ancora perché come scrive Santagata La Firenze di Dante è una città medievale: un intrico di vie strette, di case di pietra e di legno addossate le une alle altre, un insieme disordinato di abitazioni, fondaci, botteghe e magazzini, intervallati qual e là da orti, vigneti e giardini. Le chiese sono numerose ma piccole: le torri numerosissime e a volte di dimensioni notevoli.

Grazie alla facilità con cui nell’era d’internet si possono reperire le immagini, abbiamo confrontato la grandezza e maestosità di Santa Maria Novella con la chiesa di Santa Maria dei Cerchi, frequentata, forse, da Dante e con il battistero di San Giovanni dove il poeta salvò un bambino che stava per annegare. Questa è stata l’occasione per ragionare con loro su come fossero le funzioni religiose nel Trecento, sulla loro valenza sociale e sul perché Dante racconti di aver incontrato Beatrice per la terza volta proprio lì: le celebrazioni erano moto lunghe, uomini e donne restavano separati, ma era, comunque, una delle poche occasioni pubbliche per vedersi e incontrarsi.

Sulla presunta casa di Dante ho detto poche parole, ma ha fornito loro l’idea di come fosse una casa medievale e come vi abitasse una famiglia non troppo ricca: la presenza o meno di una camera ad uso personale di Dante, il numero delle persone di servizio, la suddivisione e gli usi degli spazi.

Dante è un poeta reale

Dalla città abbiamo dunque ristretto il cerchio al nostro autore nato nel 1265 sotto il segno dei gemelli; questa annotazione apparentemente banale mi è servita per mostrare ai ragazzi come l’astrologia nel Medioevo non fosse “l’oroscopo sui giornali” ma qualcosa di più profondo: si riteneva, infatti, che i cieli e le stelle avessero una reale influenza sulle vicende umane. Quando Dante ci parla della costellazione dei Gemelli, celebra quelle stelle pregno di gran virtù, dal quale io riconosco tutto,qual che sia, lo mio ingegno (Pd, XXII, 112-114): nella tradizione astrologica questa costellazione trasmette il dono della parola, del comunicare, dello scrivere, della capacità di linguaggio e quindi del poetare.

Insomma, un destino per lui già scritto nelle stelle: ed è poi quello che gli dice Brunetto Latini quando afferma se tu segui tua stella non puoi fallire a glorioso porto (Inf. XV, 55-56)

I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando (Pg XXIV 52-54) è una terzina che i miei studenti hanno studiato a memoria nella quale Dante afferma di vivere costantemente con Amore che lo ispira o meglio gli impone cosa dire (ditta dentro) mentre lui cerca di interpretare il suo messaggio.

Nel Trattatello in laude di Dante, Boccaccio ci racconta di un sogno fatto dalla madre:

“Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere sotto uno altissimo alloro, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi si sentia partorire  uno figliuolo, il quale in brevissimo tempo, nutricandosi solo delle orbache, le  quali dello alloro cadevano, e delle onde della chiara fonte, le parea che divenisse  un pastore, e s'ingegnasse a suo potere d'avere delle fronde dell'albero, il cui frutto  l'avea nudrito; e, a ciò sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non  uomo più, ma uno paone il vedea divenuto. II,3

In una prima fase abbiamo trasportato il testo in italiano corrente: ho suddiviso il periodo in frasi semplici e le abbiamo affrontate una ad una, decodificando il messaggio a partire dal lessico e dalla sintassi. E’ indubbio che l’aiuto del docente è qui necessario e insostituibile, ho provato a chiedere loro: cosa non capite? La traduzione di quale parola avete bisogno? E da lì sono partita a spiegare. Frase per frase hanno poi riscritto sul quaderno la traduzione e l’abbiamo commentata insieme.

In seguito ho decodificato i simboli e reso chiaro il messaggio di Boccaccio, poi ho chiesto loro di illustrare il testo nel modo più fedele possibile, con didascalie esplicative.

A questo punto è stato loro evidente che Dante fosse un poeta che sa di essere straordinario e come tale è stato riconosciuto dagli altri letterati, a me, però, interessava renderlo il più reale possibile: dargli un volto e un corpo. Attraverso la ricostruzione del cranio conservata a Ravenna, fatta dal paleontologo Francesco Mallegni nel 2007, abbiamo scoperto che Dante era di statura media 1,64-1,65 cm, di struttura longilinea, aveva le spalle spioventi e un’artrite anchilosante che lo faceva camminare curvo; la testa aveva un cranio molto grande, la fronte spaziosa, il viso allungato, gli occhi grandi, il naso aquilino e gli zigomi sporgenti.

E, manco a dirlo, da questa descrizione oggettiva sono nati bellissimi ritratti del poeta. 

Dante ci racconta la sua storia d’amore

Solitamente alla scuola secondaria di primo grado la Vita nova si salta a piè pari o, al più, la si accenna nell’elenco delle opere: io, invece, l’ho letta in classe, limitandomi agli aspetti autobiografici che potessero far presa sui ragazzi e, partendo da questi, ho iniziato a spiegare l’universo di Dante. Ho letto i brani scelti come se li scoprissimo insieme per la prima volta, senza alcuna indicazione di poetica o di contesto: abbiamo ricostruito cosa succedeva, chi faceva cosa e perché e quali conseguenze avessero le azioni. Solo in un secondo momento abbiamo provato a decodificare il testo: credo da sempre che la chiave per qualsiasi interpretazione sia conoscere il testo, quello che dice a noi e che siamo pronti a comprendere. L’interpretazione è una costruzione costante di significati che ha senso solo se il lettore vi partecipa attivamente. Dalla lettura dei capitoli II e III ci è apparsa immediata l’importanza data da Dante ai colori: Beatrice appare per la prima volta vestita di rosso, umile e onesto, poi dopo altri nove anni è vestita di colore bianchissimo, la nebula su cui giunge Amore nel sogno è colore di fuoco e sanguigno è anche il drappo che ricopre Beatrice mentre dorme nuda tra le braccia di Amore. Ci siamo dunque domandati il senso di queste note cromatiche: ho ragionato con loro di come nel mondo medievale i colori da indossare rispettassero un preciso codice ma, se a loro era chiaro il legame rosso/amore, ho dovuto spiegare il concetto cristiano di carità e il significato dei colori nei paramenti sacri.

Lo stesso è successo per il numero 9: a loro è stato subito evidente che non potesse essere un numero a caso, vista la ricorrenza con Beatrice, il mio intervento è stato a provare a spiegare cosa si intenda per Trinità e perché per Dante fosse così importante il legame tra il 3, potenza di 9, e la donna amata. Abbiamo poi analizzato gli epiteti con cui Dante la nomina, a partire da Beatrice nome omen (fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare), gloriosa donna, mirabile donna, la mia beatitudine, questa benedetta: sono tutti termini che appartengono alla sfera religiosa e sono usati anche per Dio.

Con ragazzi così piccoli come i miei, inseriti in un mondo secolarizzato come il nostro, per capire Dante è necessario riprendere concetti teologici e religiosi: alla fine del nostro cammino nella vita nova non è parso loro assurdo un capitolo finale in cui Dante dichiari di non scrivere più fino a quando non sarà degno di lei che mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus (Prof. l’ultima parola è benedetto, ha la stessa radice di Beatrice? Mi ha chiesto Sara.)

Certamente, gli episodi che hanno più colpito i ragazzi sono quelli in cui fosse più facile identificarsi o in cui la forza dell’amore apparisse più dirompente: il sogno in cui Beatrice mangia il cuore e la richiesta di aiuto e chiarimenti agli amici (fatta in poesia, perché quella era la lingua di Dante), il catalogo delle donne fiorentine, lo svenimento al matrimonio, le donne dello schermo, la malattia di Dante e il sogno della morte dell’amata. Mi ha molto colpito il “noo” accorato che ha accolto la lettura dell’incipit del capitolo XXVIII: ho iniziato la lezione dicendo “oggi scopriremo cosa succede l’8 giugno 1290”. Ho poi spiegato che Dante apre questo capitolo con la citazione in latino di un versetto di Geremia, un profeta che avrebbe preconizzato sventure e dolore per Israele: al tempo di Dante il latino era la lingua della chiesa e dei testi sacri. La città piena di gente, di tutte quelle persone che guardavano a Beatrice come a un essere venuto dal cielo alla terra per mostrare il miracolo di Dio, è ora vuota e triste ed è quasi vedova, priva di qualcuno che la riempisse di senso. Beatrice è morta.

Sono rimasti ammutoliti anche i miei 25 dodicenni.

Tanto gentile e tanto onesta pare 

1. La spiegazione del docente:il contesto e l’occasione di scrittura

Non potevamo non misurarci con la poesia più famosa della letteratura italiana tanto gentile e tanto onesta pare, sonetto del capitolo XXVI della Vita Nova.

Ci siamo arrivati dopo alcuni capitoli di lettura della vita Nova: ai ragazzi erano quindi piuttosto chiari il contesto e l’occasione di scrittura, che io ho riassunto e ribadito, spiegando perché Dante sceglie la poesia e il genere del prosimetron.

2. la decodifica linguistica del testo

Per prima cosa ho letto il testo ad alta voce in classe e chiesto loro quali parole li colpissero e cosa avessero provato. Poi siamo andati a caccia nel testo e abbiamo suddiviso le espressioni in tre colonne: significato al tempo di Dante, significato per Dante, significato oggi. Ad esempio “pare” che per noi oggi vuol dire sembra, al tempo di Dante era appare, con la forze di una vera epifania; oppure il significato di “gentile” così diverso tra noi (educato e generoso nei modi) e il Trecento (nobile di sangue), ma anche così ambivalente in Dante (nobile di spirito, non necessariamente di schiatta, ma non in tutte le opere è così).

Tutta questa riflessione linguistica è stata la base per riscrivere il testo in italiano contemporaneo, cercando di essere fedeli al testo e al suo contesto.

3. Discussione in classe e commento

Una volta che il significato del testo è stato chiaro, li ho invitati a commentarlo. Tutti hanno sottolineato la dolcezza delle parole, l’effetto generato dalle rime, i suoni leggeri e dolci che rispecchiano la straordinarietà dell’amore provato: questa poesia riesce a farci vedere Beatrice come qualcosa di divino di cui Dante si è innamorato, la sua ammirazione è così grande che ci è sprofondato dentro (Giovanni); in questa poesia si capisce bene che per Dante la sola felicità è Beatrice (Asad), Beatrice anche con un gesto semplice come uno sguardo migliora la vita delle persone (Anita). Non sono mancate, però, le critiche: La poesia mi è piaciuta: è dolce e delicata ma ha provocato in me qualche perplessità perché l’idea che Dante ha della donna non è molto realistica, sembra che abbia delle qualità magiche che la rendono intoccabile (Anita). Questa poesia mi ha fatto pensare alla bellezza di Beatrice che è troppo perfetta e noiosa (Federico), Questa poesia è troppo sdolcinata, una ragazza così non esiste (Neumann).

4. Dal testo a un altro testo

A questo punto ho chiesto loro di studiare il sonetto a memoria e di trasformarlo in un altro testo: un’illustrazione e la recitazione ad alta voce, accompagnate entrambe da una pagina di spiegazione sulle scelte fatte. Come fa ad esempio Giorgia, accompagnando la sua lettura:

Ho scelto di leggere i primi due versi ponendo l’accento sulle parole gentile ed onesta perché mi sembrano le più importanti. Ho lasciato una pausa dopo “pare”, perché mi sono immaginata il poeta che resta come sospeso dopo aver visto Beatrice e ho scelto di pronunciare velocemente “la donna mia” perché ho immaginato che si vergogni di dirlo.

Dante politico                                 

Affrontare la dimensione politica di Dante non è stato più semplice della sua storia amorosa: “Ma come, oltre a poeta era anche politico?”. E poi: quale lavoro faceva? Come si guadagnava da vivere? Perché decide di fare il priore? Perché non ha fatto il professore? Perché ci sono tutti questi scontri a Firenze?

Per mostrare meglio la situazione della Firenze del tempo ho raccontato loro la storia di Geri del Bello, cugino di Dante, ucciso da uno della famiglia Sacchetti, ghibellino. Dante lo incontra nelle Malebolge, tra i seminatori di discordie, Geri lo minaccia col dito e il poeta spiega a Virgilio le motivazioni di questa minaccia: nessuno della sua famiglia ha ancora vendicato la sua morte.

Siamo dunque di fronte a una società piena di tensioni, violenta, vendicativa, in cui era possibile essere ucciso per uno sguardo di troppo: a un ragazzo nato nella prima decade degli anni duemila Guelfi e Ghibellini dicono nulla, ma le dinamiche di potere, sopraffazione e violenza possono essere facilmente ricostruite.

Ho raccontato gli episodi di violenza che portarono i priori a scegliere di mandare in esilio le più importanti famiglie di Firenze (1/05/1300 un gruppo di giovani della casata Donati assalta un gruppo della famiglia Cerchi, 23/06/1300 un gruppo di Magnati aggredisce e bastona i consoli delle Arti), per mostrare ai ragazzi come si trattasse di una decisione necessaria, ma da cui dipese tutto il resto della vita di Dante.

Sulla figura di Bonifacio VIII e di Corso Donati (che ho identificato come i nemici di Dante) non ho volutamente offerto un’immagine oggettiva, ma mi sono affidata a quello che di loro dice il poeta nella Commedia.

La parola “esilio” è per i miei ragazzi priva di significato, per questo la sfida vera è stata far capire loro cosa significasse concretamente: la povertà, la perdita dei beni, la divisione dalla famiglia e dagli amici, la continua ricerca di mecenati che lo ospitassero gratuitamente, correndo il rischio di inimicarsi Firenze, e la difficoltà a spostarsi sulle strade dell’Italia medievale.

La possibilità di amnistia del 1315 ha suscitato un bel dibattito in classe, guidato da queste tre domande: quale significato ha il rito che chiede il Comune per il perdono? Che cosa avrebbe significato per Dante? Perché Dante rifiuta? Voi cosa avreste fatto?

Ci siamo poi mossi sulla carta geografica dell’Italia del tempo provando a ripercorrere le tappe; la storia della vita di Dante non poteva che concludersi con l’immagine del cenotafio a santa Croce e della tomba di Ravenna.

L’attualizzazione: due parole in conclusione

E’ naturale che per comprendere meglio si sposti nel presente ciò che è lontano nel tempo, ecco perché i miei studenti tendono a rimettere Dante nelle loro categorie sociali e culturali. Il mio compito di docente è mediare e cercare di portare Dante in classe nel modo più fedele possibile: ecco perché dopo la spiegazione della friendzone da parte di Morgan ho mostrato loro quando diverso fosse il rapporto tra Dante e Beatrice. Entrambi sposati, come era naturale fosse e senza drammi, vivono due vite diverse: l’amore di Dante è tutto nella sua testa (probabile che Beatrice nemmeno se ne fosse accorta) ed è un filo che lo conduce a Dio. Il senso della figura di Beatrice è nella sua morte, non è un caso che in cima al Purgatorio sarà proprio questo che la donna recriminerà al poeta: nel momento in cui più avrebbe dovuto avvicinarsi a Dio, dopo la sua morte, se ne allontana, rivolgendo lo sguardo al mondo e non al cielo.

La descrizione delle opposte fazioni di Firenze, invece, ha spinto i miei studenti a proporre un’analogia con le gang che si spartiscono il territorio nei quartieri periferici delle grandi città: anche in questo caso ho provato a mostrare loro le differenze. I bianchi e neri nascono nel contesto dei grandi magnati, le gang metropolitane nelle fasce popolari, li accomuna la violenza certamente, ma hanno diverse implicazioni politiche e così via.

Che i ragazzi trovino connessioni con altri testi e con la contemporaneità è importantissimo: significa che il testo sta agendo in loro e che diventa lettera viva, l’incontro con un docente che li affianca e guida è quello che permette loro, però, di non perdere la bussola e di avventurarsi nelle selve dell’interpretazione senza perdersi.

Noi intanto siamo pronti per la Commedia.

Bibliografia

Giampaolo Dossena Dante, Longanesi, 1995

Marco Santagata Il romanzo della sua vita, Mondadori le scie, 2012

Giorgio Inglese Vita di Dante, una biografia possibile, Carocci, 2018

Alessandro Barbero Dante, Laterza, 2020

Aberto Casadei Dante, Il Saggiatore, 2020

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