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Educazione civica: nonostante tutto un’opportunità

costituzione gazzetta Alla fine sono arrivate. Il 22 giugno scorso, mentre gli istituti superiori erano alle prese con l’Esame di Stato (vorrei ancora chiamarla Maturità) sono state emanate dal Ministero dell’Istruzione le Linee guida per rendere operativo dal prossimo anno scolastico l’insegnamento dell’Educazione civica come da legge n. 92 del 20 agosto 2019. Tralasciando di commentare le tempistiche e di lamentare il silenzio sulla questione nel dibattito pubblico di queste settimane (del resto anche chi non lavora nella scuola ha capito che altre sono le priorità dei tempi) vorrei condividere alcune riflessioni nate sul campo, dal confronto coi colleghi che compongono il gruppo di lavoro della mia scuola, un liceo della provincia vicentina con sei indirizzi di studio.

La “nuova” materia

A settembre, con l’avvio di un anno che, fuor di retorica, sarà molto probabilmente il più difficile nella storia della scuola repubblicana, gli istituti di ogni ordine e grado si troveranno di fatto a dover inserire nei loro curricoli una “nuova” materia. Le virgolette sono d’obbligo dal momento che, come ha ricordato Marco Balzano sul «Corriere della sera» del 10 luglio scorso, la materia sulla carta è presente da decenni nella scuola italiana ed è stata strutturata dal 2008 come Cittadinanza e Costituzione. Allora si tratta del solito cambio di nomi per designare le stesse cose? Non esattamente, perché all’interno delle Linee guida e dei relativi allegati ci sono suggerimenti, indicazioni e prescrizioni che puntano a rendere tale insegnamento, finora sostanzialmente lasciato all’autonomia dei docenti, una disciplina vera e propria. In sintesi ecco i capisaldi della nuova normativa:

  1. strutturazione dell’orario di insegnamento, non inferiore alle 33 ore annue. Le scuole per ottenere tale insegnamento potranno avvalersi dell’organico dell’autonomia, ovviamente rientrando nei quadri orari nazionali, senza spese aggiuntive e senza incrementi di personale;
  2. affidamento dell’insegnamento, per le superiori, ai docenti di discipline giuridiche ed economiche qualora presenti nel curricolo, in alternativa a docenti incaricati;
  3. trasversalità dell’insegnamento con conseguente coinvolgimento di più docenti e più discipline;
  4. valutazione periodica e finale degli apprendimenti, per le superiori con voto in decimi che farà media con gli altri.

Completano gli allegati due quadri proposti come competenze (in realtà, specie per l’allegato C, si tratta di un misto conoscenze-competenze) da raggiungere al termine del primo e del secondo ciclo di istruzione. Quanto ai contenuti da inserire, c’è molto, moltissimo: dalla Costituzione all’educazione ambientale, dalla partecipazione al dibattito culturale alla cittadinanza digitale, dal coinvolgimento nella vita pubblica alla tutela delle eccellenze produttive. L’ampiezza è, secondo le intenzioni, funzionale alla valorizzazione di quanto già in essere. Si parla infatti di «far emergere elementi latenti negli attuali ordinamenti didattici e di rendere consapevole la loro interconnessione».

Alle scuole la scelta dei contenuti

La decisione di utilizzare maglie larghe, se da un lato risponde al proposito di lasciare emergere quanto le scuole effettivamente già svolgono, dall’altro le pone di fronte al compito di formalizzare e strutturare i contenuti specifici scegliendo le materie, stabilendo un monte ore per ciascuna, individuando i risultati di apprendimento e definendo i criteri di valutazione. Questo in attesa che il Ministero integri le Linee guida ponendo per tutti i traguardi di sviluppo delle competenze e gli obiettivi specifici di apprendimento. L’azione sarà portata a termine entro il 2023 sulla base di quanto le scuole nei prossimi mesi costruiranno. In pratica, com’è stato notato, il lavoro concreto pesa sui docenti e dovrà essere completato, almeno in una sua prima formulazione, per l’inizio del prossimo anno scolastico. Abbiamo dunque poche settimane.

Un ultimo pensiero sulla «trasversalità». Nelle Linee guida dello scorso giugno infatti questo è il termine utilizzato, accompagnato da «interconnessione» nel rapporto fra materie. Può essere un caso, un po’ come la confusione fra conoscenze-abilità-competenze che ancora oggi è diffusa ad ogni livello della scuola italiana, ma di fatto mi pare un superamento dell’interdisciplinarietà su cui si fondavano le Indicazioni nazionali 2010, innovazione allora carica di buone speranze ma che a dieci anni di distanza, almeno alle superiori, almeno per mia diretta esperienza, rimane terreno paludoso nonostante i molti buoni propositi e i pochi lodevoli casi virtuosi. Insomma, «trasversalità» mi suona come un ripiegamento, prudente e in fondo realistico, ma pur sempre un ripiegamento, dal momento che rendere lo studente consapevole non vuol dire necessariamente per i docenti lavorare davvero insieme. E del resto come si può pensare a veri percorsi interdisciplinari nella struttura rigida in cui ci troviamo, con sempre più cose da fare, sempre meno tempo a disposizione (e l’anno prossimo si parla di riduzione delle ore a 40 minuti!), in pressoché totale assenza di compresenze?

Un percorso possibile

In queste settimane le scuole sono alle prese con i molteplici nodi concreti da sciogliere: sui contenuti e su chi li svolgerà, sulle competenze necessarie e non scontate dei docenti coinvolti, sulla valutazione, a mio avviso uno dei campi più insidiosi per come il tutto è stato formulato, tanto più che per complicare il quadro si accenna anche alla possibilità di stabilire un legame fra Educazione civica e voto di comportamento. Ma la questione riguarda in senso lato la valutazione di questa disciplina. La domanda sorge spontanea di fronte a tanto strutturare, normare, stabilire: se consideriamo l’Educazione civica solo come una trasmissione di contenuti, con tanto di voto finale, assicuriamo di formare anche buoni cittadini oltre che studenti?

Nel gruppo di lavoro di cui faccio parte abbiamo cercato di elaborare una proposta che, seguendo le stesse Linee guida, recuperasse quanto già in essere e consentisse il coinvolgimento dei dipartimenti per un’equa distribuzione del carico di lavoro. Passati in rassegna progetti, attività e percorsi vari, ci siamo dati per ogni anno una parola chiave che possa esprimere una sintesi del percorso: cinque parole all’interno delle quali abbiamo stilato un elenco di attività e argomenti possibili. In questi giorni, attraverso la dirigente, abbiamo condiviso la proposta con tutti i colleghi. Il prossimo passo sarà l’individuazione da parte dei Dipartimenti, anno per anno e indirizzo per indirizzo, dei percorsi didattici. A fine agosto ci riuniremo, naturalmente «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica», per ricucire il tutto in base alle proposte pervenute. Il risultato sarà sottoposto al Collegio per l’approvazione. È probabilmente una scelta simile a quella di molte altre scuole: comporta più passaggi e un gran lavoro di elaborazione parziale e risistemazione finale, ma ci è parsa la soluzione più adatta soprattutto per coinvolgere più colleghi possibile ed evitare che l’Educazione civica diventi appannaggio delle solite materie.

Nonostante tutto, un’opportunità

Non è stato facile scrivere queste righe: per settimane ho riflettuto sul tono e sul taglio delle riflessioni condivise. Ora mi piacerebbe che questi pensieri potessero generare un confronto con chi ha optato per strade diverse, sfuggendo al contempo alla fin troppo facile polemica. Perché se è chiaro che queste Linee guida sono partorite dalla solita politica degli annunci, in cui si proclama di aver raggiunto la vetta quando si è ancora al primo campo base, è altrettanto chiaro che a trascinare la cordata, con tutte le attrezzature, saranno i docenti, i quali dovranno lavorare facendo affidamento su una “corda” di risorse, di organici, di orari, che resta sempre la stessa, strutturando, formalizzando, approvando, inserendo il tutto nel PTOF.

E tuttavia, nonostante gli enormi limiti di questo modo di intendere e di lavorare, voglio vedere anche un’opportunità. Anzitutto un’opportunità di confronto, al di là delle sempre crescenti carte da riempire, fra dipartimenti, discipline e docenti; in secondo luogo un’opportunità per legare insieme progetti e discipline, rafforzando e al contempo rinnovando proposte educative di provata efficacia; infine un’opportunità di ripensare anche il rapporto coi nostri ragazzi. Perché nonostante sembrino lontanissimi da tutto questo, è per loro che lavoriamo. Lo abbiamo continuato a fare nei mesi di chiusura forzata, lo faremo anche a settembre. E sarà una prova di Educazione civica ben più ardua e più importante.

 

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