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diretto da Romano Luperini

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Un nuovo registro per una vecchia storia

 

Grande preoccupazione per la ripartenza della scuola tutto sembra affidato al fai da te articleimage LN riprende le pubblicazioni. Abbiamo provato a riflettere tutti insieme su questo anno scolastico che sta per iniziare e che è denso di paure, speranze, incognite, individuando alcuni temi che riteniamo decisivi.

La scuola narrata

Molti spunti del dibattito pubblico di questi giorni si nutrono delle numerose incognite della ripresa per creare un interesse tanto immediato quanto generico: è una situazione ideale per il giornalismo fatto di sensazionalismo, velocità, spettacolarizzazione. La vecchia massima sull’uomo che morde il cane, inoltre, da noi trova un’applicazione letterale, come insegna il recente caso degli immigrati di Lampedusa.

Da questa spasmodica attenzione a procedure, protocolli, scenari futuri non deriva una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica. Per ottenerla, bisognerebbe concentrare lo sguardo non sulle variabili narrative ma sulle costanti che segnano la vita della comunità scolastica. Secondo l’insegnamento di Propp, andrebbe studiata la struttura profonda di ogni nuovo anno scolastico – statica fino all’immobilità –, non la sua semplice apparenza – che quest’anno risulterà sicuramente dinamica e imprevedibile.

L’emergenza costituisce, infatti, un’occasione per modificare alcuni elementi di questa struttura, responsabili di infinite difficoltà didattiche, psicologiche, organizzative.

In primo luogo, può spostare l’attenzione sull’edilizia scolastica, portando a creare ambienti di apprendimento più agibili, spaziosi, colorati; ponendo fine alla schizofrenia di luoghi dove convivono fatiscenza e vecchiume (aule scrostate, servizi indecenti, ristrettezze di ogni genere) e arredi innovativi (soprattutto tecnologie di nuova generazione). Può inoltre consentire di affrontare in modo sistematico il tema del reclutamento dei docenti e della loro formazione. Senza la pretesa di trovare un filo che conduca alla normalità, in un mondo segnato da decenni di grovigli introdotti per legge, ma offrendo un segnale chiaro che si sta andando in una direzione diversa.

 

Questa situazione, inoltre, avrebbe il potenziale di rilanciare la discussione sull’innovazione didattica, cioè sui contenuti, i metodi, gli strumenti e il dialogo fra discipline e insegnanti.

Dedicando risorse e cura a ciò che resta nel tempo, si potrebbe cominciare a costruire quell’epica dell’insegnamento di cui parecchi anni fa parlava un bell’articolo di Mariapia Veladiano. Questo registro epico – nutrito di realtà, emozioni condivise, azioni collettive – comincerebbe a contrapporsi ai registri attraverso i quali fino ad oggi è stata raccontata la scuola: il comico e il grottesco.

La scuola come istituzione

La scuola è un’istituzione, più precisamente un’istituzione plurima. L’apparato politico e burocratico del ministero e dei suoi uffici territoriali rappresenta una parte di questa istituzione; le indicazioni nazionali, i contenuti culturali, le teorie, abitudini e pratiche didattiche ne rappresentano un’altra, più immateriale ma non meno importante. Infine: sono istituzione anche gli insegnanti, nel loro ruolo e funzione di educatori.

La prolungata distanza tra studenti e docenti ha dato un ulteriore colpo a questa già scricchiolante istituzione. Non si vuole qui scrivere una trenodia sulla fine della scuola, poiché al momento non si registra alcun crollo, ma si tratta di guardare con lucidità ad alcuni dati di fatto, provando a suggerire una loro interpretazione.

Gli insegnanti sono il front desk dell’istituzione, sono coloro che si “interfacciano” direttamente con gli studenti. Sono quelli cui è demandata, in ultima istanza, la cura. Entrando in classe insieme agli allievi, come incarnazione fisica dell’istituzione, vivono una forma di scissione: da un lato devono infondere senso di sicurezza – diversamente non si darebbe un contesto adatto all’apprendimento –, d’altro canto, tuttavia, non si può ignorare che la strategia sul lungo periodo è stata pensata decisamente male. Se ciascun istituto riuscirà alla fine a garantire una parvenza di normalità agli studenti e alle famiglie, sarà doveroso riconoscerne il merito ai docenti e, insieme a loro, ai dirigenti, ai collaboratori scolastici, al personale di segreteria.

Le crepe dell’istituzione si vedranno, però, anche sotto un altro rispetto, quello dei saperi e della cultura. Se c’è una cosa che questa pandemia ci ha insegnato è che tra le incertezze di una scienza come la medicina, che resta empirica, le oscillazioni interpretative dell’epidemiologia e della statistica, la cattiva gestione della propria figura pubblica da parte degli esperti – prestatisi spesso alle sirene del  presenzialismo mediatico –, le incertezze delle politiche governative, la confusione nei social tra le fonti autorevoli e i ciarlatani, tutti noi siamo stati sottoposti a uno logorio cognitivo insostenibile: l’impressione che chi avrebbe dovuto sapere non sapesse, venisse smentito due giorni dopo aver rilasciato dichiarazioni che sembravano decisive ha gettato tutti noi in una situazione di angoscia e disorientamento intellettuale. I nostri studenti avranno bisogno di capire e di fissare qualche punto fermo. Noi insegnanti sapremo aiutarli, quando noi stessi non abbiamo informazioni chiare su come comportarci?

Comunità educanti come priorità

L’attesa di insegnanti, famiglie, studenti si muove ormai, con instabilità feroce, tra due (apparentemente) opposte polarità: da un lato lo scenario del rientro a scuola in presenza, tra incertezze sostanziali e paure; dall’altro, il timore dell’avvio, entro poche settimane dalla ripresa, di una nuova stagione di Didattica a distanza, che comunque per alcuni sarà già realtà il 14 settembre. Due scenari che porteranno i docenti a confrontarsi con inediti limiti materiali nell’esercizio della loro professione, limiti solo in parte già esperiti nei mesi precedenti che valgono specularmente anche per studenti e famiglie.

Eppure, se è vero che questi due scenari sollecitano differenti timori, comunque la si guardi resta la percezione che il problema non sia stato realmente affrontato. È mancata l’individuazione di un ordine di priorità in cui al primo posto ci fosse davvero l’intenzione di mantenere in vita le comunità educanti per quanto possibile in presenza. La reiterata affermazione del Governo che «la riapertura rappresenta una priorità» avrebbe dovuto implicare azioni conseguenti, che non sono venute, né sul piano del reperimento degli spazi, né su quello di un reale potenziamento degli organici e neppure sul piano sanitario, cioè quello più importante. Si è invece entrati nel campo della più stucchevole retorica propagandistica, in perfetta continuità con il passato.

È vero che si proviene da decenni di sostanziale vuoto sul piano dell’edilizia e del reclutamento, ma ciò non può giustificare il mancato tentativo, in cinque mesi, di immaginare delle alternative che non fossero solo funzionalistiche, cioè alternative pedagogiche. In questo senso, anche l’ipotesi della Dad, ormai fuori dalle spinte emotive dell’emergenza, non si è iscritta in un quadro di riflessioni consapevoli su alcuni aspetti cruciali, primo fra tutti il fatto che gli strumenti digitali non sono né neutri, né innocui. Non lo sono doppiamente perché, a un primo livello, dal tipo di dispositivo, dalle caratteristiche delle piattaforme e degli applicativi dipendono le modalità di erogazione della didattica. Basti pensare alle differenti piattaforme di videoconferenza e alla possibilità o meno di vedere tutti gli alunni simultaneamente, di condividere lo schermo, e così via. Ma gli strumenti digitali non sono neutri anche in quanto tali, semplicemente perché essi mediano la nostra percezione della realtà, e quindi la condizionano. Ora, il fatto che ciò rappresenti un’ovvietà non significa che su questo nodo non ci si debba interrogare. Mentre si assottigliano le opportunità di fare esperienza concreta del mondo, il ricorso massivo al digitale si è imposto pedagogicamente, e senza contraddittorio, come l’unica strada percorribile.

La giusta distanza

Questo sarà un anno scolastico extra-ordinario. Che ci piaccia o meno una sarà la relazione da cui deriveranno tutte le altre, e cioè quella col virus. Non potremo riprendere da dove ci eravamo lasciati, gettandoci tutto alle spalle, poiché non è finito niente: vivremo insieme al virus e qualsiasi nostra attività non potrà che esserne condizionata. Si tratterà di fidarci l’uno dell’altro senza pretendere l’impossibile: ognuno di noi sarà chiamato a fare ciò che gli compete, e già questo non è cosa da poco. Lo abbiamo visto in questa estate in cui non abbiamo potuto fermarci per dedicarci a progettare e a studiare, ma siamo stati chiamati a misurare, decidere ingressi, uscite, intervalli; abbiamo ripetuto a più voci che c’era un problema di trasporti, di spazi, di organico, di alunni per classe, di sicurezza e siamo stati trattati come apocalittici. La discussione è ormai confusa ed esasperata, e i docenti sono già l’un contro l’altro armati. Invece proprio ora c’è bisogno anche dell’ottimismo della volontà che permetta agli insegnanti di osservare la situazione con un certo distacco, affrontando e cercando di dominare gli eventi man mano che si presenteranno: con la paura e il panico non si può insegnare, ma nemmeno con l’improvvisazione e l’incoscienza. Sarà fondamentale provare a costruire relazioni solide e mantenere la giusta distanza: i dirigenti a cui molto, troppo, viene chiesto non cedano alla tentazione di fare da soli, ma continuino lavorare insieme al collegio e al consiglio d’istituto; i docenti non smettano di ricordarsi che sono anche intellettuali, evitino di dividersi tra martiri e assenteisti (nessuna delle due categorie fa bene alla scuola) e progettino considerando che la scuola è cambiata, che non si è alla disperazione e che il compito del docente è insegnare: lo si farà in modo diverso, ma ciò che conta è la sicurezza, e una progettazione sensata da parte del MIUR, tenendo conto del fatto  che tutto il personale lavorerà condizionato dal Covid, non solo gli insegnanti, ma anche i collaboratori scolastici e le segreterie, che avranno a che fare con procedure nuove e con decreti formulati all’istante a seconda di come si evolverà l’epidemia.

Le famiglie sono spaventate sia dalla prospettiva di tenere i figli a casa, sia da quella di mandarli in ambienti di apprendimento che sono sufficientemente sicuri. A loro verrà chiesto di fidarsi delle istituzioni e di rispettare le regole

E gli studenti? La loro natura è fare proprio il cambiamento. Se non potranno stare in banco col compagno o dovranno indossare la mascherina, sapranno trovare altre strade per riprendersi la loro scuola, e quella vita in cui, che sia reale o virtuale, desiderano ritornare.

Dad e competenze informatiche

Dalla Fondazione Agnelli giunge il monito di Gavosto: “Serve che i docenti adattino subito il loro modo d’insegnare, uscendo dalla logica della lezione tradizionale e sfruttando la varietà di strumenti didattici e tecnologici a disposizione. Occorre una campagna di formazione obbligatoria all’insegnamento online per tutti i docenti, certificata da agenzie ministeriali” (La Repubblica, 25/8/20, p. 27). Secondo la Ministra, il vuoto di digitalizzazione si colmerà (pare) con l’acquisto di PC e il reclutamento, tramite concorso, di docenti che abbiano finalmente le competenze informatiche necessarie; e il premier le dà man forte: “chiediamo nuove competenze, digitalizzazione, modernità” (La Repubblica, 22/8/20, p. 2). Il messaggio è chiaro: se la didattica a distanza non funziona, è perché i docenti non sono capaci di muoversi digitalmente e, antiquati nella logica e nei mezzi, si ostinano nella lezione tradizionale. Cosa si intenda con queste parole non è chiaro: la spiegazione frontale, la trasmissione dei contenuti disciplinari, oppure la verifica delle acquisizioni? Se usare la LIM, Youtube o una piattaforma basta a far moderna la lezione, la formazione obbligatoria all’insegnamento online si risolve in poco tempo. Se invece attraverso le piattaforme deve passare la didattica tout court, allora di tempo se n’è sprecato veramente tanto; e non l’hanno sprecato i docenti.

Nei sei mesi trascorsi dal debutto della DAD non è stato nemmeno ipotizzato di approntare una piattaforma ministeriale, unica per tutte le scuole, diversificata per ordine e grado, capace di garantire che le linee guida per la didattica disposte dal MIUR trovassero pure online il modo di attuarsi, che gli strumenti di verifica e valutazione fossero coerenti con quelle linee, che le famigerate competenze potessero essere perseguite (non soppiantate) con l’ausilio degli strumenti digitali. Quindi? Se (scenario per molte scuole verosimile) dal 14 solo metà classe tornasse nelle aule, l’altra metà connessa da casa; o se (scenario temuto, ma non impossibile) un nuovo lockdown imponesse ancora la DAD; o se (scenario normale) di quegli strumenti digitali i docenti continuassero a servirsi, si farebbe ricorso ancora alle piattaforme proprietarie? La piattaforma non è asettica. Una vale l’altra se, al mercato, ognuno compra quella che meglio gli pare. Ma, nel rispetto della didattica, dei contenuti e dei dati degli utenti, la prima cosa che il MIUR avrebbe dovuto fare sarebbe stato per realizzarne una ministeriale.

Partendo dal presupposto che la piattaforma in uso nelle scuole italiane dovrebbe essere del governo, per una ragione autoevidente, e cioè che la scuola è una pubblica amministrazione, si può pensare di fare tesoro di tutto ciò che è stato acquisito in termini di competenze nell’ultimo trimestre dello scorso anno scolastico. Si tratta di un patrimonio di esperienze, alcune delle quali molto positive, su cui forse è possibile ragionare su una didattica integrata che possa portare qualche forma di giovamento, non solo nell’emergenza, ma nel concepire una scuola diffusa, non ancorata agli ambienti fisici. I limiti di questa visione abbiamo avuto modo di vederli tutti: innanzitutto la disparità di mezzi economici; la presenza della rete sul territorio a macchia di leopardo, con particolare disagio per chi vive nelle campagne o nelle zone di montagna; le situazioni familiari, quelle di disagio socio-economico per cui la scuola rappresenta un momento quotidiano di monitoraggio non solo degli apprendimenti ma anche e soprattutto del benessere e della salute degli alunni. Sono questioni di difficile risoluzione nell’immediato, bisognerebbe attivare una rete di sostegno parallela a quella scolastica affidandosi alle cooperative, ma anche nel caso che si riuscisse in un’impresa del genere, bisognerebbe risolvere la questione delle tutele dei lavoratori, che per quanto riguarda le cooperative di educatori e psicologi è particolarmente spinosa. Cosa si intenda quindi per Didattica a distanza e come la didattica integrata potrebbe essere una risorsa per tutti in questa crisi è una questione complessa da affrontare, perché occorre una visione di insieme e un’idea di società inclusiva, che metta in evidenza in primo luogo il disagio e che non punti a premiare solo il potenziale competitivo di chi può farcela perché è privilegiato in partenza. Si tratta quindi di una questione di equità sociale, e non solo di tipologia e proprietà della piattaforma, di orari, di numeri e di preparazione del personale scolastico. Sarebbe il caso in questo momento storico di ripensare radicalmente l’idea di scuola come di un organismo vivo e che, soprattutto, non deve escludere né danneggiare nessuno.

Noi docenti

Si riprende quindi più o meno da dove abbiamo concluso. Quello che ci aspetta è un anno scolastico delicato, pieno di incognite che sono esattamente quelle che si sperava venissero risolte durante l’estate. Le aule sono le stesse, e per quanto il metro tra rime buccali avesse ridotto il metro di distanza tra le persone, abbiamo scoperto che lo spazio non basta. Eccezionalmente, allora, si potrà fare a meno del metro di distanza, purché gli studenti indossino la mascherina. Nel frattempo, gli insegnanti sono invecchiati di qualche mese e sempre più rientrano nel novero dei lavoratori over 55 a rischio, secondo l’indicazione dell’Inail, mai smentita e mai presa in carico da chi di dovere. I test sierologici volontari, la temperatura registrata prima di uscire da casa, il referente Covid, la responsabilità penale che nessuno vuole e che poi, se il passato si ripete secondo volute cicliche, ricadrà sui docenti che non potranno fare a meno di assumere anche questo onere, sono altrettante stazioni della risoluzione burocratica del problema che come polvere è già pronta ad accumularsi sotto il tappeto.

Ebbene, come sempre, i docenti si faranno carico del loro compito e faranno del loro meglio, come al solito, per scoprire preziose opportunità nelle imposizioni a cui non si può sottrarsi. Si studieranno dei modi per affrontare i problemi, e si cercheranno di mettere pezze sulle falle. Certo, non si può chiedere agli insegnanti di essere contenti nell’affrontare un inverno in cui senza dubbio si sentiranno di nuovo soli, in attesa di banchi monoposto con rotelle, che non si sa a cosa mai potranno servire e se e quando arriveranno nelle scuole del Paese. Almeno non si chieda di cantare dopo aver assistito all’ennesima prova di superficialità del ceto politico nell’affrontare i problemi della scuola. Ancora una volta le necessità della scuola come istituzione e delle persone che ci lavorano, e dei ragazzi che la frequentano, risultano sottovalutate. Come recita una formula passepartout in uso tra gli addetti ai lavori, di questo governo come di quelli che lo hanno preceduto si può dire che potrebbe fare di più se solo si impegnasse, e se fosse un po’ più attento al lavoro che si fa in classe… E chi è insegnante sa perfettamente che cosa si intende con questa formula. Non si è parlato che di scuola in questo ultimo mese, ma pare che ogni volta che il discorso sulla scuola diventa sovrabbondante, arriva nei bar, per strada, suggerisca che qualcosa di importante si sta muovendo nel corpo acciaccato del nostro Paese. Da una parte credo è un buon segno: parlare di scuola significa che esiste un’ansia sul futuro, su qualcosa di importante che riguarda tutti.

Le dimensioni delle classi

Anche questa redazione ha provato, come tutti, a stare dentro quell’esercizio collettivo di previsione su cosa accadrà in questo 14 settembre, si è combattuto con le domande, con la constatazione della complessità della situazione, con il ridondare molesto delle voci. Si è cercato di tenere a fuoco quelli che dal nostro piccolo osservatorio di insegnanti sappiamo essere dati di fatto, costruiti con l’esperienza, confermati dagli anni. Ci siamo ritrovati, infine, a riconsiderare quella che oramai è una convinzione non recente, ovvero che le classi non dovrebbero mai superare la soglia dei quindici studenti. Questa per noi è una certezza si potrebbe argomentarla semplicemente partendo da un assunto: il miglior insegnante sulla piazza con trenta alunni gestisce a fatica, con venticinque abbozza, con venti può insegnare, con quindici o meno studenti ha una percentuale ai limiti dell’infallibilità di portarli al meglio, tutti; il peggiore insegnante sulla piazza con trenta alunni prende aspettativa dopo un mese, con venticinque non fa nulla, con venti può forse gestire, con quindici o meno studenti ha la possibilità di fare al meglio il suo lavoro, con tutti. La soglia dei quindici studenti, la madre di tutte le riforme per quanto ci riguarda, da sempre, per una volta sarebbe divenuta anche necessità ineludibile data dalla contingenza. Si sarebbe dovuta tradurre con un’operazione tutto sommato semplice, adeguare l’organico di diritto, per un investimento che non solo ci avrebbe portato fuori dall’emergenza, ma che avrebbe scavato le fondamenta per il futuro più degno possibile per un Paese intero: avremmo fatto insomma di un periodo di crisi la pietra angolare su cui rilanciare il domani. Ciò avrebbe naturalmente innescato un processo virtuoso a partire da altri dati di fatto come quello degli spazi, dell’evidenza che le nostre scuole mediamente sono brutte e non all’altezza di ciò che ospitano e che reclamano, da tempo, un piano vero di ristrutturazione e ampliamento. Considerazioni semplici insomma, ma che danno la misura di quanto questa immobilità stia danneggiando un intero Paese.

 

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