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diretto da Romano Luperini

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Per “Leggere forte” a scuola

Leggere forte A dicembre 2019 è arrivato il mio primo lavoro. Psicologo novello, fresco di esame di stato, incerto come tutti sul suo futuro dai contorni nebulosi. Quand’ecco, quasi per caso, sono stato accolto nella carovana del progetto di “Leggere: Forte!”. E di una carovana si tratta a tutti gli effetti. Una carovana ben nutrita: il professor Federico Batini, alla guida del progetto, i vari formatori e collaboratori dello staff universitario, i volontari dei circoli LaAV (Letture ad alta voce) e poi noi, la squadra di 15 borsisti. Come viandanti, o, per restare in tema, come cantastorie erranti, abbiamo girovagato per tutta la Toscana.

Il progetto, voluto, finanziato e realizzato dalla Regione Toscana in collaborazione con Università degli studi di Perugia, Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana, Indire (Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa) e Cepell (Centro per il libro e la lettura del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo), ha infatti una dimensione regionale e riguarda il sistema dell’educazione e dell’istruzione di tutte le nove province e della città metropolitana di Firenze. A spingerci tutti su questa strada è la volontà di portare la lettura ad alta voce come prassi abituale nella quotidianità degli asili nido toscani. E poi, gradualmente, in tutte le scuole di ogni ordine e grado al fine di sostenere e favorire lo sviluppo delle abilità cognitive di base dei bambini e dei ragazzi, il potenziamento delle loro risorse intellettive, delle competenze relazionali ed emotive e lo sviluppo del pensiero critico e della creatività. Tutti aspetti che, come ci dicono le ricerche, beneficiano della lettura ad alta voce. Anzi, per la precisione il medico dice: un’ora di lettura al giorno tutti i giorni.

Il privilegio della lettura

Già, perché il male da combattere è ben radicato. Quasi un italiano su tre nella fascia di età 16-65, dati Ocse-Piaac del 2016 alla mano, è malato del così detto “analfabetismo funzionale”, ossia dall’incapacità “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. Ma anche senza scomodare le statistiche, i quadri che ci dipingono i nostri insegnanti nelle scuole sono preoccupanti: studenti in gamba, bravi, con ottimi voti, ma incapaci di arrivare a un livello di comprensione più profondo e personale dei testi. Questo nei casi migliori. In altri casi: un deserto di parole. E là dove mancano le parole, mi insegnano gli studi di psicologia, mancano le capacità di darsi senso, di leggersi, di attribuire un significato alle proprie esperienze che risuoni con il Sé che ci costruiamo. In altri termini: un terreno fertile per  il disagio emotivo.

 

Perché in fondo Eco aveva ragione: chi legge, diventato vecchio, avrà vissuto 5000 anni e tante vite. E da ognuna di esse potrà imparare ad affrontare la propria. Armi in più di cui spesso i nostri studenti sono sprovvisti, condannati a brancolare in un mondo superficiale con alla mano una mappa indecifrabile. E questo soprattutto riguarda gli ultimi, chi proviene da famiglie economicamente e socialmente svantaggiate, così come riguarda i bambini di lingua straniera che hanno difficoltà (o sono messi in difficoltà dalla nostra società) nell’integrarsi. Si tratta di contesti che non possono fornire ai figli gli stessi mezzi che ha a disposizione chi proviene da ambienti più fortunati. Come una palla di neve che rotola giù da una montagna, quei bambini arriveranno alla maggiore età con sulle spalle una valanga di opportunità perdute, di risorse in meno con cui far fronte alle sfide della vita. C’è poco da dire. Salvo miracoli, gli ultimi restano ultimi.

Il progetto “Leggere: Forte!” non ha di certo le pretese di essere quel miracolo. Piuttosto vuole affiancarsi agli sforzi di tanti professori e insegnanti per provare ad essere un argine iniziale a questa discriminazione, cercando di fornire a tutti, per quanto possibile, le stesse opportunità nell’unico ambiente su cui possiamo agire direttamente su larga scala: il sistema educativo. Non è poco, considerando che i bambini passano gran parte delle giornate a scuola o nei nidi. Ovviamente non basta. Anche le famiglie devono essere raggiunte, per invogliarle a riscoprire quel magico mondo della lettura che purtroppo stiamo mettendo in cantina come un oggetto desueto.

Il progetto Leggere: Forte!

Perciò eccoci a girare come matti, dalle ampie vie di Firenze alle sonnecchianti mulattiere dell’Amiata, dall’ombra delle torri di Monteriggioni, nella mia terra, alle onde spazzate dal vento di Piombino. Gli autovelox, nostri acerrimi nemici nelle mattinate concitate, a insidiarci dietro le curve più impensabili. Gli zaini di noi borsisti sempre pieni dei nostri strumenti di osservazione per raccogliere dati in tantissimi nidi toscani e insieme ai bambini che li popolano. Una mezz’oretta spesa a giocare con ogni bambino, perché per loro i nostri test sono poco più che giochi: “Mi indichi la palla?”, “Qual è la faccina del bimbo felice?”, “Cosa c’è disegnato qua?”.

I dati sono raccolti su un campione molto ampio (oltre 1500 piccoli partecipanti provenienti da nidi sparsi in tutte le 35 “zone per l’educazione e l’istruzione” della Toscana) e porteranno a confronto i bambini che hanno usufruito di un’ora di lettura ad alta voce al giorno per almeno 50 giorni con quelli che ancora non sono stati esposti a queste procedure di lettura più standardizzate (ovviamente le loro educatrici hanno portato avanti le solite modalità di lettura che vigevano nei loro nidi prima del progetto). L’obiettivo è quello di dimostrare, ancora una volta, anche nel nostro sistema educativo, come la lettura ad alta voce favorisca lo sviluppo di una miriade di risorse cognitive, emotive, socio-relazionali, logiche, immaginative, creative. Perché, che si voglia o no, è questo che il mondo richiede per poter affermare che quella che proponiamo è una buona prassi educativa.

L’accoglienza nei nidi che giriamo è quasi sempre positiva, accompagnata dalla serietà e dalla disponibilità delle educatrici, dalla speranza di fare, nel nostro piccolo, la differenza. E anche dalla stanchezza, sì, per l’impegno che il progetto richiede. Ma se noi abbiamo il nostro ventaglio di ricerche a dirci che la lettura ad alta voce funziona, le educatrici hanno le loro esperienze. E mentre aspettiamo di poter leggere il verdetto finale, sono le loro storie a tenere viva la nostra fede, al di là dei dati da accumulare, dei questionari, degli studi.

Ecco allora che galeotti furono gli albi illustrati nell’aiutare quel bambino di origine straniera, apparentemente ingestibile, a entrare in relazione con le educatrici, a sviluppare una vera ossessione per la lettura e a pronunciare le sue prime parole italiane. Ecco la soglia di attenzione alzarsi di settimana in settimana, con l’aumentare progressivo dei tempi di lettura. Ecco i bambini chiedere “ancora” quando le educatrici arrivano alla fine del libro e imparare a dire di cosa hanno paura quando sentono leggere “Il libro delle emozioni”.

Ecco, ancora, la Referente Coordinamento gestionale e pedagogico Infanzia della zona della Val di Cornia, Valeria Cattaneo, sottolineare - forse enfatizzando un po’ - l’aspetto rivoluzionario di questo progetto, che nelle zone dell’Empolese Valdelsa e della Valdera si estende anche alle scuole primarie e secondarie di primo e di secondo grado, per tutto l’arco dell’obbligo di istruzione. La rivoluzione di un’attività educativa svincolata dalla nostra ottica curricolare, dall’aspettativa abituale di produrre apprendimento e valutazioni immediate dei risultati dei bambini in termini di conoscenze quantificabili. Una tendenza che ci porta a dedicare molte più ore all’insegnamento della grammatica piuttosto che alla lettura. Svolgere lettura ad alta voce, secondo lei, è piuttosto un atto di fede, di fiducia nel fatto che questi momenti avranno ricadute positive a lungo termine sui bambini. Non solo sul loro sviluppo o sui loro risultati scolastici nelle varie materie, ma anche sulle persone che saranno quando, una volta cresciuti, prenderanno parte attivamente alla nostra società.

Così abituati a rispondere alle esigenze del mondo di oggi, che ci vincolano a tenere il passo con i programmi scolastici, a verificare l‘efficacia dei nostri modelli pedagogici e la preparazione degli alunni, perdiamo forse di vista il profondo significato del termine “educazione”. Ed è bello che questo progetto riesca a recuperarlo pur rispondendo a queste stesse esigenze di “testata efficacia”. Perché le parole sono importanti e l’etimologia di “educare” deriva dal latino educere: trarre fuori, allevare. Implica dunque, come base fondante, la relazione tra chi alleva e chi è allevato. E il nutrimento che passa attraverso questa relazione non è costituito tanto dalle nozioni, ma dall’intimità tra insegnante e allievi. Senza, le nozioni non attecchiscono. Sta agli insegnanti, pur con tutte le difficoltà che si possono trovare di fronte, riuscire a stabilire una relazione di fiducia e passione con i loro studenti, il vero fertilizzante per le loro menti.

La coccola della lettura

La lettura ad alta voce assume valore educativo proprio perché si fonda, in modo disinteressato, su questo rapporto, sulle radici profonde che si possono ramificare tra maestro e bambini. Sulle ali della voce degli educatori, dei maestri, dei professori, si può stabilire quel legame emotivo di cui hanno bisogno gli studenti. Ed ecco, per citare ancora la nostra Referente zonale, che la lettura ad alta voce diventa una “coccola”, un momento per riprendere fiato e per godere insieme della lettura semplicemente perché è bello così. Poi si vedrà.

Ecco l’importanza della lettura, che può diventare ponte per momenti di vera affettività. Ecco perché, oltre ai banchi di scuola, dovrebbe essere recuperata anche sui divani, sui letti, nelle cucine delle nostre case, ovunque si riesca. Tra genitori e figli, tra nonni e nipotini. Forse ora più che mai, viste la chiusura delle scuole e la crisi sanitaria che ci troviamo ad affrontare.

In questo periodo le nostre macchine hanno dovuto fermarsi e smettere di girare impazzite per la Toscana, ma “Leggere: Forte!” non si è fermato. Se i nidi e le scuole sono chiuse e i bambini a casa, noi borsisti proviamo a entrare nelle loro case da lontano, attraverso audio e video-registrazioni delle nostre (a volte buffe, ve lo assicuro) letture ad alta voce. E in breve alle nostre voci si sono aggiunte quelle di centinaia di educatrici. Così facciamo vedere che l’educazione c’è e vuole continuare a esserci per tutti, senza esclusioni, anche ora. Soprattutto per gli ultimi.

La lettura intima, a bassa voce, di Sant’Agostino non basta più, non è sufficiente. Per carità, per chi già è portato va benissimo, non dimentichiamoci che è stata un passo avanti storico rispetto alla lettura declamata degli antichi, in quanto ha favorito una comprensione più profonda e intima del testo. E al tempo andava bene, perché erano in pochi a saper leggere e non faceva poi tanto scalpore che la cultura restasse in mano a quei pochi. Oggi invece ci aspettiamo ed esigiamo giustamente che la cultura sia equamente distribuita e che tutti possano farsi padroni della propria crescita con spirito critico. Ma nella situazione in cui ci troviamo aspettarci che gli ultimi acquisiscano l’amore per la lettura autonomamente è come sperare che l’acqua bolla senza averla messa a scaldare sul fuoco. Per questo è necessario fare un passo indietro rispetto a Sant’Agostino e far sì che gli insegnanti alzino la voce e tornino ad essere gli aedi di una buona cultura condivisa. Forse così il fuoco si accenderà.

 

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