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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Settembre, torniamo a scuola -commenti a caldo sulle indicazioni del comitato tecnico

DSC07260 Una telefonata

Venerdì sera, telefonata serale con Flavia, una di quelle persone per cui la scuola non è retorica, griglie tabelle e burocrazia spiccia, ma vita quotidiana, problemi da risolvere e gioie conquistate sul campo, insieme a ragazzi e famiglie.

“Ciao Fla, lette le indicazioni per il rientro a settembre?”

“Oh Linda non fosse che c’è da piangere, mi verrebbe da ridere”

“Ah chi lo dici, l’unica cosa certa è che non c’è nulla di certo”

“Dunque niente temperatura misurata all’ingresso e responsabilità alle famiglie, andiamo bene. Distanziamento in classe, va bene, ma nei corridoi dove li mettiamo? E gli arrivi come si fa? A me pare che di concreto non abbiano detto nulla. In palestra due metri di distanza, ma gli spogliatoi?”

“Beh non è il ritornello di questa pandemia? Slogan, idee confuse e generiche che noi in un modo o nell’altro dobbiamo rendere concrete?

Segue un’interminabile sequenza di lamenti su quello che è stato e che sarà, sul virus e su questa didattica a distanza, sulle ultime trovate burocratiche da compilare quando siamo ormai stremati, su un esame di licenza che più confuso non poteva essere. Poi di colpo tacciamo in sincrono, per prima Flavia sbotta:

“Ma sai che c’è? Se ce lo permettono da fine giugno ci troviamo a scuola e proviamo a mettere giù due o tre scenari, altrimenti lo facciamo a distanza.”

“Hai ragione, dovremmo partire dall’elencare le criticità e possibili risoluzioni”

“Ad esempio per le ore da 45 minuti potremmo ipotizzare, dove possibile, blocchi da due,  altrimenti non hanno senso, e di conseguenza stabilire un orario flessibile per i docenti e i ragazzi che cambi una volta al mese”

La classe è, e deve continuare ad essere, una comunità ermeneutica. Non una community.

bd3346ba561b5b55180dd1441a09d1ee L Partiamo dal significato della parola ‘comunità’. Secondo il dizionario, la comunità è un insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni”. La classe, possiamo agevolmente convenire, corrisponde a pieno titolo a questa definizione, rispettandone ogni elemento che la descrive. Immaginata in un’aula scolastica, essa assume anche una dimensione fisica concreta, configurandosi come un luogo stabile e costante che si contrappone ai non luoghi che, secondo Marc Augé, infestano questa nostra vorticosa e inafferrabile surmodernità.

Se la filosofia e la sociologia non ci bastano, possiamo approfondire questo concetto anche avvalendoci della moderna scienza evoluzionista, che sviluppa con esperimenti di laboratorio l’antica e sempre valida osservazione empirica di Aristotele che l’uomo è un animale sociale.“La comunità è ciò che fa girare il mondo. In questo senso siamo in piena sintonia con il nostro retaggio di primati: la caratteristica distintiva delle scimmie e delle scimmie antropomorfe è la socialità, spesso una forma di socialità molto intensa.” Così scrive l’antropologo e psicologo Robin Dunbar, insieme a una nutrita compagnia di etologi, biologi e psichiatri di tutto il mondo. E con buona pace di chi crede che a questa socialità creaturale, fisica, incarnata, incorporata, la scuola possa mai rinunciare. Covid o non Covid.

Insieme, in classe, formiamo una comunità. Una comunità che educa e in cui ci si educa, in cui insegniamo e impariamo, componendo un tessuto dialogico in cui i fili della trama della speculazione pedagogica si intrecciano con quelli dell’ordito dell’educazione maieutica in atto, ed in cui pensiero e azione, razionalità e affettività agiscono e re-agiscono in sincronia. Solo un’educazione concepita come concreta esperienza creativa collettiva di liberazione, intellettuale e emozionale a un tempo, ed esperita come il tentativo, in un percorso comune, co-educativo, del superamento della nostra ontologica, individuale, ‘inconclusione’ di esseri umani, può aiutarci ad essere ‘persone più persone’, può consentirci, come suggerisce il pedagogista brasiliano Paulo Freire, di ‘essere di più’.

La dimensione comune in cui si dà questa possibilità di sentire e implementare, insieme all’Altro, il Sé come progetto esistenziale, al di là di ogni paralizzante determinismo, è, nell’aula scolastica, una dimensione politica. Il dialogo educativo, che non si esaurisce nel semplice incontro vicendevole Io/Tu o Me/l’Altro, ma diventa ‘esperienza di comunione’ più ampia e significativa, in un percorso di umanizzazione potenzialmente infinito, è un dialogo politico (politikòs, che attiene alla polis), perché situato in una realtà che è sempre storica, materiale e creaturale. E che deve essere sempre interpellata e agita in modo critico e analitico, riconoscendo i suoi aspetti coercitivi visibili e invisibili, facendo leva sulle sue contraddizioni, rifiutando la logica fallace della neutralità e combattendone ogni disumanizzante deriva.

Leggere e scrivere poesie in classe, a distanza

LovingVincent  Il 9 marzo 2020 usciva il mio articolo leggere e investigare poesie in classe, in cui raccontavo la prima parte di un progetto che aveva come obiettivi incontrare, leggere e imparare a decodificare e commentare il testo poetico, ad esso si sarebbe poi aggiunta la seconda parte: scrivere.

Nel frattempo il mondo si è fermato.

Non racconterò delle perplessità che avevo su fare un laboratorio di scrittura a distanza, non racconterò di come questo non sia il lavoro che sono abituata a fare, non dirò dei limiti, né voglio che il percorso che racconterò venga interpretato come grande risorsa e grande risultato. Si è trattato di lavorare in emergenza e di farlo seriamente, consapevole del fatto che mi sarebbero venuti a mancare due assi portanti del mio laboratorio: le consulenze individuali e tra studenti e la discussione in classe.

Prima di partire

Le domande che mi sono posta sono state queste:

  • Come posso rendere sempre più autonomi i ragazzi? Far in modo che provino a sperimentare da soli?
  • Come posso guidarli passo passo nella costruzione del nostro percorso di lavoro?
  • Come posso sopperire alla mancanza dell’accompagnamento in classe, della negoziazione dei significati tipica delle lezioni in classe?

Ho scelto quindi di proporre le lezioni in forma scritta, suddividendo giornalmente le attività da fare e corredandole con video lezioni di spiegazione sul testo, sulle attività che avrebbero dovuto svolgere. Il momento della condivisione è stato garantito dalle nostre chat letterarie: momenti in cui abbiamo discusso in forma scritta dei testi degli autori presentati nel file e delle difficoltà incontrate.

Per le consulenze di scrittura, i momenti in cui ciascun ragazzo si confronta con me sul suo testo, siamo ricorsi a video lezioni in piccoli gruppi.

Potete consultare l’intero percorso a questo link

Didattica a distanza: domande, retorica, burocrazia

elearning 862x633 1 Giorno 8 maggio 2020, quando questo pezzo di Luisa Mirone era già nella scaletta della nostra redazione, è apparso su La Repubblica l’articolo di Alberto Asor Rosa intitolato “Scuola, elogio della classe”. Poiché ci sembra che alcuni dei temi toccati da Asor Rosa siano presenti anche nel pezzo della nostra redattrice, ne anticipiamo la pubblicazione, rispetto a quanto programmato, con l’auspicio che possa contribuire ad alimentare una riflessione evidentemente condivisa e a estendere l’attenzione su questioni ulteriori che la cosiddetta Didattica a distanza porta con sé. 

Le domande della D. a D.

Lo capiremo sulle lunghe percorrenze se gli insegnanti d’Italia siano stati, di fronte alla pandemia, bravissimi o inefficaci. A occhio e croce, al netto di comprensibili esitazioni, perplessità, incertezze, al netto di ritardi o diffidenze digitali, direi che non se la siano cavata male e che, nel complesso, valga per loro l’adagio del maestro Manzi: ogni insegnante fa quel che può e quel che non può non fa. E questo vale nell’aula vera come in quella virtuale. Nei confronti dell’aula vera in questo momento – lo confesso – nutro desiderio e rimpianto, la accarezzo nel pensiero con nostalgia, la guardo come, da bambina, il cappello del prestigiatore o la borsa di Mary Poppins: per me l’aula è un contenitore magico, piccolissimo e immenso, per nulla asettico e, per questo, rischioso ed emozionante. Vicinanza e distanza. Odori. Chiasso, silenzio, brusio. Caldo, freddo. Sguardi, occhiate, sbadigli. Gesti. Spazio tridimensionale, di accadimento e di interazione autentica, e dunque spazio democratico. Palcoscenico per rappresentazioni uniche, senza replica.  Ammetto che questa idea serpeggiante della pandemia come correttore delle cattive abitudini dei docenti mi suscita l’orticaria; tuttavia non posso negare che l’aula virtuale mi abbia messo di fronte non solo alle risorse inesplorate della tecnologia e dei suoi strumenti, ma a un universo di sensi e rapporti nel quale sino in fondo non mi ero addentrata mai: il mio ruolo, le mie responsabilità, i miei doveri di insegnante sono cambiati ora che insegno a distanza? Se cambiano gli strumenti dell’approccio disciplinare, cambia lo statuto della mia disciplina di insegnamento? La didattica della letteratura esce vincente anche da questa prova inattesa? E, se sì, perché? Se no, perché? Perché alcuni studenti sono entrati in rapporto reale con me solo da quando il rapporto è diventato virtuale? Perché sentono il bisogno continuo di scrivermi e accertarsi che quello che stanno facendo sia non corretto, ma giusto? Sono soltanto alcune delle mie domande (altre proverò a farle emergere via via, nel corso di questa riflessione), ma sono quelle che hanno stravolto modalità e significati del mio lavoro di docente.  È con questo che ci dobbiamo confrontare. È su questo che mi sembra che dovremmo ragionare con calma ma urgentemente. Invece, ancora una volta, con perfetta corrispondenza tra scuola in presenza e scuola virtuale, l’urgenza sembra essere tutta e solo burocratica. Riuniti puntualmente e virtualmente consigli di classe, dipartimenti, collegi docenti, coordinatori, dopo un primo, volenteroso giro di opinioni, attraverso il quale si tenta di dare voce alle domande di cui sopra, e a molte altre ancora, arriva inesorabile la stroncatura: «Colleghi, scusate, il tempo a nostra disposizione è poco, veniamo alle questioni urgenti». E le questioni urgenti sono ritenute queste: registrare, verbalizzare, approntare una griglia.

Se sulla scuola a distanza un’insegnante…

6f3cdd99c12de9f26c4268f7120b98fc Stai per leggere l’ennesimo post o articolo sulla scuola a distanza al tempo del coronavirus. Oppure stai per guardare un’intervista, un tutorial o un podcast che illustrano i 10 modi migliori per fare lezione con la DaD. E’ uno strano momento storico questo, nel quale la concatenazione tra un virus aggressivo, le politiche di lockdown, il distanziamento sociale e la paura diffusa che tutto ciò ha provocato sembrano aver messo in crisi le società contemporanee globalizzate. Sono in molti ad interpretare questo momento come una frattura storicamente significativa. Nelle analisi ritorna spesso la frase: ‘niente sarà più come prima’. Ci dicono: ‘al lockdown seguirà una crisi economica da cui sarà difficile riprendersi’ o ‘sul piano politico, ci aspetta una fase nella quale crescerà il grado di controllo che i governi eserciteranno sulla sfera individuale’. E ancora: ‘il distanziamento provocherà una trasformazione del nostro modo di vivere le relazioni sociali’. A questo si aggiunge con sempre maggiore frequenza anche: ‘l’educazione, la scuola e l’università cambieranno radicalmente dopo l’esperienza della DaD’. Ecco, su quest’ultimo aspetto ti senti particolarmente coinvolta.

Sei un’insegnante ed hai appena fatto la tua lezione utilizzando una piattaforma per l’e-learning, un programma per videochiamate o magari Facebook o YouTube. Hai fatto un grande sforzo e la tua lezione è andata bene. Nella scelta dello strumento, hai seguito le indicazioni della tua istituzione, del MIUR, quelle di un editore, di un esperto, di un tutorial online, magari di un amico/a. Sei soddisfatta e sai che in questa fase è la cosa giusta da fare ed è difficile fare di meglio. Eppure, ci sono delle domande sulla tua esperienza come ‘insegnante a distanza’, sugli strumenti che utilizzi, sul tuo ruolo, sui risultati che riesci ad ottenere che non ti lasciano tranquilla. Sei disorientata e cerchi risposte.

La DaD e le tecnologie per l’apprendimento: tanta confusione concettuale!

2020 Decamerone e storie in videochiamata

boccaccio decamerone La letteratura per costruire mondi possibili

Nei momenti difficili, si sa, ognuno si rivolge ai propri credo con tutte le sue forze. Ad esempio io credo che la letteratura serva a costruire mondi possibili.

Per me il presupposto di fare letteratura alla scuola secondaria di primo grado resta valido e … cerco di prenderlo molto sul serio, alla lettera. Ma perché la grande letteratura italiana dovrebbe essere interessante per dei millenials di una variopinta classe multiculturale? Cos’hanno da offrire loro Dante, Boccaccio, Petrarca? L’indiscutibile universale bellezza delle loro opere richiede ancora un po’ di crescita perché possano, forse un giorno, rileggendo qualche passo comprenderla pienamente. E dunque che fare? Rinviare alle scuole superiori? Al liceo? Ma quanti faranno il liceo? Quanti arriveranno al capolinea del diploma di “maturità”? L’idea, forse un po’ apocalittica, che qualcuno di loro resti escluso per sempre da un seppur fugace incontro con questi giganti è per me intollerabile. E così ogni anno mi spertico nel cercare un aggancio per introdurli e farglieli percepire vicini, utili. Quest’anno mi è venuto facile.

2020 Decamerone

1. Passo: l'avvicinamento

Prima di prendere in mano un testo molto complesso come il Decamerone, considero necessario introdurre l’autore-personaggio. Il lavoro sui “cenni biografici” prende spunto dagli aspetti che consideriamo salienti per farci un’idea su qualcuno che non conosciamo. Insieme ai ragazzi e alle ragazze della classe 2^ costruiamo i campi di un ipotetico profilo di Facebook, come se volessimo davvero aprirne uno. Purtroppo con ragazzi minori di 13 anni non si può fare realmente, ma potrebbe essere molto interessante farlo, per avviare uno scambio attraverso i social, sul modello della “intervista impossibile”. Per riempire la scheda-profilo propongo loro un materiale video; in genere mi avvalgo di quelli messi a disposizione da Treccaniscuola.it, e poi c’è il libro di testo. Il mio ruolo in questa fase è quello di facilitare la comprensione di alcuni passaggi storico-culturali. L’elaborato che devono consegnare i ragazzi deve avere tutte le caratteristiche di un vero profilo Facebook: con tanto di immagine e post al quale rispondere. Per evitare che scorrazzino selvaggiamente su internet, fornisco io una selezione di materiali tra i quali liberamente scegliere.

Del senso comune perduto. Rivisitazione di due libri troppo fortunati: Morin, La testa ben fatta; Nussbaum, Non per profitto /2

leonardo da vinci uomo vitruviano Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento su La testa ben fatta e Non per profitto (la prima parte si può leggere qui), contenente un’analisi del libro di Martha Nussbaum e una conclusione comune.

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Se La testa ben fatta di Morin è ormai un classico sull’interdisciplinarità, Non per profitto di Martha Nussbaum appartiene al florido genere della “difesa della cultura umanistica”. Il libro non contiene in effetti osservazioni molto originali o profonde sull’arte e la letteratura; è però interessante perché ne inquadra i compiti formativi entro la discussione di un più ampio problema etico (l’autrice è una filosofa morale): quello della «vita buona», degna di essere vissuta, della filosofia classica. Intorno a questo tema si manifesta peraltro la convergenza più evidente con l’altro autore: l’arte è lo strumento principale per l’espressione e la realizzazione di una «sensibilità simpatetica» (Nussbaum) e di un’«etica della comprensione umana» (Morin).

Difesa della cultura umanistica: pensiero critico, arte, cittadinanza globale

Il discorso di Nussbaum tiene insieme la dimensione pedagogica e quella etico-politica, ma non è privo di risonanze che potremmo definire spirituali, anche se di una spiritualità laica e immanente:

«Se l’autentico scontro di civiltà è, come io credo, uno scontro interno all’anima di ciascuno di noi, dove grettezza e narcisismo si misurano contro rispetto e amore, tutte le società contemporanee sono destinate a perdere a breve la battaglia, se continueranno ad alimentare le forze che inevitabilmente portano alla violenza e alla disumanità e se negheranno appoggio alle forze che educano alla cultura del rispetto e dell’uguaglianza» (p. 154).

La triade dei saperi di una cultura umanistica all’altezza dei nostri tempi è per la studiosa composta da:

  1. logica, intesa come cura dell’arte dell’argomentare (in senso socratico, dialettico e fortemente anti-sofistico);
  2. letteratura e arti, utili allo sviluppo di un’«immaginazione narrativa» capace di far assumere il punto di vista altrui e di garantire così empatia e socialità;
  3. saperi fattuali come la storia globale e la cittadinanza del mondo, per uscire dalle angustie delle tradizioni culturali nazionali e aprirle allo studio dell’altro e delle minoranze.

La scuola che verrà? Una mappa per prepararsi

0 2aws3oiz In questo periodo di social distancing si sta sviluppando un profluvio di interpretazioni sull’emergenza Covid19. La quarantena crea un vuoto di relazioni sociali che si cerca di riempire tecnologicamente mediante le digital technologies e simbolicamente mobilitando una molteplicità dei framework culturali. Vi sono, dunque, diverse letture su ciò che sta accadendo e su ciò che accadrà, quando l’emergenza finirà e si potrà ritornare alla normalità. Un eccesso che compensa una assenza e che può sedare, oppure moltiplicare le ansie. Si tratta di un meccanismo che si sviluppa in ogni dinamica della emergenza e soprattutto quando si tratta di assorbire ciò che appare come radicalmente altro rispetto a ciò che ci è familiare. L’irruzione del perturbante, come direbbe Freud, che sconvolge le nostre vite. O del cigno nero un evento del tutto imprevedibile che verrà poi catalogato e razionalizzato come prevedibile (Taleb, 2014).

Un punto di partenza è nel riconoscere lo stato d’eccezione dell’emergenza Covid 19. Si tratta di una singolarità, un evento in cui la storia improvvisamente accelera e che sembrerebbe portarci ‘fuori dal mondo’, dalle coordinate del pensiero e dei nostri spazi concreti (quasi un iper-oggetto nel senso di Tim Morton, 2018). Ma è davvero così? La pandemia si è tradotta in un impulso alla digitalizzazione della scuola e delle università, nell’ambito di una più generale brusca accelerazione della digitalizzazione del ‘sociale’ (come dimostrato dalla generalizzazione dello smart-working). Le tecnologie sembrano offrire una immediata soluzione al problema della chiusura; potendo offrire una forma di scuola, la didattica a distanza. Non tutti sono, però, leggono l’impulso alla digitalizzazione allo stesso modo e quindi, si può provare a costruire una prima mappa delle posizioni. Per definirle, si può provare, in modo provvisorio, ad identificare le diverse letture e le relative teorie dell’azione.

Una prima posizione è quella degli stiliti. I santi stiliti nel Medioevo vivevano sulle colonne. Era una scelta ascetica per elevarsi verso Dio. Di tanto in tanto predicavano verso le folle, ma il loro sguardo tendeva verso una dimensione trascendente. In questa categoria ci sono coloro che hanno preferito una posizione destituente: la soluzione digitale è un simulacro della vera scuola. La teoria dell’azione è quindi l’azione inoperosa: si permette solo la critica allo scopo della decostruzione permanente. Lo scopo in fondo è quello di mantenere un’idea di scuola, un ideale, peraltro molto nobile, ma che sembra anche in condizioni di normalità molto lontano dall’essere realizzato. Per costoro nel corso dell’emergenza insegnanti e studenti dovrebbero rimanere a casa, prendersi una pausa, riflettere, leggere un libro (cartaceo naturalmente). Si potrebbe definire come una posizione apocalittica che annuncia la fine del mondo.

La scuola ai tempi del Covid-19 /5

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In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne alcuni. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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(In)“sostenbilità operativa, giuridica e amministrativa”

 

L’abbiamo sempre data per scontata… la libertà. Poi arrivano certe ventate della storia e la cancellano, in un attimo. Mariangela Gualtieri, l’ha scritto in modo mirabile: adesso lo sappiamo quanto è/ triste/ stare lontani un metro. Quello che ci manca è l’alterazione della nostra natura di animali sociali, fatti strutturalmente per la relazione. Ma c’è l’epidemia, va così, dobbiamo accettarlo: distanziamento sociale, contenimento del coronavirus.

Eppure c’è uno spazio in cui è proprio inaccettabile la perdita della libertà, perché si tratta di una dimensione in cui nulla, neppure l’emergenza sanitaria, la giustifica: lo spazio della scuola.

Se ne è parlato tanto, giornali  e notiziari hanno affrontato il tema della didattica a distanza, hanno considerato tutte le sfaccettature della questione: indigestione di tecnologia, connessioni che non sempre reggono, collegamenti live tra docenti e studenti, videoconferenze che salvano la dimensione dialogica e relazionale della scuola, docenti che fanno tanto, si industriano ad usare piattaforme, vanno oltre il loro orario di servizio inseguendo la disponibilità di reti sovraccariche, si sforzano di alleggerire situazioni complicate, reprimono il più possibile la loro tristezza, ansia, preoccupazione, cercando di far emergere compostezza, competenza, professionalità. Tutto bene.

Poi, il 17 marzo, il Ministero dell’Istruzione pubblica la nota 388: “Indicazioni operative per le attività didattiche a distanza”. Si delineano adempimenti, quadri di riferimento: in breve, imposizioni che incombono come una scure su una realtà già umanamente affaticata – come è ovvio, dato il momento emergenziale – e, soprattutto, tecnicamente disomogenea

Per “Leggere forte” a scuola

Leggere forte A dicembre 2019 è arrivato il mio primo lavoro. Psicologo novello, fresco di esame di stato, incerto come tutti sul suo futuro dai contorni nebulosi. Quand’ecco, quasi per caso, sono stato accolto nella carovana del progetto di “Leggere: Forte!”. E di una carovana si tratta a tutti gli effetti. Una carovana ben nutrita: il professor Federico Batini, alla guida del progetto, i vari formatori e collaboratori dello staff universitario, i volontari dei circoli LaAV (Letture ad alta voce) e poi noi, la squadra di 15 borsisti. Come viandanti, o, per restare in tema, come cantastorie erranti, abbiamo girovagato per tutta la Toscana.

Il progetto, voluto, finanziato e realizzato dalla Regione Toscana in collaborazione con Università degli studi di Perugia, Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana, Indire (Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa) e Cepell (Centro per il libro e la lettura del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo), ha infatti una dimensione regionale e riguarda il sistema dell’educazione e dell’istruzione di tutte le nove province e della città metropolitana di Firenze. A spingerci tutti su questa strada è la volontà di portare la lettura ad alta voce come prassi abituale nella quotidianità degli asili nido toscani. E poi, gradualmente, in tutte le scuole di ogni ordine e grado al fine di sostenere e favorire lo sviluppo delle abilità cognitive di base dei bambini e dei ragazzi, il potenziamento delle loro risorse intellettive, delle competenze relazionali ed emotive e lo sviluppo del pensiero critico e della creatività. Tutti aspetti che, come ci dicono le ricerche, beneficiano della lettura ad alta voce. Anzi, per la precisione il medico dice: un’ora di lettura al giorno tutti i giorni.

Il privilegio della lettura

Già, perché il male da combattere è ben radicato. Quasi un italiano su tre nella fascia di età 16-65, dati Ocse-Piaac del 2016 alla mano, è malato del così detto “analfabetismo funzionale”, ossia dall’incapacità “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. Ma anche senza scomodare le statistiche, i quadri che ci dipingono i nostri insegnanti nelle scuole sono preoccupanti: studenti in gamba, bravi, con ottimi voti, ma incapaci di arrivare a un livello di comprensione più profondo e personale dei testi. Questo nei casi migliori. In altri casi: un deserto di parole. E là dove mancano le parole, mi insegnano gli studi di psicologia, mancano le capacità di darsi senso, di leggersi, di attribuire un significato alle proprie esperienze che risuoni con il Sé che ci costruiamo. In altri termini: un terreno fertile per  il disagio emotivo.