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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Insegnare l’ignoto: Tristan da Cunha

 

Tristan Da Cunha Il dito sul mappamondo

Quando eravamo bambini, quelli della mia generazione almeno, giocavamo al gioco del mappamondo. Si faceva girare velocemente il globo e poi lo si bloccava di colpo con l’indice poggiato in un punto a casaccio: quello sarebbe stato il posto dove saremmo andati a vivere da grandi. Io, come credo molti, l’indice non lo poggiavo mai in un punto a casaccio, piuttosto, con gli occhi puntuti mi sforzavo per quanto possibile di beccare ogni volta l’oceano, i poli, un posto il più sperduto possibile. Per me, che bambino ero stato iniziato all’esercizio dell’immaginazione dagli Stevenson e dai Salgari stropicciati della bibliotechina della mia scuola elementare, sarebbe stato avvilente condannarsi con l’indice a un futuro banale in Russia, nelle Americhe o peggio di tutto in Europa.

Il dito su Google Earth

Crescendo ho continuato a coltivare una gran passione per atlanti, carte, odeporiche, finché, più o meno a metà degli anni Zero, sono stato folgorato sulla via di Damasco dall’apparizione di Google Earth: strumento incredibile che con una manina digitale, un + e un - sulla destra dello schermo era (è) in grado di trasumanarci all’istante in un dio, in un deus ex machina qualunque, capace di sbatacchiare il globo a destra e sinistra, in alto in basso, per precipitare infine di colpo su un qualsiasi punto del mondo, fino a vederne il tetto, la strada, la pattumiera presente in quello e in ogni metro quadrato possibile della terra. Nano sulle spalle dei giganti, fantasticando sulla faccia di un Tolomeo, di un Galileo o di un Magellano che mi spiavano increduli, il gioco del mappamondo è diventato, da adulto, quello dell’esplorazione serale su Google Earth delle vie delle città che non ho visto e che mai vedrò, delle praterie patagoniche e dei deserti nord americani, delle città più fredde del mondo in Siberia e della capanne di fango sudanesi, della via di casa mia a Ponte San Giovanni e di quella dei miei avi sardi in Barbagia, oramai sepolta sotto un campo sportivo.

Il vecchio capitano. Fatti, immagini e figure: Storia e storie di alfabeti fantastici

img800 attentato bataclan arrestato uno dei presunti autori 145840 Pubblichiamo, parzialmente rielaborato, l’intervento, del nostro  redattore Alberto Bertino al XXIII Congresso ADI (Pisa, 12-14 settembre 2019; panel ADI SD «Letteratura e nuove tecnologie: intrecci di linguaggi e narrazioni nella scuola»).

L’invito al viaggio

Il 13 novembre 2015 Parigi fu colpita da una serie di attentati organizzati dallo quello che si proclama “stato islamico”, meglio noto come ISIS, suscitando preoccupate e contraddittorie reazioni emotive nel mondo. Il fatto più sanguinoso avvenne in un teatro, il Bataclan, in cui si stava svolgendo il concerto del gruppo rock statunitense Eagles of Death Metal. Si contarono 90 morti tra gli spettatori del concerto. Tra di essi era un’italiana, Valeria Solesin, dottoranda alla Sorbona. Aveva 28 anni.

Naturalmente un fatto tanto grave ha avuto una vasta eco anche nelle aule scolastiche. Una seconda liceo linguistico in cui insegnavo pare che non avesse corrisposto al cordoglio generale o che qualcuno degli alunni non fosse adeguatamente informato. Fatto sta che i ragazzi di quella classe mi chiesero di intraprendere un lavoro che potesse inequivocabilmente dimostrare «a tutti», come loro si espressero, quanto i fatti di Parigi e la strage del Bataclan li avesse, invece, profondamente colpiti.

Il punto di partenza del nostro lavoro è stato cercare di capire l’accaduto usando l’emozione come elemento chiarificatore della realtà e non come schermo deformante che offrisse comode semplificazioni. Compito necessario e arduo che si pone ad ogni individuo consapevole e che deve essere assunto da un insegnante che prova ad individuare nel fatto improvviso e traumatico una linea di senso del reale: il dramma della storia nel suo farsi depositato nel racconto della storia che si è vissuta. Ho cercato di indurre fin dalle prime battute di questo percorso, di cui non intravedevo chiaramente i confini, la possibilità di sfrondare il processo dialettico dagli schematismi immobilizzanti del determinismo. La sintesi che doveva risultare sarebbe stata costruita attraverso l’accettazione della possibilità di un gran numero di variabili dettate dalla diversità degli individui e delle società e delle culture. Il relativismo culturale non è negazione della dimensione etica. E giudicare i fatti esclusivamente dal punto di vista di una morale oscura la possibilità di comprenderne la genesi e il senso. Chi è convinto di combattere per la divinità e di compiere azioni che lo condurranno in paradiso è certo di agire eticamente. Comprendere questo atteggiamento non significa affatto giustificarlo. Significa, invece, mettere in atto strumenti culturali capaci di opporre una difesa rispetto a fanatiche certezze. Ho a lungo discusso con i ragazzi, e infine abbiamo condiviso il convincimento che il pluralismo è l’unica via d’uscita che consenta all’umanità di salvaguardare alcuni essenziali valori comuni pur nella diversità delle culture e delle società. Compito che il multiculturalismo non può né vuole garantire (G. Sartori, 2002). Si tratta di una consapevolezza che nel tempo si è sedimentata nelle coscienze. A distanza di cinque anni sono certo, senza l’uso di alcuna griglia, che si tratta di un’acquisizione comune a tutti i componenti di quella classe, oggi giovani che si muovono nel mondo tra università e lavoro, in Italia e all’estero.

La forza dell'utopia. Una riflessione sull’attualità di Ivan Illich

 71t+IIJoxQL.jpg A cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, esce una nuova edizione italiana dell’opera di Ivan Illich Deschooling society (Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, 1971, ora Mimesis 2019). L’opera conserva intatta tutta la sua carica di idealismo e di verità, come traspare dalle considerazioni conclusive del libro:

Certo, un’organizzazione imperialistica e capitalistica della società genera una struttura sociale entro la quale una minoranza è in grado di esercitare un’influenza sproporzionata sull’opinione della maggioranza. Ma in una società tecnocratica il potere dei capitalisti del sapere può impedire che si formi un’autentica opinione pubblica controllando le capacità scientifiche e i mezzi di comunicazione. Le garanzie costituzionali delle libertà di parola, di stampa e di riunione intendevano assicurare il governo del popolo. L’elettronica, i moderni procedimenti di fotocomposizione e di stampa in offset, i calcolatori che operano in tempo reale, i telefoni offrono in teoria un’attrezzatura che potrebbe dare a quelle libertà un senso del tutto nuovo. Ma purtroppo questi strumenti vengono impiegati nei media moderni per accrescere il potere, proprio dei banchieri del sapere, di convogliare i loro programmi preconfezionati, tramite catene internazionali, verso un maggior numero di persone, anziché essere usati per incrementare delle vere reti capaci di offrire eguali occasioni d’incontro fra i membri della maggioranza.

Leggere e discutere simili idee può essere utile in questo particolare momento storico, in cui la scuola è percorsa da una tensione molto marcata: da una parte, agisce una forte spinta verso forme di quantificazione, controllo, esattezza, oggettività (telecamere nelle aule, registri e comunicazioni elettroniche, proliferare di test e misurazioni nazionali ed internazionali degli apprendimenti, fiducia incondizionata nelle strumentazioni tecnologiche); dall’altra, si percepisce un diffuso bisogno di quello che Bergson chiamava supplemento di anima, uno spirito di appartenenza e di condivisione capace di tradursi in forme di comunicazione profonda e di relazione autentica fra i soggetti che abitano l’istituzione.

Letture come questa possono contribuire a restituire agli insegnanti lo slancio utopistico di cui molti sentono il bisogno.

Le tipologie A e B all'esame di stato

65f76752920dbfe0dc3457789aabbb46.jpg Pubblichiamo una sintesi degli interventi di Lucia Olini e Cristina Nesi alla Fiera Didacta Italia (Firenze, 9 ottobre 2019; panel ADI SD «La prima prova nel contesto del nuovo esame di Stato MIUR»). Su questo blog è già apparso l’intervento dedicato, nello stesso ambito, da Luisa Mirone alla tipologia C (Elogio del tema)

LUCIA OLINI – Riflessioni a margine della tipologia A

Oggi siamo inondati dalla scrittura, ma le nuove tecnologie, usate compulsivamente, potrebbero deformarne la funzione, esaltando la velocità di esecuzione a scapito della complessità della riflessione.

Affrontare il problema dell’apprendimento della scrittura oggi, alla ricerca di tecniche efficaci per favorire buone pratiche, implica perciò ripensare la lettura e rivalutare l’approccio cognitivista che fa della scrittura un’attività di produzione di senso. Saper scrivere significa innanzitutto saper comprendere, saper pensare e saper pianificare […]. Lettura e scrittura si rivelano infatti ancora attività strettamente correlate (Ugo Cardinale, L’arte di riassumere. Introduzione alla scrittura breve, Bologna, Il Mulino,2015, p. 7).

Riflettere sulla prima prova conduce a ripensare l’intero curriculo: la padronanza linguistica richiede tempi lunghi e si costruisce lentamente, con l’apporto di tutte le discipline, e con un lavoro paziente di scrittura, revisione, riscrittura.

L’eliminazione della terza prova, costruita sulla base del lavoro svolto in classe, comporta che sulla prima prova, per il suo carattere aperto e per la varietà di ambiti e tipologie, dovrebbero convergere, più di prima, le attenzioni delle diverse aree disciplinari. Questo vale principalmente per le tipologie B e C, tuttavia incide anche sulla questione della testualità, dalla quale avvierò la riflessione.

L’introduzione della prova INVALSI per le quinte, infine, va tenuta presente perché, per quanto essa offra un tipo di valutazione, esterna, diversa da quella strettamente disciplinare, la costruzione e la verifica delle competenze di lettura è direttamente implicata anche nella preparazione alla prima prova, soprattutto per le tipologie A e B. Se lo svolgimento della prova d’esame è un punto d’arrivo, la “palestra” per arrivare ad essa comprende operazioni varie di comprensione, analisi e scrittura (tra le quali un ruolo primario spetta al riassunto).

Cambio metodo o cambio grammatica?

parole.jpg Mi trovo spesso a discutere su blog (ma anche a scuola) di come insegnare grammatica. Io rispondo spesso che oltre al come, bisogna anche chiedersi cosa. Non mi riferisco solamente a questioni di scelta (faccio anche le subordinate comparative o no?) ma soprattutto a quale modello teorico fare riferimento. Esistono più modelli teorici di riferimento? La grammatica non è una sola? Purtroppo no, ma questa è spesso una questione di cui non si percepisce nemmeno l’esistenza.

Il secondo problema è che per la maggior parte dei casi le “nuove” grammatiche sembrano essere scritte partendo da grammatiche già esistenti con il tentativo di migliorarle, ma solo raramente i presupposti teorici sono davvero diversi. Si potrebbe aprire un capitolo interessante che richiederebbe però ampio spazio: quanto sono cambiate e grammatiche scolastiche in un secolo di scolarità obbligatoria? Poco se andiamo a confrontarle. Ciò che in un secolo e mezzo di studi linguistici è stato studiato nei dipartimenti, sembra non entrare nelle grammatiche scolastiche. Il paradosso è che ciò che troviamo nei dipartimenti delle università (sarebbe) molto più innovativo di ciò che troviamo nell’editoria scolastica. Se dopo l’uscita delle 10 tesi GISCEL c’è stato un movimento di innovazione e specialmente negli anni ’90 e nei primi anni 2000 sono uscite parecchie buone grammatiche, attualmente sembra che ce ne sia dimenticati (per esempio la sociolinguistica e la parte di comunicazione sono relegate spesso ai volumetti accessori). Cambia la veste grafica, cambiano gli esercizi, ci sono videolezioni, strumenti compensativi, compiti di realtà, ma la teoria che sta alla base, la concezione di grammatica, è molto simile a quella che vediamo in una grammatica degli anni ’30. Prima si fa l’articolo, poi si fa il nome, per fare un esempio.

Il problema della grammatica a scuola è dunque di variegata matrice:

  1. Per la maggior parte gli insegnanti conoscono un unico modello teorico: quello normativo
  2. Il modello teorico di riferimento che fa da base alle grammatiche scolastiche è un modello normativo, di inizio ‘900. Un modello di grammatica che prescrive, che è un ricalco della grammatica latina e funzionale ad essa. Questo modello teorico è da un lato eccessivamente particolareggiato, dall’altra non riesce a spiegare moltissime casistiche della lingua che ci troviamo davanti, classificate come eccezioni. Il modello normativo non solo non spiega la realtà linguistica, anzi spesso è in contraddizione con essa.
  3. Abbiamo un concetto del ruolo della grammatica errato: la grammatica non insegna una lingua, bensì a riflettere su di essa, a spiegare alcuni fenomeni che ci sembrano assolutamente naturali e spontanei quando parliamo ma sui quali non ci siamo mai interrogati. Saper riconoscere il modo di un verbo, o che differenza c’è tra un avverbio e una congiunzione, non rende in grado di esprimersi meglio. La grammatica non serve nemmeno a scrivere meglio. Se insegnate grammatica con quello scopo, è abbastanza logico che non vediate un’utilità e una ricaduta, semplicemente perchè non ci può essere se non per una manciata di questioni legate alla norma (uso del congiuntivo, uso dei pronomi relativi, pronomi obliqui e consecutio temporum). Per dirla come Renzi (1977) “la grammatica non dà la lingua, ma la descrive e, quando può, la spiega”. La prospettiva è quella del “perché è così?” piuttosto che del “è così”. Possiamo citare a questo proposito anche Adriano Colombo: “le grammatiche scolastiche sono oggi meno rigidamente normative che in passato, accolgono sparsamente alcuni concetti della linguistica teorica, ma sembrano nel complesso refrattarie ad accogliere la essenziale lezione di metodo che dovrebbero ricavare da questa, l’idea che la riflessione sulla lingua sia appunto riflessione, cioè ricerca, fondata su dati, condotta con procedure esplicite e controllabili, verificabile e falsificabile nelle sue conclusioni.” (Colombo, 2014) 

Elogio del tema

vorderansichtstapel der buecher mit exemplarplatz 23 2148255858Pubblichiamo, parzialmente rielaborato, l’intervento, della nostra redattrice Luisa Mirone alla Fiera Didacta Italia (Firenze, 9 ottobre 2019; panel ADI SD «La prima prova nel contesto del nuovo esame di Stato MIUR»)

Il tema alla prova

Ho la fortuna di insegnare in verticale: assumo la guida di una classe in prima e la accompagno sino alla quinta. Questo mi consente di seguire il percorso di acquisizione degli strumenti di ricognizione, indagine, interpretazione, formalizzazione del reale; il possesso e la consapevolezza di questi strumenti ritengo che sia l’unica reale competenza che la scuola debba e possa promuovere interdisciplinarmente e in vista del conseguimento della più alta competenza di cittadinanza, perché mi sembra che solo nella comprensione profonda della fisionomia e della destinazione degli strumenti di indagine e rappresentazione della realtà si apra autenticamente ai nostri allievi la possibilità di intervenire nel dibattito democratico.

Se volessimo tradurre questo percorso di progressiva acquisizione degli strumenti nelle linee programmatiche del ministero, diremmo che obiettivo dei nostri allievi è conseguire la padronanza linguistica, come emerge chiaramente dal Quadro comune europeo: insegnamento, apprendimento, valutazione (Consiglio d’Europa, 2001; poi D.M.N.139 2007, Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione): Interazione verbale (scambio comunicativo in contesti vari); Lettura (comprensione e interpretazione di testi scritti di vario tipo); Scrittura (produzione di testi differenti in relazione a differenti scopi).

Questo al primo biennio si traduce nel conseguimento di una competenza di lettura, secondo la chiara definizione che ne ha dato OCSE PISA (Quadro di riferimento del 2007):

La "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato

Riforma della scuola cosa cambia nel 2018 1 La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Premessa

Dividerò questo intervento in quattro parti: nella prima dirò in che cosa consista il D.Lgs 61/2017, Revisione dei percorsi dell'istruzione professionale nel rispetto dell'articolo 117 della Costituzione, nonchè raccordo con i percorsi dell'istruzione e formazione professionale, a norma dell'articolo 1, commi 180 e 181, lettera d), della legge 13 luglio 2015, n. 107; nella seconda cercherò di commentarne i tratti salienti e collocarlo nel quadro che solo può spiegarne la genesi, quello delle riforme europee dei sistemi educativi; nella terza, spogliandomi dei panni del docente e vestendo quelli del militante, individuerò i possibili "margini attuali per una scuola di opposizione" (per riprendere l'espressione di Emanuele Zinato), ovvero le forme possibili di una risposta collettiva che a mio avviso può esistere solo se si pone il problema dell'organizzazione, sindacale e politica, e non certo restando al livello della pur doverosa battaglia culturale, dato lo squilibrio di forze oggi annichilente; nella quarta, brevissima, formulerò una proposta.

Dichiaro subito un debito teorico, spero l'unico riferimento bibliografico che sarò costretto a fornire: l'e-book di Alberto Pian, docente e studioso torinese, Scuole "sparse" sul territorio? Che cosa nasconde la "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato? La verità sul decreto delegato della 107[i], è, a mia conoscenza, l'unica trattazione organica di questo sottovalutato e poco discusso corollario della 107 ed un testo assolutamente imprescindibile per chi voglia approfondire seriamente quanto qui, per ragioni di spazio e di limiti di chi scrive, vale solo come primo momento informativo e orientativo sul tema.

Amor che ne la mente mi ragiona

Amor cha nullo amato amar perdona 767x511 La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Fragili e spavaldi

Immaginare di mettere insieme poesia medievale e poesia del Novecento attraverso la mediazione della poesia scritta da un adolescente di oggi appare un azzardo. Se poi questo mélange è il sostrato da cui prende forma un video, allora i rischi sembrano moltiplicarsi in modo incontrollabile. Eppure, questo è accaduto qualche anno fa, nell’intensa collaborazione tra alcuni studenti di una classe quinta e quelli di una classe terza di liceo linguistico.

Tra le molteplici ragioni che mi hanno spinto a compiere questo attraversamento di classi e di programmi, la prima e la più importante è stata la richiesta da parte degli studenti di mettere a frutto le competenze costruite nella realizzazione di un video l’anno precedente. Ho dunque spezzato la linearità circolare del mio lavoro, che inesorabilmente si ripete anno scolastico dopo anno scolastico, e  ho invitato i ragazzi di terza ad anticipare alcuni argomenti di letteratura e un piccolo gruppo di studenti di quinta a recuperare la lirica amorosa di epoche già studiate.

Si è dunque costituito un gruppo di lavoro trasversale che ha cominciato a ragionare, forte della propria esperienza, su un nuovo percorso di studio.   

Rerum vulgarium fragmenta

Rispetto al canonico programma di una terza liceo ho raccontato una storia della letteratura incentrata sulla lirica d’amore, avvertendo i ragazzi che il nostro compito sarebbe stato costruire un’altra storia, derivata alla prima, dotata per noi di significato, ma capace di parlare ad altri, di essere cioè universale pur parlando del senso di esperienze individuali effettivamente vissute. Il nostro modo di raccontare  avrebbe dovuto stabilire una connessione tra le abitudini tecnologiche multimediali delle giovani generazioni e il patrimonio culturale consegnatoci dalla tradizione:  il ponte tra due sponde indubitabilmente distanti sarebbe stato il video, che avrebbe dovuto dare forma all’immagine verbale e mentale consegnataci dalla storia. Dunque avrebbe dovuto raccontare una storia dotata di memoria.

L’onnipotenza dei libri di testo (e degli insegnanti)

 

libri-scolastici-usati.jpg La cultura odierna pare sempre più fortemente caratterizzata dall’orizzontalità, una dimensione di per sé inversamente proporzionale alla profondità. L’ampliamento dei contenuti disciplinari, frutto di studi specialistici e di per sé non certo negativo, si coniuga infatti con l’accessibilità alle informazioni in internet creando un effetto moltiplicatorio, da cui non sono esenti i libri di testo. Il loro utilizzo da parte degli insegnanti non può prescindere dalle risposte a queste domande: che cosa scegliere all’interno dell’infinita vastità di proposte che presentano? Come garantire il possesso di conoscenze di base? Come trovare un equilibrio tra un procedere estensivo e il necessario approfondimento nel lavoro di classe? Come coniugare tradizione e innovazione? Due dimensioni a cui i libri di testo sono improntati : da un lato non possono non presentare ciò che gli insegnanti si aspettano di trovare in riferimento al loro bagaglio culturale, dall’altro si propongono lodevolmente di essere strumento del loro aggiornamento. Ma il destinatario, che di per sé determina i contenuti e la forma del testo, è chi insegna o chi deve apprendere? Non sarebbe più produttivo avere a disposizione un libro per gli insegnanti e uno per gli studenti?

Fine delle grandi narrazioni e teoria degli esperti: riflessioni su scuola e società nel tardo capitalismo

sciopero-scuola.jpg Pubblichiamo l’intervento, parzialmente rielaborato, del nostro collaboratore Daniele Lo Vetere al convegno di Adi-Sd “Critica e didattica: dissenso e verità”, tenutosi a Catania il 3 dicembre 2019 presso il liceo Spedalieri.

Premessa

Quando si deve parlare di didattica, ci si trova sempre di fronte a una difficile scelta: buttarla sulla teoria o sulla pratica? Avendo frequentato ben due scuole per l’insegnamento, so benissimo che di fronte a un intervento teorico del nostro docente ci lamentavamo della sua astrattezza e domandavamo “sì, ma poi in classe?”; tuttavia gli interventi che esibivano uno sbrigativo pragmatismo lasciavano sempre in bocca il sapore della scarsa tenuta intellettuale.

Oggi, dovendo scegliere, ho deciso di scontentare quanti vorrebbero sapere “come fare”. Parlerò di due temi generali, che non riguardano strettamente la didattica della letteratura, ma la scuola in generale, anzi – temerariamente – addirittura il rapporto tra scuola e società. Le ragioni di questa scelta sono due: il pubblico costituito non soltanto da colleghi, ma anche da studenti universitari e da alcuni studenti del liceo che ci ospita; il fatto che coglierò questa occasione per presentarvi una recente iniziativa del nostro blog. Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un Manifesto per la scuola. Se avrete voglia di leggerlo, vedrete che in quelle pagine il discorso sulla didattica è un discorso politico, un discorso “totale”: «Chi insegna non può svolgere il suo lavoro senza porsi, in ogni proprio singolo atto educativo, domande oneste e profonde circa lo stato presente delle cose. La cosiddetta “complessità” del mondo globale non può più essere il pretesto per rimuovere queste domande, pena la superficialità o il cinismo nella pratica didattica». La classe non è un ambiente isolato, ma è attraversata da tutte le contraddizioni e le possibilità che la nostra epoca ci mette di fronte. Perciò, volenti o nolenti, siamo sempre chiamati allo sforzo di capire “tutto”: tutto quello che ci circonda e che agisce su di noi.

Naturalmente gli insegnanti non sono specialisti in nulla di particolare: difendono quel terreno intermedio tra il senso comune irriflesso e i saperi specializzati che si chiama cultura. Nemmeno io che vi parlo posso fondarmi su estese bibliografie conosciute nel dettaglio: sono un insegnante come voi. Vi proporrò perciò, con tutta l’umiltà del caso, alcune riflessione su temi sui quali mi interrogo da tempo, a volte anche con qualche angoscia. La struttura del mio discorso è aperta e volutamente inconclusa. Ecco perché terminerò ciascuna delle due parti che compongono il mio intervento con delle domande: per favorire il successivo dibattito tra noi, che spero sarà partecipato e vivo.