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Uno Strega non convincente. Su Due vite di Emanuele Trevi

41TQG6SJuPL._SX297_BO1,204,203,200_.jpg Un «libro ibrido»

Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega con Due vite (Neri Pozza, 2020), un «libro ibrido», che si nutre di contaminazioni (non è una novità, ma una sperimentazione organizzativa già presente in Qualcosa di scritto, secondo classificato nel 2012, superato da Alessandro Piperno con Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, e in molti altri dei suoi scritti) come lui stesso ha affermato al momento della candidatura («La cosa che mi entusiasma è partecipare con un libro ibrido, che contiene tanti generi tra loro diversi. […] Amo i libri che non vivono sulla trama, non sul personaggio votato a creare identificazione, ma si snodano su più piani narrativi e stilistici. Non scelgo mai un genere letterario, ma cerco la contaminazione», da un’intervista sul sito Huffington Post, a cura di Flavia Piccinni).

È un testo non inquadrabile in un genere letterario ben definito, a metà tra il memoir, l’autofiction e la saggistica (Claudio Marrucci l’ha definito generosamente una «prosa in poesia»), perché, se l’obiettivo principale (sotteso e non dichiarato) di Trevi è quello di ricordare, di rendere omaggio a Rocco Carbone e a Pia Pera, due amici (tra di loro e dell’autore) prematuramente scomparsi (l’uno per un incidente in motorino nel 2008, e l’altra a causa della SLA nel 2016), di raccontare la loro storia, non si può fare a meno di notare che la narrazione è costellata, contemporaneamente, da numerose digressioni, riflessioni personali che nascono dal riverbero di quell’esperienza reale e autobiografica, meditazioni sul passato, sulla memoria, sulla malattia, sulla morte, ma anche sulla scrittura, sulla letteratura (Gadda viene citato ripetutamente), sulla filosofia (esoterica), sulla psicologia (Freud, Jung), sull’arte, in uno sforzo costante di creare un legame tra verità e immaginazione. In genere, e non solo per quanto riguarda Due vite, il procedimento è sempre lo stesso: Trevi prende spunto dalla biografia di scrittori (ma anche di personaggi letterari) amati, morti o ancora in attività, e queste testimonianze diventano il pretesto per parlare di altro (d’altronde, come ammette lo stesso scrittore romano in un’intervista a «Il Foglio» dell’8 maggio: La cosa molto difficile della vita degli artisti non è avere gli argomenti. Tutto è un argomento»), basti pensare a Metastasio in Sogni e favole, a Pinocchio in Ponte di legno, a Pasolini e a Laura Betti in Qualcosa di scritto. Per Trevi, quindi, narrare una vicenda significa non soltanto parlare delle circostanze private dentro le quali questa vicenda si è svolta, ma in primis spostare il fuoco dal visibile all’invisibile, dall’azione concreta ai moventi nascosti, alle traiettorie introflesse e distorsive che emergono dalle pieghe distratte della concentrazione drammatica degli eventi. Egli attinge al territorio dell’anteriorità, di una pienezza perduta e dà inizio ad un itinerario travagliato, fatto di spostamenti continui, di trasformazioni o, meglio, di «transiti» («Scrivere […] vuol dire soprattutto celebrare la possibilità sempre latente di un transito: dal tempo quotidiano all’ora festiva, dal paesaggio dell’abitudine al pays sans nom che apre i suoi cancelli a chi ha saputo smarrire la via di casa», Trevi a proposito di Alan Fournier, in Musica distante, p. 56).

 

Tra morte e rinascita: due vite

Rocco Carbone (autore di sette romanzi pubblicati per Feltrinelli e Mondadori, e insegnante di Italiano nei licei e, nell’ultimo periodo della sua vita, nel carcere femminile di Rebibbia) e Pia Pera (scrittrice, giornalista, professoressa di letteratura russa, traduttrice dal russo di autori classici e contemporanei e, nell’ultima parte della sua vita, autrice di «libri naturali») sono, dunque, i due protagonisti a cui è dedicato il libro, le due vite che si alternano di capitolo in capitolo, come ombra e luce: l’uno che già suggerisce nel nome e nel carattere «una rigidità da regno minerale», e l’altra, «creatura fiabesca», remota, «dotata di pericolose riserve di incoerenza e suscettibilità stranamente amalgamate a una dolcezza del carattere che a volte erompeva in maniera commovente dai modi ironici e maliziosi» (p. 51). All’interno di una strategia iniziatica di morte e rinascita (su questo ha scritto Andrea Rondini), Trevi, nel rievocarne la mancanza, cerca di riattivarne il «fuoco psicologico», la memoria, e donare loro una nuova condizione, «uno stato ancestrale di cieca fertilità» (Musica distante, p. 33). Si tratta, sembra farci capire l’autore, di predisporsi all’attesa di questo ritorno, di percepire le tracce di questa lontananza per recuperare la presenza, anche in un modo inaspettatamente facile, ossia attraverso le parole scritte: scrivere vuol dire ritrovare ciò che si è perduto, chi si è perduto

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno. […] Ne deduco che la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta (pp. 83-84).

L’impronta di questo schema dualistico (il due ha, quindi, un significato allegorico e Trevi, forse non a caso, si sofferma su questo metodo nella scrittura di Carbone, pp. 59-61) è riconoscibile in tutto il testo e sembra rispondere all’esigenza di creare una simmetria capace di dare un risvolto all’insensatezza, «al casino indecifrabile della vita umana, al suo perenne fallimento» («[…] non sono forse i due protagonisti, con le loro caratteristiche opposte e simmetriche, le due metà di un carattere che la storia cerca disperatamente di ricomporre, in una straziante lotta contro il tempo?», p. 61). Anche il concetto di tempo non si sottrae a questa struttura e, dunque, Trevi si sofferma spesso a distinguere tra un tempo cronologico, «percepibile», e un tempo «meno percepibile e non misurabile in giorni o anni» («Per tutti noi, voglio dire, c’è un tempo evidente, che è quello in cui prendiamo forma e veniamo consumati, seguendo una direzione irreversibile, come una pallina su un piano inclinato. Ma esiste anche un altro tempo meno percepibile e non misurabile in giorni o anni, nel quale non facciamo che spendere energie puramente negative, necessarie a respingere oscure minacce, a ricercare un instabile equilibrio tra forze contrarie, a fuggire da ciò che i nostri genitori hanno desiderato per noi»).

Un tentativo non riuscito

Ma lo scrittore è riuscito realmente a rimediare all’irrimediabile e a riconsegnare alla realtà di questo mondo i suoi amici scrittori? In parte, visto che le pagine (poche per la verità) dedicate ai loro «ritratti» sono quelle più convincenti, in cui Trevi ha trovato «la distanza giusta», riuscendo a restituire i dettagli e le ambiguità psicologiche di queste due esistenze, che il trascorrere degli anni ha reso simili «a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie». Il resto del libro, però, appare gracile, un profluvio irrequieto e volutamente scomposto di considerazioni personali espresse a tratti con accenti derivanti dalla cultura pop («Si sveglia, ma non ricordandosi dove si era sdraiato, invece di usare la scala precipita dal tetto e muore sul colpo. Splaf – come in un fumetto. Hai partecipato alla guerra di Troia, hai seguito Ulisse in tutte le sue traversie, navigando su mari scossi dalla collera del dio del mare in persona, e vai a finire così», p. 78), più spesso con un linguaggio impressionistico («Avrei dovuto iniziare presto a prendere degli appunti, a trattenere qualcosa prima che fosse troppo tardi. Come fiori di melo appena sfiorati dalla brezza, anche i ricordi di chi abbiamo conosciuto talmente bene che la consuetudine è diventata quasi un riflesso condizionato, si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da ritenerli inestinguibili – e invece in mano ci resta poco più di uno sfarfallio di immagini incerte e fuggitive», oppure: «Ci sarà pure un motivo, se ci scordiamo di qualcosa. E questa dimenticanza, non saprei dire bene perché e in che senso, ho cominciato a immaginarla come una fonte che sgorga nel buio di una caverna, e alimenta un intero fiume rimanendo invisibile», p. 113), di sentenze assolute («Tutto l’onere della prova ricade sulle spalle di chi resta»), divagazioni saggistiche incerte e pulviscolari. Il tentativo costante è quello di disorientare il lettore, di stupirlo con accostamenti stranianti, ma privi di pathos e di tensione autentici, manca un nesso tra la storia privata e il flusso del tempo collettivo in cui accogliere i segni disgregati delle esperienze singolari. La problematicità della vita (di cui Trevi pure vorrebbe parlare) è dichiarata più che rappresentata nella sua tragicità e la realtà, sempre di più disincarnata, consumata da una soffocante e arbitraria soggettività, è solo vacua superficie. Prevalgono ovunque la parzialità e la relatività del punto di vista di Trevi, che possono toccare soltanto il margine della propria insufficienza. 

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