Inchiesta sul lavoro di editor /9: Dario De Cristofaro (Italo Svevo)

Scritto da Dario De Cristofaro - - Categoria: La scrittura e noi

  Dario-De-Cristofaro_Italo-Svevo-Edizioni (1).jpeg A cura di Morena Marsilio e Emanuele Zinato

Con l’intervista di oggi continua l’inchiesta – che ha cadenza quindicinale -  sulla professione dell’editor. Nel corso del Novecento questo “mestiere” è stato svolto da scrittori come Calvino, Vittorini, Sereni che fungevano da mediatori tra società letteraria, case editrici e pubblico; oggi il mondo dell’editoria è stato investito da grandi trasformazioni che sembrano aver dissolto la figura dell’intellettuale-editore e modificato in profondità il lavoro editoriale. Questa indagine mira a sondare come sia mutata, tra dissolvenze e persistenze, la funzione dell’editor all’interno della filiera del libro, coinvolgendo sia case editrici indipendenti sia l’editoria maggiore. Sono state già pubblicate le interviste a Fabio StassiLaura BosioGerardo MasuccioRiccardo TraniAndrea GentileEugenio LioOliviero Toscani e Vanni Santoni.

1) Editing e condizioni materiali del lavoro intellettuale. Qual è il suo rapporto lavorativo e quanti libri è chiamato a editare in un anno?

Come curatore della collana INCURSIONI ho il duplice compito di scegliere i titoli e di editarli. Divido perciò il mio lavoro in due fasi: quella della lettura dei manoscritti e quella della revisione dei romanzi. Cerco di non sovrapporre le due fasi e quindi ho stabilito delle finestre di lettura fra un editing e l’altro. È una suddivisione del lavoro che mi permette di avere una concentrazione assoluta sui testi, che è ciò che conta in questo mestiere. Al momento i romanzi che edito in un anno sono quattro, a cui si aggiungono i sei titoli della collana Biblioteca di Letteratura Inutile – una prosa che il più delle volte necessita solo di micro-editing.

2) Su che basi si imposta il dialogo tra l’editor e lo scrittore. Come viene “associato” un autore a un editor (per affinità tematiche, di generi letterari…); quanto del lavoro di editor può rientrare in queste categorie: semplice revisione (ruolo tecnico), interpretazione (ruolo di critico); riscrittura (ruolo creativo). Quanto e come queste tre funzioni si traducono in un dialogo con l’autore?

Per me il lavoro dell’editor comprende una parte tecnica e una umana. Quest’ultima ha a che fare con la sensibilità personale, che si riflette sia nel rapporto con la conoscenza – l’editor dovrebbe essere incuriosito da tutto, perché tutto può tornare utile durante un editing –, sia nel legame che si instaura con l’autore. Tale legame necessita di comprensione e di cura. Si potrebbe dire, parafrasando Cesare Pavese, che editare è «desiderio di conoscenza». Un desiderio che personalmente inizia sin dal momento in cui rimango colpito da un manoscritto: la prima cosa che faccio è parlare con l’autore, per farmi raccontare da lui il romanzo, per comprendere il suo punto di vista, la direzione in cui vuole andare e, così facendo, porre le basi per un dialogo chiaro e diretto. Il rapporto di fiducia che si instaura già in quei momenti sarà fondamentale per il prosieguo del nostro lavoro vero e proprio sul testo: capitolo per capitolo, scena per scena, frase per frase. La parte appunto più prettamente tecnica, in cui, attraverso il confronto costante, si ripulisce il testo, si riscrivono periodi, si libera lo stile là dove rimarrebbe schiacciato da abbassamenti di registro. Credo mi sia utile in questa fase non essere a mia volta scrittore, bensì unicamente lettore, perché è fondamentale non sostituirsi mai all’autore; occorre invece affiancarlo nel processo di comprensione più profonda della propria scrittura e delle responsabilità che questa comporta.

 

3) La sua specifica formazione da editor.

Parte della mia formazione come editor la devo all’esperienza decennale con la rivista di racconti effe – Periodico di Altre Narratività, che mi ha permesso da subito di confrontarmi con autori di ogni genere, dall’esordiente allo scrittore già affermato, e soprattutto di mettermi alla prova con lo scouting autoriale: nel corso degli anni abbiamo pubblicato giovani autori come Luciano Funetta, Elvis Malaj, Nicola Muscas e Giovanni Bitetto, al fianco di scrittori rinomati come Paolo Zardi, Michele Vaccari, Paolo Cognetti e Andrea Tarabbia. Un’esperienza sul campo che poi ho potuto testare e approfondire attraverso collaborazioni come editor freelance per diverse realtà editoriali, prima di arrivare alla Italo Svevo.

4) Tradizionalmente si considera l’editor un agente dell’editoria che tende a formattare il prodotto letterario per favorirne la vendita. Quanto questa immagine oggi corrisponde al lavoro reale di editor?

Credo che molto dipenda dalla casa editrice per cui uno lavora. Esistono senza dubbio realtà che seguono questa tendenza, e un professionista valido è in grado di capire come utilizzare le sue capacità differentemente se lavora per una major o se invece collabora con piccole e medie case editrici. Nel caso della Italo Svevo, mi viene chiesto di scovare autori emergenti con il potenziale per diventare gli scrittori del futuro. In questo caso il compito dell’editor è quello di aiutare l’autore a far venire fuori il più possibile la sua scrittura, il suo stile, la sua voce – ovvero il suo talento. Da primo lettore, l’editor dovrà tenere conto certamente della comprensibilità o meno del testo, ma senza mai tradire l’originalità dell’opera in favore di scelte di mercato o correnti del momento. E per fare questo ancora una volta è fondamentale la fase di lettura e selezione dei manoscritti: capire subito che testo si ha davanti e perché lo si preferisce ad altri renderà più agevole il lavoro di revisione.

5) Come lavora allo scouting? Quali modalità di “reclutamento” e selezione predilige? Quali canali utilizza?

La collana INCURSIONI intende intercettare le molteplici spinte e le nuove voci della narrativa italiana. Lo scouting è dunque parte necessaria del progetto. Prima di lanciare la collana, ho fatto uno studio preparatorio che è durato un anno e che mi ha permesso di verificare sul campo la sua fattibilità. effe – Periodico di Altre Narratività ha rappresentato per me un osservatorio privilegiato sul panorama degli autori esordienti e degli scrittori emergenti: spesso continuiamo a seguire chi è stato pubblicato e chi è passato per le selezioni ferree dei contest della rivista e di confrontarci periodicamente con alcuni di loro. Così avevo un buon bacino di partenza da valutare, che ho potuto ampliare ulteriormente confrontandomi con colleghi di altre riviste e con diversi addetti ai lavori, tra cui ovviamente gli agenti letterari. La lettura dei manoscritti che riceviamo in casa editrice e l’attenzione a realtà interessanti come il Premio Italo Calvino completano un lavoro di scouting inteso come qualcosa di attivo, di incessante, che unisce ricerca mirata e studio assiduo dello scenario letterario circostante.

6) Quale rapporto ideale (dissolvenza, rimozione, assunzione di eredità) gli editor odierni intrattengono con le figure editoriali ‘leggendarie’ del novecento (da Vittorini a Sereni)?

Personalmente non credo possa esistere alcun tipo di rapporto ideale. Sono figure importanti di un’epoca e di un’editoria troppo distanti da quelle attuali. Studiare i casi editoriali, conoscere la storia dell’editoria e i suoi artefici è necessario per la formazione dell’editor, ma pensare di poter assumere l’eredità di Vittorini, Calvino, Sereni o di figure come Bazlen e Del Buono rischia di essere solo fuorviante e alimentare quell’aura mitologica del lavoro editoriale che purtroppo nella maggior parte dei casi non corrisponde al vero.

7) Casi di studio: può fare uno o più esempi di testi esemplari con cui si è confrontato?

Può sembrare un’affermazione di circostanza, ma scegliendo ogni singolo libro della collana, per me ognuno di questi può essere considerato un caso esemplare, da Alba senza giorno di Fernando Coratelli a Lingua madre di Maddalena Fingerle, da Scavare di Giovanni Bitetto a Resti di Gianni Agostinelli. Penso però che possa essere interessante raccontare le vicende di Le isole di Norman di Veronica Galletta e Murene di Manuela Antonucci.

Il primo romanzo, Le isole di Norman, era stato finalista nel 2015 al Premio Italo Calvino, eppure per quattro anni aveva girato tra editor e addetti ai lavori senza essere scelto per la pubblicazione. Un romanzo insomma che come accade a molti libri fortunati all’inizio non sembrava esserlo. Io contatto Veronica Galletta nella fase di studio della collana: avevamo proposto un suo racconto su Flanerí qualche anno prima; contemporaneamente un collega editor mi aveva segnalato il suo nome; a sua volta l’agenzia che la rappresenta aveva inviato alla casa editrice un altro suo romanzo. Quando mi interessa un autore, chiedo di poter leggere tutto il materiale a disposizione, per farmi un’idea completa della sua scrittura. Quindi leggo subito Le isole di Norman perché era il suo primo romanzo e fin dal titolo mi dice qualcosa; lo stile, l’originalità della trama e della struttura mi hanno poi confermato che era quello il romanzo da pubblicare, come terzo titolo della collana. Il resto è alle cronache: il romanzo vince il Premio Campiello Opera Prima, ottiene riconoscimenti di critica e pubblico, quella fortuna insomma a cui all’inizio non sembrava destinato.

Murene invece è un romanzo che ho visto nascere: nel 2014 Manuela Antonucci mi aveva chiesto di leggere un suo racconto che sarebbe poi diventato un capitolo del libro. Rimasi colpito dalla lingua – un italiano che riproduceva in maniera naturalissima la sintassi e la musicalità del dialetto. A distanza di anni mi sono ricordato di quel racconto che nel frattempo era diventato Murene. Manuela Antonucci è un’esordiente assoluta perché non ha mai pubblicato su riviste o su antologie. La scelta proviene da un ripescaggio nella memoria: all’improvviso ti ritrovi in mano una piccola pepita e la tieni nascosta fino alla pubblicazione, quando poi finalmente comincia a luccicare per tutti.

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