Perché leggere “Giorni luminosi”, di Aharon Appelfeld

Scritto da Stefania Melotto - - Categoria: La scrittura e noi

Scan10485.JPG Alla fine della guerra Theo decise in cuor suo che sarebbe tornato a casa da solo, in linea retta, senza deviazioni. Era un lungo cammino, qualche centinaio di chilometri, e tuttavia aveva l’impressione di vederlo ben delineato davanti a sé.

Sapeva che questa decisione lo avrebbe allontanato dai suoi compagni e lo avrebbe costretto a trascorrere molti giorni nei campi deserti e fra i monti muti, ma era determinato: solo, in linea retta, senza deviazioni. E così partì, senza salutare nessuno.

Aveva intenzione di procedere a passo regolare, badando bene a andare dritto, ma le gambe assetate di marcia non gli obbedivano. Dopo un’ora scarsa era già stanco e si sedette.

Era un campo aperto, incolto, con alcuni automezzi carbonizzati e delle scatole di conserva vuote sparse qua e là. Quelle spoglie di guerra non lo colpirono. Aveva voglia di camminare, ma la debolezza e la stanchezza lo trattenevano.

Non aveva altra scelta che sedersi e riposare. Le immagini degli ultimi tempi facevano capolino nei sui occhi, ma lui con un gesto brusco le cacciò via e si alzò.

Era un ampio pianoro che si estendeva sino all’orizzonte. In lontananza c’erano delle colline che parevano delle grosse macchie. Nessun segno di vita.

Verso sera il paesaggio cambiò drasticamente: niente più pianoro a perdita d’occhio ma uno spazio ondulato, costellato di collinette. C’erano querce alte e folte, la cui ombra gli ricordava un laghetto presso il quale i contadini andavano a riposare. Anche qui il silenzio assoluto, nessun cinguettio di uccellini né un muggito di animale. Il cielo azzurro si andava scurendo sopra di lui. Si sedette e lo osservò, e più lo guardava più si sentiva pesante. Solo un attimo, si disse chiudendo gli occhi.

Fece due conti e si accorse che aveva coperto una distanza di sette chilometri. Aveva un poco deviato dal percorso, ma non in modo irreparabile. D’ora in poi sarebbe stato attento, niente più errori. Questo pensiero passeggero lo calmò e riaprì gli occhi.

Era un crepuscolo sereno, tranquillo. Dalle case lontane, sparse all’orizzonte, saliva un fumo rado. A cena gli fece venire voglia di una tazza di caffè, ma non si lasciò travolgere da quel miraggio. Invece si alzò, cercò un bastoncino di legno e lo piantò nella terra friabile: sarà un segno, non mi discosterò più dalla linea retta.

Dentro di sé sapeva che era una stupidaggine, ma a Theo chissà perché sembrava che quel bastone in mezzo al nulla gli sarebbe servito come scettro e per misurare le distanze. Gli occhi non l’avrebbero più ingannato.

Perché ci espone alla tragedia della Shoah senza raccontarla

Aharon Appelfeld nei suoi libri ha costruito un immaginario di storie di vite che, dopo la deportazione nei campi nazisti, cercano di ricomporsi, ritrovando un senso. Pur avendo vissuto in prima persona un’infanzia carica di perdite e di dolori (la morte della madre e il distacco dal padre, la fuga dal campo di concentramento e la vita nei boschi, il rifugio presso una banda di banditi ucraini) ha sempre rifiutato la definizione di “scrittore della Shoah”: da una parte, per rispetto nei confronti dei morti, la cui esistenza semplicemente non può essere raccontata; dall’altra,perché la sua visione della vita non accetta di essere rivolta al passato, e guarda invece sempre con fiducia all’essere umano e al futuro.

Anche in “Giorni luminosi” la storia narrata rispecchia in parte la vita reale: il male vissuto in prima persona e di cui l’autore è stato testimone si è espresso in molte forme, su cui però egli non si sofferma. Lo sguardo si ferma invece sul ricordo di prima, sulle giornate a scuola, sui genitori e i nonni; una vita quotidiana semplice, in cui ogni singolo momento diventa straordinario nella ripetizione del ricordo.

Il tempo si dilata nelle immagini della vita precedente evocate dalla mente e ad ogni ripetizione nascono nuovi dettagli da custodire gelosamente. Il tempo omologato dell’orologio cede il passo a quello fluido della coscienza, che domina la vita delle lunghe giornate del viaggio di ritorno e in particolare le notti. Nel sonno Theo si ricongiunge ai genitori - come Erwin, il ragazzo che giunto in Israele ha cercato nel nuovo nome, Aharon Appelfeld, un nuovo destino - nella casa in cui la mamma di buon umore indossava il vestito a fiori che lui preferiva o dove, immersa nel buio della tristezza ricorrente, voleva stare sola. Queste immagini affiorate dal passato, morto per sempre, accolgono l’autore in un luogo della mente da cui trae la linfa che gli permette di vivere guardando avanti. Nel mistero della memoria ritrova l’incomprensibile, in cui sia i vivi che i morti hanno la loro collocazione. Questo processo è evidente in molti passaggi del libro:

I giorni passavano e Theo non faceva niente. Dormiva quasi tutto il tempo e si alzava solo per prepararsi una pappina e bere caffè. Quelle pappe dolci e buone lo facevano sprofondare in lunghi sonni. Senza rendersene conto, tornò ai giorni luminosi della sua infanzia: a sua madre e i suoi modi eleganti. D’estate indossava abiti floreali e scarpe rosse e si metteva un fiore tra i capelli. Era bella. E l’abito a fiori le stava bene.

Ogni tanto scendevano in una stazioncina anonima, stavano lì qualche ora, compravano un gelato, bevevano caffè e se vedevano un negozio di monili popolari la madre comprava un fiore di girasole fatto di semini di girasole. E se lo metteva subito all’occhiello del cappotto. Erano piccole gioie. Quelle grandi, la madre le chiamava miracoli [...] a ogni viaggio era di buon umore, ma dopo quei pellegrinaggi crollava e il buio le oscurava il volto.

La narrazione di Appelfeld, pur essendo egli un testimone, non si può intendere come testimonianza.  A nove anni, strappato dalla sua casa insieme al padre, fu fatto salire sul treno che lo avrebbe condotto al lager. Riuscito a fuggire, visse nei boschi e si unì ad una banda di banditi ucraini. Questa esperienza è alla base dei suoi romanzi, ma non viene mai descritta in modo preciso ed esplicito.

Nemmeno l’espressione “autobiografica” si addice alla sua scrittura, che sfugge ad una definizione chiara come quella operata dall’eclettico studioso David Bidussa in “Dopo l’ultimo testimone”:

la testimonianza permette di cogliere altri aspetti di una storia che valgono per la loro singolarità, ma che ci restituiscono un contesto: ci consentono di ritrovare un passato fatto di relazioni, contrasti e conflitti, anche se quel passato è stato carico di dolore, angoscia e disperazione. In questo senso occorre distinguere tra autobiografia e testimonianza. Se la pratica autobiografica libera e rende coscienti che i ricordi non sono espropriabili, quella testimoniale è esattamente il contrario: chiede che quel passato sia condiviso, che quei ricordi entrino nel bagaglio collettivo del sapere e che di essi rimanga traccia. Non come storia evenemenziale ma come comunicazione del sentimento.

Nel libro di Appelfeld la vita vissuta è invece come una tela su cui i colori sono mescolati in modi sempre nuovi, a formare dipinti originali.

Nel periodo successivo alla guerra, la narrativa di coloro che durante la Shoah erano bambini non era ben vista in Israele. La si considerava troppo romanzata e quindi atta ad essere travisata con maggior facilità dai negazionisti.

Appelfeld, nell’articolo “Come ricordano i bambini della Shoah” (pubblicato su “Repubblica” in occasione della Giornata della memoria del 2014), ha affrontato l’argomento in questi termini:

I bambini stavano seduti per ore, e osservavano … osservavano i loro padri e i loro fratelli maggiori in tutta la loro debilitazione, in tutto il loro eroismo. Quelle visioni si impressero in loro … per i bambini sopravvissuti la guerra era la vita. Non sapevano parlare dell’Olocausto in termini storici, teologici o morali. Potevano parlare soltanto di paura, di fame, di colori, di celle, di persone che erano state buone con loro o di persone che li avevano maltrattati. L’intensità della loro testimonianza sta tutta nel loro orizzonte limitato. Non stupisce che la loro testimonianza sia stata respinta dai sopravvissuti adulti. Era considerata da questi ultimi una fantasia, una distorsione, qualcosa che riduceva la gravità dell’argomento. E oggi che si diffonde la negazione dell’Olocausto, si sente spesso dire: rimuovete la fantasia dalle testimonianze sull’Olocausto. Dovreste attenervi sempre più ai fatti.

La testimonianza dei bambini si avvicina alla letteratura. La narrativa di Appelfeld riesce ad esprimere la natura di quell’esperienza vissuta dai bambini. Essa è slegata dal riferimento spazio-temporale. Ci fa entrare in un mondo che sembra sognato: certi atti si dilatano imprimendo di senso anche il futuro, altri vengono tralasciati. Il sogno, come studiato da Freud, rappresenta la via privilegiata di accesso all’Es, dove le leggi del pensiero logico non hanno valore e nemmeno, con esso, le leggi di concordanza spazio-temporale. Azioni diverse possono compiersi in più luoghi contemporaneamente senza incorrere nel veto del principio di non contraddizione.

In “Giorni luminosi” altri mezzi, oltre la ragione, concorrono ad avvicinarci agli eventi che fanno da sfondo e avvolgono chi legge in una dimensione in cui si comprende più che capire. La scrittura di Appelfeld ci fa riflettere sulla storia dal punto di vista delle emozioni. Ci fa entrare nei fatti accaduti attraverso la partecipazione emotiva e lo stupore di un bambino.      

Perché fa nascere dalle parole l’assenza

La semplicità delle frasi, la facilità della lingua usata sono il frutto di una ricerca stilistica. Parole isolate nella frase facile che assumono uno spessore spirituale.

Tutto indica la paura e l’orrore della Shoah ma nessuna parola ha la pretesa di spiegare. Parlare in modo chiaro è travisare, raccontare è infangare.

Nel suo percorrere la campagna, Theo-Aharon incontra Madeleine, una sopravvissuta come lui, gravemente ferita, che a lui si affida. Trovata una casetta in mezzo ai campi, un tempo usata dai contadini come riparo e poi imbottita dalle truppe tedesche di cibo, medicinali e vestiti, Theo può curare la donna che come lui vi è giunta nel suo viaggio; ma le ferite si rivelano troppo profonde e per salvarla egli la conduce con mezzi di fortuna al più vicino Joint: l’agenzia ebraico-americana che dopo la guerra si impegnò ad aiutare gli ebrei sopravvissuti con iniziative mediche e assistenziali. Lì Madeleine verrà accolta e curata. Comprendendo che le ferite della donna non sono solo fisiche, il medico la esorta a parlare, la invita a esprimere il suo dolore: “Parlare fa bene, devi tirare fuori, devi liberarti”. Ma lei tace; anche per lei l’unico rifugio sono il sonno e i sogni: della famiglia, delle fragole raccolte in un giorno di sole, della strada che porta al Liceo percorsa distrattamente.

La scrittura stessa dell’autore nasce da un’assenza di parole, ed è frutto di una ricerca durata anni; gli anni in cui il quattordicenne Aharon, la cui lingua nativa era il tedesco, giunto in Israele, non riusciva ad imparare l’ebraico, finché un maestro gli aprì gli occhi sulla vicinanza della lingua di Israele a quella parlata dai nonni materni che vivevano nelle campagne della Bucovina: lo yiddish. Una lingua che non esiste più perché non esistono più i villaggi e le comunità che con essa si esprimevano. Anche gli oggetti hanno dimenticato il suono con cui veniva pronunciato il loro nome. Milioni di persone sono state spazzate via negli anni della deportazione e con esse le cose, i significati, il mondo in cui erano immersi. Non esiste la lingua che possa ancora dire.

Ora chissà perché, gli sembrò che una delle persone distese accanto alla stufetta stesse per fare un commento. Ma si sbagliava di nuovo. Il tizio era imbacuccato in un pastrano militare e da lì ammiccò, come a dire: perché usate parole e concetti che si usavano prima della guerra, non vi rendete conto che è ridicolo?. [ … ]

A Theo venne in mente che nei campi si parlava una lingua diversa. Il lessico si era ridotto e si usavano solo le parole necessarie. Talora neanche quelle. Il silenzio fra le parole isolate era, a dire il vero, la lingua. Una volta uno dei suoi compagni, un ragazzo simpatico, suo coetaneo, aveva detto: “Ho paura che quando ci libereranno, se accadrà, diventeremo muti. Non ci restano quasi più le parole”.

Perché ci fa riflettere sulla libertà

Nel viaggio, le persone incontrate, spesso in gruppi, sono profughi; liberati dai campi si trovano a vivere in una situazione indefinita: liberi, ma di quale libertà? Senza più radici a cui ancorare un progetto di vita, quale libertà può esserci? E allora la vita diventa per molti la baldoria con alcool e parolacce, preferibilmente contro Dio, il grande architetto. Alcuni restano legati in modo fisico alle paure della guerra, portando con sé sacchi di cibo per non dover più temere la fame. Il protagonista di “Giorni luminosi” viaggia solo e incontra altri solitari. Prende ciò che resta della sua vita con la perplessità e lo stupore di un bambino. Le scarne parole pronunciate nell’incontro con Madeleine sono essenziali e si riferiscono ai bisogni primari dell’esistenza: “Hai fame? una tazza di te è quello che ci vuole. Mangia un biscotto. Non c’è bisogno che ti alzi dal letto”. La donna lo chiama con il nome del padre, che conobbe al liceo e frequentò assiduamente. Così Theo viene a conoscenza della esistenza intensa che suo padre Martin conduceva e dell’impegno per organizzare eventi letterari presso la sua libreria, luogo di riferimento della cittadina austriaca dove vivevano. 

La libertà ritrovata è difficile da accogliere: come insegna Primo Levi, si è vivi per caso, non per qualche recondita ragione o tanto meno per virtù o capacità personali. Il senso che la libertà in tale contesto può assumere sarà allora la “cura” rivolta verso l’altro: Madeleine o le persone incontrate, che indicano la provenienza con il numero del campo a rimarcare la differenza tra la vita prima e dopo. Ma questo “altro” resta fortemente sconosciuto, anche nel caso si tratti di se stessi, o di coloro che si considerano “amici”. Lo racconterà Art Spiegelman nella graphic novel “Maus”: quando suo padre, sopravvissuto ad Auschwitz, lo vedrà piangere perché gli amici se ne sono andati senza aspettarlo, gli dirà semplicemente: “se tu chiudi loro insieme in stanza senza cibo per una settimana … allora sì, scopri cosa è amici!”.

Il lager infatti mette a nudo la natura più propria di ciascuno, che va accettata cosi com’è.

La ragione non è servita ad aiutare a sopravvivere ed ora deve lasciare spazio all’incomprensibile.

“La tua è rassegnazione?, aveva insistito Theo. “È un bisogno incomprensibile che ci accerchia”, aveva risposto Madeleine. “Dobbiamo accettare l’incomprensibile come parte di noi”. “Senza protestare?”, aveva domandato ancora Theo. “L’incomprensibile è più forte di noi. Dobbiamo accettarlo così come accettiamo la nostra morte”.

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Illustrazioni di Stefania Melotto

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