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Villalta – L’apprendista, dalla sacrestia uno sguardo sul mondo

71MrECov4ML Il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, L’apprendista (Sem - Società Editrice Milanese), rappresenta il vivere contemporaneo incastonando tre specole periferiche, l’una dentro l’altra. C’è infatti un paesino del nord est, in Friuli, luogo “minore” di una geografia che lo sprawl urbano omologa, livellandone l’originaria configurazione. C’è la sua chiesa che, in una società secolarizzata, diviene un osservatorio privilegiato per monitorare, in piccolo, mutamenti che in realtà sono di più ampia scala. Infine la terza periferia da cui guardare il mondo è la vecchiaia: i personaggi centrali della vicenda, Tilio e Fredi, sono infatti due anziani, rispettivamente di 72 e 84 anni e, se attraverso i loro occhi si registrano i cambiamenti del presente, grazie ai ricordi e alle riflessioni si rappresenta il passato.

La provincia qui costituisce un perfetto contraltare dell’esperienza della contemporaneità: quest’ultima, raccontata da una zona laterale, emerge con il suo rimosso, non visibile “da chi sta troppo dentro lo spirito del tempo” ( cfr. S.  Brugnolo )

Se ci fosse ancora il supermercato.

Era troppo piccolo. Ci andavano solo i vecchi, come lui, senza auto, altri che gli hanno tolto la patente, e quelli che fanno due euro di spesa per passare il tempo […]. Prima hanno chiuso il reparto macelleria. Poi la verdura. Solo carne e ortaggi confezionati. Infine erano rimasti in due, uno a riempire gli scaffali e una alla cassa. […] Si chiamava supermercato quando l’hanno aperto, ma con il tempo è diventato piccolo, una bottega in confronto ai nuovi. I nuovi sono iper, e i super chiudono. Due, cinque volte più grandi della chiesa, che è la più grande della provincia. E poi c’è la Ipercoop, al centro commerciale.

Nel romanzo, seppur narrato in terza persona, domina il  monologo interiore di due personaggi: quello del protagonista Tilio, l’apprendista,  e quello di  Fredi, il sacrestano  effettivo.  Quest’ultimo, che talvolta lo tratta alla stregua di un garzone di bottega, è indispensabile per mettere a fuoco le caratteristiche psicologiche e sociali di entrambi. Anzi la relazione tra i due, inizialmente caratterizzata dalla diffidenza del più vecchio, diviene a poco a poco una burbera e tardiva forma di amicizia:

«Intanto» cambia discorso Tilio «mi dici che cosa resta da fare per finire le pulizie e poi ti accompagno a casa».

Fredi sta per dirgli di non permettersi, lo sa lui cosa deve fare, quando andrà a casa e con chi. Poi invece risponde: «Faccio come te, ti ascolto, decidi tu, però poi devi fare le cose come ti ho detto io». (p. 131)

Tilio ha fatto l’operaio tutta la vita, è rimasto vedovo e nutre dubbi esistenziali che le prediche del Don non riescono a mettere a tacere: quasi per caso, senza accorgersene la chiesa è diventata per lui unità di misura implicita delle cose, in particolare dei tempi mutati. La religione, per decenni collante socio-culturale di comunità contadine come quelle del nord-est, ha subìto un inesorabile ridimensionamento dopo la mutazione antropologica. L’apprendista, di settimana in settimana, rileva lo svuotarsi delle funzioni – troppo numerose, ormai -  e la perdita di carisma dello stesso parroco.

Per i due anziani, la vicinanza nella sacrestia tra una funzione e l’altra, le minuziose mansioni, prima impartite e poi condivise, costruiscono un tempo comune che li porta a ripercorrere per frammenti il loro passato, segnato da scelte diverse, più o meno nobili, più o meno sofferte.  Mentre per la vita della comunità, sempre meno coincidente con quella della parrocchia, si tratta di un tempo marginale, per la coppia di vecchi le ore trascorse tra i banchi della chiesa è di vitale importanza. È il tempo vuoto, inutile della vecchiaia, che si rimotiva proprio nel servizio quotidiano e nei caffè bevuti in compagnia:

Non si può stare senza far niente, pensa Tilio mentre versa il caffè nelle tazze, si immagina che passa le giornate davanti alla tivù. Quando lavori dalla mattina alla sera non vedi l’ora di avere un giorno libero. Ma quando hai tutti i giorni liberi i desideri che avevi si squagliano, non è più così bello fare una passeggiata in collina, sederti fuori del bar a fare due ciacole. Oppure corri dietro ai desideri impossibili, ti incazzi con il mondo perché sono fuori portata. (p. 185)

Il romanzo ha la raffinatezza minimalista del gioiello di Fausto Melotti scelto per l’immagine di copertina: dall’ampio cerchio centrale scendono le ruote di una sorta di ingranaggio, evocativo di una catena di microeventi nei quali i vuoti sono predominanti rispetto ai pieni e grazie ai quali la distribuzione rarefatta delle parti diviene costruzione poetica di un tutto. Infatti non è certo la trama a risultare centrale in un romanzo modulato sulle sfumature metereologiche delle stagioni, su osservazioni minute, su scarti quasi impercettibili. Il valore di questo libro risiede nella capacità di costruirsi sui dettagli, nella delicatezza della gamma di emozioni, di stati d’animo, di atteggiamenti che restituiscono intero tutto un mondo tanto quello interiore dei personaggi quanto quello delle relazioni con gli altri, talora spinose. A disagio davanti al benestante Raffaele, il consuocero che lo considera inferiore, Tilio rimugina un discorso di rivalsa:

Non è per il lavoro, avrebbe detto a Raffaele, ma per capire che non sono arrivato. Che so stare al mio posto e non è un posto assegnato per sempre. L’apprendista sacrista è perfetto per me, senti come suona bene, apprendista. Sto all’ultimo posto, nessuno mi manda via, dormo bene e saluto per strada. […] Siamo noi che crediamo migliori i posti davanti, e poi viviamo con la paura che arrivi qualcuno a mandarti via. (p.171)

L’autore delinea un personaggio che ha compreso il valore del margine: dei gregari, dell’ombra, degli apprendisti che sanno stare alla ribalta un solo giorno nella vita. Le figure d’invenzione che con maggiore coerenza sono presenti  nel testo sono dunque la periferia dei luoghi e quella delle esistenze.

Con L’apprendista Villalta torna, insomma, a raccontare un angolo remoto e periferico che ben conosce e del quale traccia l’evoluzione avviata con il romanzo autobiografico Bestia da latte (2018).  Come in quel libro lo fa senza strepito, con un tono di colloquialità quotidiana e uno stile che Enrico Testa definirebbe semplice.

 

 

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