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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Dialogo con Sebastiano su Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

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Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto. Pure io lo so, e sempre ci penso, notte e giorno, d’inverno e d’estate, ogni giorno che il Padreterno fa nascere e morire, con lo scuro e con la luce, ci penso, che c’ho sempre pensato per vedere di capire come mai sta coccia mia da quasi normale s’è fatta na cocciamatte, tutta na matassa sgarbugliata fuori di cervello. Che poi è come se uno cammina dritto e di botto a un bivio tutto storto come una serpe gli s’intreccia la sguardatura e cambia strada che manco se ne accorge, e così di botto ti ritrovi in un posto che non hai mai visto prima di allora, che non riconosci niente, le case, gli alberi, le facce delle persone, le voci, manco le voci e ti stona pure la voce bella di tua madre, e non sai ritrovare manco la fontana della piazza grande, che pure è grossa, e dopo i piccioni per dispetto ti cacano sulla testa, non ritrovi manco la casa dove sei nato con quel portonaccio di legno vecchio tutto sgarrupato, che i tarli ci fanno le case popolari, ci fanno, e se lo sugano pezzo pezzo, pure la ruggine e la muffa si mangiano quei tarli (pp.5-6). [1]

 Un regalo

«Prof»mi ha detto Sebastiano al termine dell’estate – «prof, ho letto un romanzo che mi ha esaltato, deve leggerlo anche lei! Voglio sapere che ne pensa!».

Sebastiano Mancuso è stato mio allievo ormai una decina di anni fa, si è laureato in relazioni internazionali e adesso lavora in Giordania; per un certo periodo, finito il liceo, ha continuato a farsi suggerire da me i libri per l’estate, come faceva da studente, finché ha iniziato a suggerirli lui a me. A settembre mi ha regalato Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Minimum fax, 2019), il romanzo per cui Remo Rapino ha vinto il Campiello. Avevo letto le recensioni, avevo ascoltato per radio, subito dopo il premio, un’intervista all’autore, ero curiosa; però, presa da altro, rimandavo. Ma, adesso che me lo regalava Sebastiano, c’era di mezzo pure una promessa da prof. E finalmente l’ho letto. Nel frattempo Rapino rilasciava altre interviste, sul romanzo si scrivevano moltissimi articoli, alcuni attori addirittura ingaggiavano una sorta di appassionante tenzone leggendolo nel dialetto loro e di Bonfiglio Liborio, orfano di madre e figlio di padre ignoto, si svelavano tuttavia parentele d’altro sangue – con don Chisciotte, col principe Myškin, con Gonzalo Pirobutirro, con Vincenzo Rabito, perfino con Forrest Gump; e anche Sebastiano mi scriveva le sue considerazioni, un po’ come faceva da ragazzino, sebbene adesso sia un uomo e storia e storie ne abbia lette quasi quanto me. Che potevo aggiungere, io? «Questo» - mi sono risposta alla fine; cioè le sue considerazioni e lui che mi chiede le mie, su questo romanzo in particolare, tanto da regalarmelo.

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L’invenzione del vero nella Città dei vivi di Lagioia

978880623333HIG.jpeg Mosse di avvicinamento

Prima che uscisse il nuovo libro di Nicola Lagioia ignoravo che si occupasse dell’omicidio Varani: di quest’ultimo, anzi, sapevo solo che era accaduto nella capitale. Per quel che mi riguarda, più i fatti di cronaca nera sono efferati e si fanno eclatanti, più mi allontano dal circo mediatico che si crea loro intorno. Dunque all’uscita de La città dei vivi mi sono dovuta interrogare sull’effettiva disponibilità a leggere un lavoro non finzionale su un caso così cruento. Alla fine mi sono decisa per un atto di fiducia: la lettura della Città dei vivi, mentre mi inghiottiva, mi spingeva a chiedermi perché l’autore l’avesse scritta e perché io la leggessi, peraltro avvertendo un crescente desiderio di arrivare all’ultima pagina. Cercherò dunque di riportare le considerazioni su questa esperienza di lettura che mi ha, in una qual misura, scissa.

Una trilogia feroce

L’attraversamento del testo – 459 pagine, suddivise in sei parti – è avvenuto, infatti, a due livelli: paradossalmente, a mano a mano che entravo nella logica della narrazione e accettavo l’idea che gli elementi finzionali fossero davvero minimi (verificando i dati relativi alla cronaca direttamente sul web per accertarne la veridicità), la parte di me più avida di “storie” si immergeva nel racconto. Seguivo le tracce del più truce dei noir di cui tutto era stato sbattuto in TV e in prima pagina fin dalle prime ore e poi per mesi anche sui social. Al contempo però, ogniqualvolta chiudevo il libro, la mia parte razionale prendeva le distanze dal racconto e ribadiva la necessità di capire la ragione per cui Lagioia avesse deciso di intraprendere la rielaborazione di un fatto di cronaca – un’ossessione conoscitiva condotta senza compiacimento -  rinunciando a una narrazione di tipo finzionale quale gli era stata fino a quel momento congeniale.

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Jacopone da Todi, lo scandalo del Natale

Jacopone-da-Todi.png Il conflitto con l’incarnato

L’Amore esmesurato, l’Amore che firisce, l’Amore che annichilisce: l’Amore che inabissa («Iesù, speranza mia, abissame  enn amore» - LXXXIX).

È questa la cifra umana sulla quale Jacopone da Todi basa la propria esperienza poetica e di mistico irrisolto in Dio. Un amore incontenibile e incontenuto, corollario diretto dei due temi sui quali si incardina la poesia di Jacopone nelle Laudi: l’evento dell’incarnazione e la passione e morte di Cristo. Se il tema della morte del figlio di Dio, e ancor più del figlio della Mater, trova nella lauda Donna de’ Paradiso l’espressione più compiuta, altrettanto importante, seppure misconosciuto, è l’affrontamento dell’incarnazione celebrata nel Natale. A fronte di laudi note che trattano direttamente il tema come la citata Amore de caritate, è possibile rintracciare nell’intero corpus referti continui sulla natività, che esprimono tutti lo sconcerto per il mistero di un assoluto che si innesta nella storia umana ma che osano anche il conflitto del dubbio e della domanda.

L’amore esmesurante, ineffabile, folle.

Il paradosso dell’infinito che si cala nel finito, nella forma più umile, è anzitutto per Jacopone fonte continua di stupore («Lo celo sì abbandona e per terra sì anda; / ennante sé non manda ricchezza per usare. / En stalla se vòl stare, palazzo abandonato; / seco non n'à menato alcun suo servidore» - LXXXIV), reazione che come spesso accade per l’umbro confina con l’avvertimento dell’insensatezza («Ebrio par diventato o matto senza senno, / lassanno sì gran renno e sì alte ricchezze. / Ma com'è ciò scontrato, de tal mattezza senno?» - LXXXIV). Eppure, è attraverso la percezione violenta dell’evento che spariglia e spacca in due la storia dell’umanità che si origina una prima reazione peculiare nell’esperienza poetica di Jacopone: il canto dell’Amore esmesurato. Porsi a fronte del mistero dell’assoluto, circoscritto nel tempo e nello spazio dell’incarnazione, genera per Jacopone tale inevitabile stato dell’anima ma anche dei sensi. Nei momenti di grazia in cui questa contemplazione esperienziale è permessa, è concessa, è acquistata, la poesia prorompe in quello iubelo de core che cancella il mondo e unisce il mistico e poeta all’amore divino («O iubelo del core, che fai cantar d’amore!» - IX). È una condizione privilegiata, ma che un passo dopo genera conflitto, fino a una frattura tra il contemplante e le sue capacità d’espressione prima, con il resto del mondo poi. Nel primo caso la separazione si declina nella percezione iacoponica del sentimento dell’ineffabilità, del non poter dire (Quanno iubel se scalda, sì fa l’omo cantare; / e la lengua barbaglia e non sa che parlare» - IX). Nel secondo caso, lo iato che patisce il poeta è quello con il mondo e il suo giudizio: un innamorato di Dio, al cospetto dell’ amore incarnato che genera esmesuranza, non può che apparire al resto del mondo come un folle di Dio («Chi non ha costumanza te reputa ’mpazzito, / vedenno esvalïanza com’om ch’è desvanito» - IX). È uno status questo doloroso ma inevitabile per chi vuole accedere al sommo bene: «Chi pro Cristo ne va pazzo, a la gente sì par matto; / chi non à provato el fatto, par che sia for de la via» (IX).

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Storia della mia copertina: I fratelli Michelangelo

Vanni-Santoni (1).jpg Raccolgo l’invito di Morena Marsilio, emerso durante questo dialogo attorno al mio esordio Personaggi precari, la storia della cui copertina già fu raccontata su queste pagine, ad aggiornare tale narrazione con quella della copertina dei Fratelli Michelangelo, il mio romanzo più recente. Storia, anch’essa, non priva di accidenti.

Quando il testo cominciava a prendere la sua forma definitiva, la prima idea emersa fu di una soluzione grafica in cui titolo e immagine si ibridassero, come quelle che vanno molto oggi nell’editoria anglosassone e diversa quindi dallo standard della collana SIS di Mondadori. L’idea era avere un albero al centro, a ricordarne uno genealogico, ma anche l’ambientazione del piano presente del romanzo, nella foresta appenninica di Vallombrosa. Una buona idea, che tuttavia non mi convinceva fino in fondo. Se il rimando “forestale” era buono, meno persuasivo era per me quello alla genealogia. Il libro conteneva già un albero genealogico, e già questo sarebbe stato un po’ ridondante, ma soprattutto il suo scopo era diverso da quello che hanno normalmente gli alberi genealogici all’inizio dei romanzi: l’intento era infatti sottolineare le molte mogli di Antonio Michelangelo e l’orizzontalità di famiglia e libro – I fratelli Michelangelo è la storia dei suoi figli Enrico, Louis, Cristiana e Rudra, molto più che della loro peraltro scomposta famiglia – nonché il fatto che i Michelangelo erano tutto meno che una dinastia.

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Un capolavoro sconosciuto? Su Mille esempi di cani smarriti di Daniela Ranieri

51sFp0SxhDL._SX336_BO1,204,203,200_.jpg Qualche giorno fa su facebook mi è capitato di leggere uno status di Riccardo Castellana che associava la copertina di un libro (Daniela Ranieri, Mille esempi di cani smarriti, Ponte alle Grazie, 2015) a una brevissima sua recensione che inizia così: “Quanti di noi si erano accorti, cinque anni fa, che l’editore Ponte alle Grazie aveva pubblicato un romanzo eccezionale?”. Personalmente non me n’ero accorta affatto, e facendo un breve giro online mi sembra che se ne siano accorti in pochi. Siccome mi fido del gusto di Castellana, e so che non è persona da spendere a caso un aggettivo come ‘eccezionale’, mi sono detta che forse valeva la pena di passare in libreria a comprare il romanzo.

Premetto subito due righe sugli effetti che mi ha fatto, come lettrice prima ancora che come persona chiamata per mestiere ad occuparsi di analisi letteraria. Per la settimana che è durata la lettura non sono riuscita a fare altro che leggere e aspettare di aver smesso di fare il resto per poter ricominciare: la mia attenzione è stata calamitata, la mia capacità di identificazione smossa e scossa in più punti, ho riso molto e… ho finito di leggere in lacrime, il che non mi capita di frequente. Lacrime di strazio, di stupore e gratitudine per essere stata presa per un braccio, trasportata attraverso una narrazione lucida ed emotivamente potente, deposta a terra al termine del viaggio stupita, commossa e un po’ trasformata. Credo che l’ultima volta sia capitato ben più di un lustro fa con Austerlitz di Sebald – mica l’almanacco di Geppo. Detto questo, comincio la vera e propria recensione.

Mille esempi di cani smarriti (titolo flaubertiano, tratto da un passo di Madame Bovary, e di cui solo nell’ultima pagina capiamo il senso) è un romanzo di cinquecento pagine che racconta di squarcio la vita di alcuni personaggi, tutti legati tra loro da vincoli di più o meno interessata amicizia, amore o parentela. La gestione dell’architettura narrativa è sapiente, e viene dritta dritta dal modernismo: le tappe del romanzo sono scandite dalla partecipazione di quasi tutti questi personaggi (c’è un’assenza che solo molto più avanti risulterà assai significativa) a una cena di compleanno sulla terrazza di un costosissimo appartamento di Roma nord. Poi – lentamente, in maniera prima fortuita e quasi inavvertita, poi sempre più evidente – la struttura si apre a ospitare pagine di diversa ambientazione che approfondiscono, variando il fondale, le relazioni tra alcuni personaggi, raccontano per frammenti la loro storia, stabiliscono un continuo andirivieni tra vicende che intuiamo intrecciate. Tutto è sorretto e scandito dallo spazio di poche ore della serata, in cui si incastonano i frammenti delle azioni e delle vite precedenti a quel momento: vent’anni, sei mesi o tre giorni prima. Tutto è necessario a costruire il momento in cui la cena precipiterà in un’inaspettata resa dei conti.

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Un desiderio assoluto di bene – su Kolja di Giulia Corsalini

corsalini-cover.jpg Non so bene che cosa preparare per l’arrivo dei bambini. Ho controllato nei cassetti se ci sono lenzuola singole per il letto a castello e matrimoniali, per cambiare quelle del letto dove dormo io. Staranno qui due giorni e una notte, ogni fine settimana, per tutto il tempo che saranno ospiti dell’istituto, due mesi, mi pare. Mia moglie al telefono non mi ha spiegato altro. Non so ancora come ci distribuiremo, ma è probabile che lei dorma con le due bambine, e io con il ragazzino nella camera più piccola; o magari i tre fratelli vorranno dormire insieme e allora lei starà con me, nel letto a castello, uno sotto, l’altro sopra. Sarebbe singolare, dopo tanto tempo, sentire il suo respiro e osservare la sua sagoma nell’oscurità, il gesto di scoprirsi, sfilare il pigiama, allacciarsi il reggiseno girandomi le spalle. Nei mesi precedenti il nostro matrimonio, quando mi capitava di dormire lontano e solo, immaginavo ogni volta di dividere la camera con lei; adesso, che intravedo i letti scoperti – e tutto arieggia nelle piccole camere per vincere l’odore dell’umidità e del chiuso, e arriva la brezza marina, stamattina fresca e asciutta come la luce del sole – è un po’ lo stesso: è una nostalgia d’intimità, di “camera in comune”, che da anni avverto pensando a lei, assoluta e indipendente dalle altre implicazioni di una condizione coniugale, o anche solo amorosa.

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Fra Marche e Ucraina, andata e ritorno

All’inizio dell’estate, mentre l’Italia si leccava le ferite della prima ondata del coronavirus, usciva per Nottetempo il secondo romanzo della scrittrice recanatese Giulia Corsalini: Kolja. Una storia familiare. Il libro, di cui abbiamo appena letto le prime righe, arriva due anni dopo l’esordio, fortunatissimo, con La lettrice di Čechov (pubblicato sempre da Nottetempo, vincitore di diversi premi: Mondello, SuperMondello, Gli Asini, Bergamo). Come nel primo romanzo, in Kolja lo sguardo di Corsalini si rivolge verso est, e in particolare verso l’Ucraina. Così le colline marchigiane da un lato, e i vasti sfondi ucraini dall’altro, diventano i due poli entro i quali si sviluppano storie profonde e delicate, raccontate con empatia e sobrietà, di esseri umani che scoprono, e imparano ad accettare, la bellezza e lo strazio dello stare al mondo.

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E se non fosse creativa, ma letteratura?

Signorini, Bambina che scrive.jpg A margine dell’articolo di Claudia Correggi pubblicato sul nostro sito, mi sono trovato a fare qualche ragionamento sul tema della scrittura e delle scuole di scrittura. Questi appunti non vogliono essere in alcun modo una risposta puntuale ai temi posti dalla Correggi, ma una riflessione accessoria. 

1. C’è un equivoco intorno alla dicitura “corso/insegnamento/classe di scrittura creativa”, che si può analizzare dividendo l’espressione in due tronchi: la parte A, riguardante l’ambito della formazione (corso, classe, insegnamento) e la parte B, più legata al discorso artistico. L’incomprensione nasce dall’interpretazione data al termine “creativo”, perché spesso si legge questo vocabolo secondo un’accezione platonica, che individua l’atto di trarre dal non essere l’essere (Simposio, 205 b). Secondo tale lettura l’aggettivo “creativo” assume un sottotesto “divino”, cosicché la diade “scrittura creativa” diventa sinonimo di “grammatica di Dio”. E questo male si adatta, anzi cozza rovinosamente, con la parte A della nostra frase. È possibile insegnare qualcosa che è divino, che trae la propria ragion d’essere dalle più profonde e nascoste origini dell’uomo? Data una premessa come questa, l’adagio del “non si può insegnare scrittura creativa” non è lontano dal vero. 

2. “Scrittura creativa” è un evidente calco di “creative writing” di americana provenienza. Ora sappiamo che nessuna opera di traduzione è neutra, non basta prendere un termine e volgerlo nella nostra lingua, la parola “creative” possiede nell’accezione anglosassone, una maggiore afferenza al settore dei mass-media, soprattutto a quello della pubblicità. Si ricorderà, quando negli anni ’80, si parlava dei pubblicitari come dei “creativi”, ovvero persone che utilizzano strategie narrative per convincere altre persone ad acquistare/a scegliere/a non poter fare a meno di “qualcosa”; ora “l’arte di convincere qualcuno a (fare/dire/votare/comprare/vedere) qualcosa” è assimilabile alla retorica, che come ben sappiamo – almeno nei tempi antichi – è stata oggetto di insegnamento. Se guardiamo al termine creatività, privilegiando l’aspetto “conativo” e mettendo in secondo piano o tralasciando l’aspetto demiurgico, la dicitura “scrittura creativa” diventa già più accettabile.

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Tina. Storie della grande estinzione

Copertina Tina.jpg Il 27 ottobre è uscito per l’editore Aguaplano il volume TINA. Storie della grande estinzione, curato da Matteo Meschiari e Antonio Vena, al quale hanno partecipato in più di 100 tra artisti e scrittori. Si tratta di un'opera ambiziosa, una raccolta di racconti che prova a indagare collettivamente il tema della fine dell'antropocene, il collasso climatico, economico, infrastrutturale, sanitario, cognitivo che incombe sulle nostre civiltà. Su gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto.

Secessione Great London Area | 2054 d.C.

Che odore ha una catastrofe? Non mi era mai capitato di chiedermelo prima di quel giorno. Una mattina come le altre, sveglia alle sette, la solita colazione, doccia e poi di corsa ad aprire la libreria. Non che rischiassi di perdere clientela: da quando l’Amazzonia era bruciata erano rimasti in pochi a voler spendere soldi per qualcosa stampato su carta. Comprare un libro, nella sua versione cartacea quantomeno, aveva assunto i contorni di una specie di rito sacrificale, dove a essere sacrificati erano gli alberi e la loro linfa sempre più preziosa. Il più delle volte passavo la mia giornata a intrattenere curiosi, feticisti delle parole stampate, personaggi strani in cerca di sensazioni particolari che si attardavano all’entrata, timorosi di incorrere in chissà quale maledizione dimenticata dagli stessi dèi che avrebbero dovuto lanciarla. Il clima non aiutava di certo. E pensare che quando finalmente mi ero trasferito a Londra, dopo anni passati a non mantenere promesse fatte a me stesso, avevo ingenuamente creduto di poter trovare riparo se non dalla vita quanto meno dal clima caldo, opprimente e insopportabile tipico ormai di qualsiasi luogo che non si trovasse sufficientemente a nord dell’equatore. Invece, nell’arco di pochi anni, il clima della capitale inglese aveva cominciato ad assomigliare in maniera sempre più inquietante a quello che era stata probabilmente l’estate spagnola pre-desertificazione. Un cazzo di inferno: come poteva un cuore amare, combattere e morire con una temperatura media che oscillava giornalmente tra i trenta e i quaranta gradi? Nonostante i ripetuti anatemi che negli anni avevo lanciato al destino, all’umanità e al capitalismo il termometro non aveva fatto altro che salire, inesorabile.

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Al centro del mondo. Sull’ultimo romanzo di Alessio Torino

978880472466HIG-312x480.jpg Piccolo viaggio Al centro del mondo

Lo vide l’Anna dal suo orto, lo videro i due muli, lo videro gli occhi verdi del nonno che era sulla sedia incatenata al ciliegio. Il ragazzo attraversava il campo, lungo la striscia dritta dove non cresceva l’erba, spingeva la carriola piena di legna. Il nonno cominciò a vedere un attimo dopo che il ragazzo si era fermato e aveva mollato la carriola con un gesto tanto brusco che tutto il carico cadde da una parte. Tlong, tlong, tlong. E allora il nonno si girò sulla sedia, verso la collina, e lo vide che si avvicinava alla quercia. Damiano sollevò lo sguardo ai rami dove foglie nuove e minuscole facevano un rumore d’acqua. Era il rumore che lo aveva impietrito mentre ci passava accanto, l’acqua più vicina era giù nel fosso dall’altra parte della collina, neanche un vento forte l’avrebbe mai portato fin lì. (A. Torino, Al centro del mondo, Mondadori, 2020, p.9).

Quella quercia è da dieci anni senza foglie, da quando ci si era impiccato il padre di Damiano Bacciardi. L’aveva trovato lui, che era soltanto un bambino di otto; un trauma – dicono – che l’aveva segnato per sempre, che l’aveva reso quel matto che adesso prendeva una quercia a colpi d’accetta (p.20). Peraltro, dopo poco, la madre l’aveva abbandonato, andando via così, di punto in bianco, in apparenza senza spiegazione. Damiano era rimasto affidato a Nonna Adele, che, dopo una disgrazia del genere, aveva ancora la forza di sfornare i suoi dolci e con quelle stesse mani accarezzava il nipote (p.29), al nonno, partigiano decorato con la medaglia al valore, che però stava per ore sulla sedia sotto il ciliegio e parlava così poco, e mai della guerra (p.33), allo zio Vince, detto il Gorilla, uno che nel novembre precedente aveva festeggiato l’elezione di Trump, uno che dava ai galli i nomi degli stati americani che applicavano la pena di morte,  un giocatore d’azzardo (p.28). Damiano vive con loro a Villa la Croce, circondato da un piccolo gruppo di figure tutte in qualche modo legate a casa Bacciardi, sempre le stesse: l’Anna, con le sue oche, Baldeschi coi suoi maiali, Chessa con le sue pecore:

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Nostalgia dell’apocalisse: il prevedibile Reality di Giuseppe Genna

71-cWkJhJ4L.jpg Il livello del discorso pubblico nella lunga fase di emergenza sanitaria tuttora in corso è stato sin da subito intollerabilmente basso. Non solo il mondo politico e quello giornalistico, da cui ormai è forse ingenuo attendersi qualcosa di buono, si esprimono attraverso un numero limitato di parole d’ordine e frasi fatte, perlopiù improntate a semplicismo e moralismo, ma anche da parte degli intellettuali sono rare le manifestazioni di quella capacità di analisi che sarebbe indispensabile per provare a leggere la realtà nei momenti difficili.

Colpisce in particolare la frequenza con la quale si è parlato, e incredibilmente si parla ancora, di un’inevitabile mutazione antropologica (la versione più corriva è costituita dai numerosi articoli in cui si elencano le cose che non faremo più, e che invece ovviamente si continuano a fare, come gli autori saprebbero se solo alzassero gli occhi dal tablet per guardare fuori dalla finestra). Sembra davvero che i Promessi sposi, così spesso citati all’inizio dell’epidemia, non siano stati letti da quasi nessuno: altrimenti ci saremmo risparmiati di sentire le molte previsioni assurde, come quelle sulla paura che non avrebbe permesso a tutti, per anni, di uscire per strada normalmente, e non avremmo dovuto ascoltare una formuletta come ne usciremo migliori (pronunciata negli stessi giorni in cui imperversavano i delatori da balcone, manifestazione ultima di quel bisogno di trovare capri espiatori che ha accompagnato tutte le innumerevoli calamità nei millenni).

Forse una spiegazione della difficoltà di trovare una misura nell’interpretare in modo razionale ciò che sta succedendo si può cercare nella disabitudine al trauma delle molte generazioni che hanno sperimentato solo la vita in tempo di pace (nel nostro angolo di mondo, naturalmente): le grottesche associazioni con le pestilenze sono possibili solo per chi tende a rimuovere il basso stato e frale della condizione umana, e si culla in un’autoipnotica illusione di immortalità, rimanendo poi esterrefatto di fronte alle prove dell’infondatezza di quel sogno.

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